Nella notte fra l’1 e il 2 novembre del 1975, Pier Paolo Pasolini veniva brutalmente ucciso, massacrato di botte e travolto a più riprese dalla sua stessa auto, sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, dove poi veniva abbandonato e ritrovato il mattino dopo da una passante. Dopo 49 anni ancora non si conoscono i reali colpevoli, esecutori e mandanti.
Io so. Io so i nomi dei responsabili dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini. “Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero quadro politico, là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.” Così scriveva P.P Pasolini sulle colonne del Corriere della Sera a proposito dei golpe falliti, delle stragi, della strategia della tensione e del paese tutto, esattamente un anno prima di venire ammazzato, nella notte fra l’1 e il 2 novembre 1975, massacrato di botte e travolto a più riprese dalla sua stessa auto, sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, dove poi veniva abbandonato come un cane e ritrovato il mattino dopo da una passante.
Le sue spoglie hanno passato le proprie ultime ore su questa terra, abbandonate su di una spiaggia deserta davanti a un mare d’inverno: un luogo carico di simboli, di malinconia velata, di tristezza e gioia che insieme si infrangono sul bagnasciuga, un luogo di possibilità e di pregnante umanità proletaria. Un luogo perfetto per accompagnare la morte di uno dei più grandi artisti che la nostra storia abbia mai potuto celebrare e che, quasi come in una scrittura cinematografica, è capace di sovrapporre e dissolvere, il sacro con il profano, l’alto con il basso, la poesia con la materialità, come Pier Paolo aveva fatto in tutta la sua vita e in tutta la sua opera poetica, che si parlasse di film, drammi, poesie, romanzi, poemi, quadri, pensieri, saggi o parole. La sua morte raccoglie tutto questo. Una morte orrenda di cui, dopo 44 anni, ancora non si conoscono minimamente i colpevoli, gli esecutori, i mandanti, come tutti i “misteri” irrisolti italiani, di cui Pasolini parlava nei suoi scritti corsari e di cui sapeva nomi e fatti, ma non aveva le prove e nemmeno indizi.
Pasolini e Ninetto Davoli
È Ninetto Davoli a riconoscere il corpo brutalmente massacrato del caro amico, proprio lui un ragazzo di borgata salvato da un destino infame dal suo Pier Paolo, proprio lui volto di numerosi suoi film, proprio lui l’Otello, anzi la marionetta di Otello, protagonista di quel “Cosa sono le nuvole” (quarto episodio di Capriccio all’italiana), in cui nel teatrino i pupazzi si ribellavano al loro destino infame e decidevano di non lasciar morire brutalmente, ammazzata per l’ennesima ingiusta volta, la dolce Ofelia, e così, Ninetto Otello e Totò Jago, vengono trascinati via e buttati, abbandonati su un mucchio di macerie e immondizia, resti marci di una società del consumo oramai priva di umanità. E su quel mucchio di merda, guardando per la prima volta nella sua esistenza il cielo, scopre le nuvole ed esclama “Quanto so’ belle! Quanto so’ belle! Quanto so’ belle!” e con dolce malinconia, quella stessa che si prova camminando all’alba su una spiaggia d’inverno, il compagno Jago risponde “Ah! Straziante, meravigliosa bellezza del creato…”. Chissà, forse Ninetto riconoscendo il corpo martoriato del suo amico, accarezzato dalla brezza di quel presto mattino di novembre, volgendo il suo sguardo al mare e grato per tutto quello che Pier Paolo aveva donato a lui e a tutte e tutti noi, avrà pensato la stessa cosa. Forse.
da fanpage.it



