Il 21 marzo 1960 migliaia di sudafricani neri decisero di dire “basta” alle pass laws, l’insieme di norme che regolavano e limitavano la loro libertà di movimento sotto il regime dell’apartheid. Il simbolo giuridico di quella segregazione era l’Urban Areas Act, che obbligava i neri a portare con sé uno speciale documento per poter entrare nelle aree riservate ai bianchi, dimostrando di avere un lavoro autorizzato.
Era uno degli ingranaggi centrali dell’Apartheid, il sistema di separazione razziale imposto dal 1948 nella Sudafrica: classificazione della popolazione per “razza”, divieto di matrimoni misti, creazione dei bantustan – territori-ghetto formalmente autonomi ma di fatto controllati da Pretoria. Un arsenale normativo che ricorda da vicino altri regimi razzisti del Novecento.
La mobilitazione fu promossa dal Pan Africanist Congress (Pac). L’idea era semplice e potente: lasciare a casa il pass, radunarsi davanti alle stazioni di polizia e farsi arrestare senza opporre resistenza. Una forma di disobbedienza civile ispirata alle pratiche rese celebri da Gandhi e Nehru contro il dominio britannico in India.
A Sharpeville, township nei pressi di Vereeniging, a sud di Johannesburg, si radunarono circa cinquemila persone. Uomini e donne disarmati, determinati a sfidare una legge ingiusta mettendoci il corpo.
Alle 13.15 qualcosa si spezzò. La polizia uscì dalla caserma e aprì il fuoco sulla folla. Sessantanove persone furono uccise, 180 rimasero ferite. Molti colpi raggiunsero i manifestanti mentre cercavano di fuggire. Il panico fu aggravato dall’uso di veicoli blindati e dal sorvolo di aerei a bassa quota.
La versione ufficiale parlò di sassi lanciati contro gli agenti, di giovani reclute sopraffatte dalla tensione, di un improvviso “raptus”. Una spiegazione che torna spesso quando la violenza istituzionale deve essere ridotta a gesto individuale, a perdita di controllo momentanea. Ma la cornice in cui maturò quella strage non fu un impulso: era un sistema giuridico e politico fondato sulla subordinazione razziale.
Nove giorni dopo, il governo proclamò lo stato d’emergenza. Il Pac fu messo al bando. Circa 18mila persone vennero arrestate e interrogate. La repressione non fu un incidente, ma una scelta deliberata per ristabilire l’ordine dell’apartheid.
Il massacro di Sharpeville segnò un punto di non ritorno. La comunità internazionale iniziò a guardare con maggiore attenzione al regime sudafricano. All’interno del Paese, la lotta contro l’apartheid cambiò forma, radicalizzandosi e organizzandosi su scala più ampia.
Ci sarebbero voluti ancora 34 anni perché il sistema crollasse definitivamente, nel 1994, con le prime elezioni democratiche e la fine formale dell’apartheid.
.


