Il 5 ottobre 1966 Genova si ferma. Fabbriche, porto, trasporti, scuole e attività commerciali partecipano allo sciopero generale proclamato per protestare contro la decisione di non assegnare alla città la direzione della nuova Italcantieri, la società pubblica destinata a riunire alcuni dei maggiori cantieri navali italiani. La manifestazione è sostenuta dai sindacati CGIL, CISL e UIL e dalle istituzioni locali. Ma nel corso della giornata una parte della piazza sfugge alla gestione delle organizzazioni tradizionali. Operai, portuali, edili e studenti danno vita a un secondo corteo. La polizia interviene e Genova diventa per alcune ore teatro di durissimi scontri. Alla fine si conteranno decine di feriti e contusi, centinaia di fermati e 72 arresti.
La posta in gioco non è soltanto la sede amministrativa di una società. Dietro la contesa fra Genova e Trieste c’è la grande ristrutturazione della cantieristica pubblica italiana, uno dei primi passaggi della trasformazione industriale che negli anni successivi avrebbe investito violentemente la città ligure.
Nel 1965 la Fincantieri, finanziaria dell’IRI, aveva assunto il controllo delle attività cantieristiche precedentemente appartenenti alla Finmeccanica. Il governo aveva quindi incaricato una commissione presieduta dal sottosegretario Giorgio Caron di elaborare un piano di riorganizzazione dell’intero settore. La nuova Italcantieri avrebbe dovuto riunire gli stabilimenti di Sestri Ponente, Monfalcone e Castellammare di Stabia. La questione decisiva era dove collocare la direzione generale. Il progetto iniziale indicava Genova; dopo un durissimo confronto politico e territoriale prevalse invece Trieste.
Per Genova la decisione viene vissuta come un altro segnale del progressivo ridimensionamento della sua struttura industriale. Non è una paura astratta. Proprio il 5 ottobre, mentre la città è in sciopero, alla Camera si discute della crisi della cantieristica. Il deputato comunista Raffaele Franco ricorda che nei principali cantieri IRI l’età media degli operai ha ormai raggiunto i 48 anni e denuncia che negli anni precedenti erano scomparsi settemila posti di lavoro senza un corrispondente ricambio delle maestranze. Nei cinque maggiori cantieri pubblici, afferma, su 13.581 dipendenti risultano appena trenta apprendisti. Il sottosegretario alle Partecipazioni statali Carlo Donat-Cattin riconosce a sua volta che gli organici sono considerati eccedenti rispetto alle prospettive produttive e all’ammodernamento tecnologico.
È questo il retroterra materiale della protesta. Dietro la disputa Genova-Trieste c’è la paura di perdere lavoro, competenze industriali e peso politico. Una paura particolarmente forte a Sestri Ponente, dove il cantiere Ansaldo deve confluire nella nuova società.
Lo sciopero del 5 ottobre assume però fin dall’inizio caratteristiche particolari. Non è soltanto una mobilitazione operaia. Alla protesta aderiscono commercianti, professionisti, amministrazione comunale e settori molto diversi della società genovese. Il sindaco democristiano Vittorio Pertusio Pedullà è tra i protagonisti della battaglia per ottenere la direzione dell’Italcantieri. Per questa composizione trasversale alcuni settori della sinistra definiranno polemicamente la mobilitazione lo «sciopero di Pedullà», considerandola una protesta municipalista nella quale interessi operai e interessi della borghesia cittadina finivano per sovrapporsi.
Ma nel corso della giornata accade qualcosa che cambia completamente la natura della manifestazione.
Terminata la parte ufficiale della protesta, circa un migliaio di manifestanti, tra i quali molti giovani e studenti, si stacca dal corteo. Ci sono portuali, edili, operai delle fabbriche e giovani che non appartengono alle organizzazioni tradizionali del movimento operaio. Il gruppo occupa le strade e realizza un grande blocco del traffico. Quando intervengono le forze dell’ordine, la situazione precipita.
La polizia carica. I manifestanti reagiscono. Per ore nel centro di Genova si susseguono scontri, inseguimenti, lanci di pietre, barricate improvvisate e cariche. Ci sono numerosi feriti e contusi da entrambe le parti. Quella che era cominciata come una manifestazione istituzionale per difendere il ruolo industriale della città si trasforma in una delle più dure giornate di conflitto di piazza vissute a Genova dopo il 30 giugno 1960.
Anche sui numeri della repressione le fonti non coincidono completamente. Una dettagliata ricostruzione dell’Archivio storico AHIDA indica 228 persone fermate, 101 denunciate a piede libero e 72 arrestate. Una diversa cronologia parla invece di 173 denunciati complessivi, sempre con 72 arrestati. A questi, secondo la ricerca AHIDA, devono essere aggiunti altri undici arresti effettuati successivamente, fra i quali cinque militanti marxisti-leninisti fermati nella sede di via Madre di Dio con l’accusa di resistenza. Il dato certo e ricorrente nelle diverse fonti rimane dunque quello dei 72 arresti direttamente collegati agli scontri del 5 ottobre. Il successivo processo si concluderà con diciotto condanne.
Ma la frattura più importante aperta da quella giornata non è soltanto tra manifestanti e polizia. Passa all’interno della sinistra.
Il giorno successivo la Federazione genovese del PCI prende pubblicamente le distanze dagli scontri. Il comunicato del 6 ottobre afferma che durante la «grande giornata di lotta unitaria» si erano verificati incidenti provocati da individui che il partito considera «estranei al movimento operaio», alcuni dei quali sarebbero arrivati a Genova appositamente da altre città. Il PCI invita quindi militanti e lavoratori alla vigilanza contro iniziative giudicate estranee e dannose rispetto agli obiettivi della mobilitazione.
