Nel pieno dell’emergenza terrorismo, denunciare di essere stato torturato poteva trasformare la vittima in imputato. È quanto accadde a Enrico Triaca, il tipografo delle Brigate Rosse arrestato nel maggio 1978 durante le indagini seguite al sequestro e all’uccisione di Aldo Moro. Il 4 luglio 1978 la magistratura emette nei suoi confronti un mandato di cattura con l’accusa di calunnia, per aver dichiarato di essere stato torturato dalla polizia durante gli interrogatori.
Una denuncia che all’epoca venne liquidata come una menzogna, ma che negli anni successivi sarebbe stata ampiamente confermata da testimonianze, inchieste giornalistiche e pronunce giudiziarie. Triaca era stato arrestato il 17 maggio 1978 a Roma.
Dopo il fermo, raccontò di essere stato prelevato da uomini della polizia, bendato, condotto in un luogo segreto e sottoposto alla pratica oggi nota come waterboarding: immobilizzato su un tavolo, con il naso tappato, mentre acqua e sale gli venivano versati in bocca per provocare soffocamento e costringerlo a parlare. Pochi giorni dopo ritrattò le dichiarazioni rese agli investigatori, sostenendo che erano state estorte sotto tortura. Fu allora che lo Stato decise di processarlo non per ciò che aveva subito, ma per averlo denunciato. Per decenni la versione ufficiale fu quella della calunnia. Triaca venne condannato e la sua denuncia archiviata come un’invenzione.
Ma il tempo avrebbe ribaltato quel giudizio. A partire dagli anni Duemila emersero testimonianze di ex funzionari di polizia che confermarono l’esistenza di una struttura clandestina specializzata negli interrogatori violenti dei detenuti politici. Al centro di queste rivelazioni comparve la figura di Nicola Ciocia, funzionario dell’UCIGOS noto con il soprannome di “professor De Tormentis”, indicato da numerose testimonianze come uno dei principali responsabili dell’uso sistematico del waterboarding contro militanti arrestati. La svolta arriva nel 2013, quando la Corte d’Appello di Perugia, chiamata a pronunciarsi sulla revisione della condanna per calunnia, riconosce la fondatezza delle nuove prove e annulla la sentenza contro Triaca. Nelle motivazioni si afferma che le testimonianze raccolte consentono di ritenere provato che il tipografo delle BR fu effettivamente sottoposto alla pratica del waterboarding durante la sua detenzione. La condanna per calunnia viene così cancellata, riconoscendo implicitamente che la denuncia di Triaca era vera. La vicenda assume un valore che va oltre la storia personale di Triaca. Per anni l’Italia ha coltivato il mito di una lotta al terrorismo condotta esclusivamente nel rispetto della legalità democratica. Le testimonianze emerse negli ultimi decenni hanno invece mostrato una realtà più complessa, fatta anche di pestaggi, torture, waterboarding e pratiche illegali coperte dal segreto e dall’impunità. Ex funzionari di polizia come Salvatore Genova hanno pubblicamente confermato l’esistenza di queste pratiche, descrivendo una squadra speciale che operava contro i detenuti politici tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta.
Il 4 luglio 1978 resta quindi una data simbolica. Non soltanto perché un uomo venne incriminato per aver denunciato le torture subite, ma perché mostra il funzionamento di un meccanismo che trasformava la vittima in colpevole e proteggeva gli apparati responsabili delle violenze. Ci sono voluti trentacinque anni perché quella verità trovasse spazio in un’aula di giustizia. Nel frattempo, la condanna per calunnia era già diventata una delle pagine più oscure della storia repubblicana.
La storia di Enrico Triaca ricorda che il problema non è solo la tortura, ma anche il silenzio che la circonda. E che talvolta, nelle stagioni dell’emergenza, lo Stato può arrivare a perseguitare chi denuncia un abuso invece di chi lo ha commesso


