Isernia, 21 agosto 2012: antifascisti condannati per aver contestato CasaPound

Il 21 agosto 2012 a Isernia sette militanti antifascisti vengono raggiunti da un decreto penale di condanna per una protesta organizzata quasi un anno prima contro un’iniziativa di CasaPound. La pena è di otto giorni di reclusione, convertiti in una multa di 1.350 euro a testa. Alla base del provvedimento c’è una norma del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931, emanato durante il regime fascista. La vicenda suscita immediatamente proteste e indignazione, anche perché nel decreto vengono espressamente ricordati gli slogan gridati dai manifestanti: «Il Molise è antifascista» e il canto di “Bella Ciao”.

I fatti risalgono al 29 ottobre 2011. La Provincia di Isernia aveva concesso la propria Sala Gialla per un’iniziativa legata a CasaPound, nonostante le proteste dell’ANPI e di numerose associazioni antifasciste molisane. Il Comitato antifascista aveva quindi organizzato un presidio in piazza Tedeschi. La tensione era alta, ma non si verificarono scontri tra i due schieramenti. A un certo punto una parte dei manifestanti antifascisti si mosse dalla piazza raggiungendo via Graziani, nelle vicinanze del Palazzo della Provincia, dove si svolgeva l’iniziativa.

È questo spostamento a diventare il cuore dell’accusa. Secondo gli accertamenti del Sigos, i sette avrebbero violato le prescrizioni impartite dal questore allontanandosi dal luogo previsto per il presidio. Il pubblico ministero Federico Scioli chiede quindi al gip del Tribunale di Isernia, Maria Luisa Messa, l’emissione del decreto penale di condanna. Nello stesso provvedimento viene però sottolineato che, raggiunte le vicinanze della Provincia, i manifestanti avevano gridato «Il Molise è antifascista» e intonato “Bella Ciao”.

Il paradosso politico è evidente. In una Repubblica nata dalla Resistenza, sette antifascisti vengono condannati applicando una disposizione contenuta nel Regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza costruito durante il fascismo e sopravvissuto, pur attraverso successive modifiche e interventi della Corte costituzionale, nell’ordinamento repubblicano. Non vengono accusati di aggressioni, devastazioni o scontri: il procedimento nasce dalla violazione delle prescrizioni imposte alla manifestazione. Eppure nel decreto entrano anche quelle parole e quella canzone, caricando inevitabilmente la vicenda di un significato politico molto più ampio.

L’ANPI interviene duramente. Il presidente nazionale Carlo Smuraglia sottolinea come durante la protesta non fosse avvenuto alcun fatto violento e critica la disparità tra la tolleranza riservata a un’organizzazione che si definiva dei «fascisti del terzo millennio» e la durezza mostrata verso chi la contestava pacificamente. Anche il Comitato antifascista e antirazzista molisano lancia la campagna “Ad Isernia c’ero anch’io! L’antifascismo non si condanna!”, raccogliendo numerose adesioni in tutta Italia.

La storia, però, non termina nell’agosto del 2012. I sette antifascisti si oppongono al decreto penale e il procedimento prosegue. Bisognerà aspettare più di quattro anni perché arrivi il ribaltamento definitivo: nell’ottobre 2016 il Tribunale di Isernia assolve tutti e sette con formula piena, stabilendo che il fatto non costituisce reato. La condanna che aveva fatto discutere l’Italia viene così cancellata.

È proprio l’esito finale a rendere ancora più significativa la vicenda. Per quattro anni sette persone hanno dovuto affrontare un procedimento penale nato da una contestazione antifascista senza scontri né violenze. Il caso di Isernia diventa così anche un esempio concreto di come le norme sull’ordine pubblico possano trasformare comportamenti legati alla protesta politica in materia penale, lasciando agli imputati l’onere di dimostrare, magari dopo anni, che quel comportamento non costituiva reato.

Resta soprattutto una fotografia quasi surreale: Isernia, 2012, sette antifascisti condannati in primo momento sulla base di una normativa di pubblica sicurezza nata nel 1931, dopo aver contestato CasaPound gridando “Il Molise è antifascista” e cantando “Bella Ciao”. Quattro anni dopo saranno assolti. Ma nel frattempo quella vicenda aveva mostrato ancora una volta quanto lunga sia stata, e continui a essere, l’ombra della legislazione autoritaria sull’ordine pubblico nella storia della Repubblica.

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