Nelle ricostruzioni successive quella condanna viene ricordata con due parole destinate a lasciare il segno: «facinorosi» e «filocinesi». Quest’ultima definizione va letta dentro la frattura che attraversava allora il movimento comunista internazionale. Sono gli anni dello scontro tra Unione Sovietica e Cina e della nascita anche in Italia dei primi gruppi marxisti-leninisti apertamente critici verso il PCI. Definire i protagonisti degli scontri «filocinesi» significava quindi collocarli politicamente fuori dal perimetro del movimento operaio riconosciuto dal partito e attribuire gli incidenti all’azione di minoranze estremiste.
La contraddizione è ancora più evidente se si guarda a ciò che il PCI sostiene pubblicamente proprio in quelle ore. Alla Camera, mentre nelle strade genovesi avvengono gli scontri, il deputato comunista Raffaele Franco dichiara la solidarietà del partito ai lavoratori di Genova e Trieste impegnati nella difesa della cantieristica. Protesta inoltre contro il Ministero dell’Interno per la violenza della polizia nelle manifestazioni triestine. Il PCI sostiene dunque la vertenza, ma traccia un confine netto tra il movimento sindacale organizzato e quella parte della piazza che rompe gli argini della manifestazione ufficiale.
Ed è proprio dentro questa frattura che il 5 ottobre 1966 assume un significato che va molto oltre la vertenza Italcantieri.
Gli arrestati non sono soltanto militanti politici organizzati. Tra loro ci sono operai, portuali, edili, studenti e giovani difficilmente riconducibili alle categorie tradizionali attraverso le quali PCI e sindacato avevano organizzato fino ad allora il conflitto sociale. La ricerca storica sull’area radicale genovese parla di una «seconda ondata» della manifestazione: una composizione operaia e giovanile più dispersa, meno disciplinata dalle organizzazioni e capace di esprimere una conflittualità autonoma.
Un documento scritto nel novembre successivo, La situazione a Genova e lo sciopero del 5 ottobre, interpreterà infatti gli scontri come espressione della crisi delle strategie riformiste. Vi si parla di una «combattività disperata» di lavoratori che non appartengono necessariamente alle grandi concentrazioni industriali: edili, portuali, precari e giovani operai dispersi nel tessuto produttivo cittadino. È un’immagine che anticipa alcuni dei fenomeni destinati a esplodere nel biennio 1968-1969.
La repressione produce inoltre un risultato politico imprevisto. Attorno alla difesa degli arrestati nasce un comitato di solidarietà. Da quell’esperienza prenderà forma il Circolo Rosa Luxemburg di Sampierdarena, con sede in via Giacomo Buranello. Vi confluiscono militanti provenienti dalle fabbriche, giovani comunisti critici, operai e studenti. Il circolo diventerà uno dei luoghi nei quali si formerà la nuova sinistra genovese e la sua esperienza si intreccerà, appena due anni dopo, con il movimento studentesco del Sessantotto.
Il 5 ottobre si trova così su una linea di faglia della storia sociale genovese. Alle spalle c’è il 30 giugno 1960, quando la città antifascista aveva impedito lo svolgimento del congresso nazionale del MSI attraverso una mobilitazione operaia e popolare duramente repressa dalla polizia. Davanti ci sono il Sessantotto, l’autunno caldo e la nascita di organizzazioni politiche che contesteranno apertamente la strategia del PCI e delle confederazioni sindacali.
Ma il motore immediato della rivolta rimane la trasformazione materiale della città.
La scelta della sede Italcantieri non era una semplice disputa di prestigio fra Genova e Trieste. Il riassetto della cantieristica pubblica significava razionalizzazione, concentrazione produttiva e riduzione degli organici. Lo diceva apertamente lo stesso governo: l’ammodernamento tecnologico avrebbe comportato un «riproporzionamento» delle maestranze. E mentre le istituzioni cercavano compensazioni territoriali per rendere politicamente sostenibile la ristrutturazione, una parte dei lavoratori vedeva restringersi il proprio futuro industriale.
Alla fine la direzione generale dell’Italcantieri sarà assegnata a Trieste. La società nascerà ufficialmente il 22 ottobre 1966 e riunirà i cantieri di Monfalcone, Sestri Ponente e Castellammare di Stabia. Genova riceverà altre iniziative e investimenti nell’ambito del compromesso elaborato dal governo e dall’IRI, ma perderà la battaglia per la sede della nuova società.
Rimane quella giornata.
Il 5 ottobre 1966 una manifestazione costruita unitariamente da sindacati, partiti e istituzioni locali si spezzò in due. Da una parte la protesta ufficiale, controllata dalle organizzazioni del movimento operaio e dalle istituzioni cittadine; dall’altra una componente di operai, portuali, edili e studenti che continuò la mobilitazione, entrò in collisione con la polizia e pagò quella scelta con decine di feriti, centinaia di fermi e 72 arresti.
Il PCI sostenne la battaglia per la cantieristica, ma prese le distanze da quella parte della piazza, descrivendo gli autori degli incidenti come estranei al movimento operaio e, nelle ricostruzioni della vicenda, come «facinorosi» e «filocinesi».
Due anni prima del Sessantotto, nella città operaia per eccellenza, era già comparsa una contraddizione destinata a diventare centrale nel decennio successivo: il conflitto sociale cominciava a produrre soggetti e forme di lotta che non accettavano più necessariamente la disciplina e la rappresentanza delle grandi organizzazioni storiche della sinistra. Il 5 ottobre 1966, dietro la battaglia per una sede industriale, Genova vide affiorare anche questo.


