di Gianni Sartori
La Guerra Civile Spagnola talvolta viene considerata come il preludio, la “prova generale” della Seconda Guerra mondiale. Ma fu anche tante altre cose. In particolare un grande moto collettivo di autodeterminazione. Sia dei popoli oppressi dal colonialismo interno (baschi, catalani…), sia delle classi subalterne iberiche. Uno degli esperimenti più avanzati di emancipazione sociale mai apparsi sul pianeta (per quanto breve sia stato il corto verano). Da tenere a mente nel caso (per quanto improbabile) circostanze simili si dovessero ripresentare…
Nel 1986, in luglio, mi trovavo nei Paesi Baschi (Euskal Herria) per completare una ricerca fotografica sui murales in regioni europee dove, all’epoca, il conflitto sociale si esprimeva con particolare intensità (Irlanda, Catalunya, Corsica e appunto Paesi Baschi).
Partecipai ad alcune manifestazioni dei gruppi ambientalisti-antinucleari (Eguzki contro la centrale di Lemoiz) e della sinistra abertzale (anche se le due realtà in genere si sovrapponevano). Sia a Gasteiz (Vitoria) che a Donosti (San Sebastian) e in alcune località minori (Gernika, Zarautz…) Ricordo in particolare una manifestazione contro le estradizioni – non autorizzata – a Donosti che si concluse con cariche, lacrimogeni, proiettili di gomma sparati dalla Polizia Nacional e anche conqualche sparo di “fuego real”. Con decine di arresti e di feriti.
Oltre ai cittadini baschi alla manifestazione avevano preso parte giovani immigrati spagnoli, solidali dalla Catalunya e dalla Bretagna (Breizh). Oltre a militanti di sinistra francesi, tedeschi (punk, autonomen…), italiani dei Centri sociali…
Per cui, cadendo il 50° del fatidico luglio 1936 (inizio della Guerra Civile Spagnola in cui la maggioranza dei Baschi si era schierata con i Repubblicani contro i fascisti) concludevo un articolo scritto per l’occasione (e pubblicato su Frigidaire con il titolo: ASKATASUNA – LIBERTA’) con un esplicito Buon anniversario Repubblica!
Ora, nemmeno il tempo di voltarsi indietro e di anni ne sono passati quasi altrettanti (solo dieci in meno) di quelli tra l’inizio della Guerra Civile e la manifestazione del 1986. A ormai 90 anni di distanza mi chiedevo se non era il caso di aspettare il centenario per celebrarlo con il conto tondo. Tuttavia l’anagrafe mi suggerisce di non correre il rischio. Non solo arrivarci è un’incognita, ma anche prevedere in quali condizioni.
Quindi (a scanso di inconvenienti) per ora festeggio e celebro il 90°. Poi si vedrà.
Oltre a costituire una sorta di “prova generale” per la Seconda guerra mondiale, la Guerra Civile spagnola è stata altre cose.
Uno scontro tra totalitarismo fascista-monarchico e forze repubblicane democratiche. Ma pure un conflitto sociale tra classi dominanti e subalterne. Rappresentando anche, elemento non certo secondario, la rimessa in discussione dell’autoritario centralismo spagnolo.
Con il secolare braccio di ferro fra l’autonomismo- indipendentismo delle “nazioni senza Stato” della penisola iberica e Madrid.
In particolare per la nazione basca (Euskal Herria) e quella catalana (Paisos Catalans).
Ben presto i generali felloni e golpisti si resero conto che la guerraappena iniziata sarebbe durata a lungo. Aiutati dalla Germania nazista e dall’Italia fascista intendevano troncare le radici del “sovversivismo”;sia quello sociale (in particolare i movimenti sindacali di UGT e CNT), sia quello autonomista.Nei villaggio e nelle città conquistati dalle truppe nazionaliste venne sequestrato ogni documento prodotto dai “rossi”: liste di iscritti ai sindacati, alle associazioni di laici, alle biblioteche popolari; si impadronirono anche dei verbali delle riunioni, comprese quelle delle collettività autogestite e dei consigli comunali. Tutto questo materiale venne portato a Salamanca e l’archivio assunse una precisa funzione repressiva. Alla fine della Guerra Civile venne impiegatoper la repressione, la sanguinaria limpieza politica (e almeno in Euskal Herria anche consapevolmente etnica) praticata dal regime dal 1939 in poi.
In passato si calcolava che i giustiziati (la maggior parte fucilati) tra il 1939 (termine della Guerra civile) e il 1945 siano stati tra i novantamila e i centocinquantamila. Ricerche più recenti (anche per l’individuazione di altre fosse comuni) suggeriscono che il totale potrebbe aggirarsi sulla cifra di duecentomila.
Il golpe militare del 19 luglio 1936 contro la legittima Repubblica venne a interrompereun ampio processo di apertura e modernizzazione della società spagnola (v. anche l’opinionedi Gabriele Ranzato su “la Repubblica come prima modernizzazione della società spagnola”).
Più che dal governo legittimo e dall’esercito lealista la prima immediata opposizione fu quella popolare che operò vittoriosamente da Barcellona ai Paesi Baschi..
Nelle città catalane soprattutto le milizie libertarie (CNT, FAI) che impedirono alle truppe golpiste di uscire dalle caserme e occupare i centri nevralgici.
Mentre toccava ai gudari (i combattenti antifascisti baschi, in gran partelegati al Partito Nazionalista Basco) porsi alla testa del sollevamento popolare nelle regioni basche (ma a San Sebastian furono i soliti anarchici, tra cui Felix Likiniano, a organizzare le prime barricate).
Se lo stato repubblicano faticava a riprendersi, la vita delle popolazioni si riorganizzava su altre basi, soprattutto a Barcellona, a Valencia, a Madrid e nelle campagne aragonesi. Dovunque era presente un forte sindacato, anarchico o socialista. Diversamente nei Paesi baschi prevalse la questione dell’autonomia.
I militari fascisti furono vincitori a Saragozza e Siviglia dove iniziò una dura repressione.
A Barcellona in particolare sarà la componente libertaria a stravincere nelle battaglie di strada e sulle barricate (con la perdita di militanti come Francisco Ascaso). Quella che nelle intenzioni dell’esercito si doveva risolvere con una sfilata per la Diagonal fallisce in pieno. Per una volta la classe operaia sconfiggei militari. Determinante (rispetto a quanto avvenne in Germania e in Italia) il fatto che nella penisola iberica – e non solo in Catalunya – si era consolidata l’attitudine al conflitto sociale, sia con gli scioperi generali che con l’azione diretta.
Diversi cronisti hanno raccontato dell’incontro tra gli anarchici e il presidente della Generalitat Lluis Companys, dirigente dell’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), (v. anche in “La breve estate dell’anarchia” di H.M. Enzensberger).
Companys riconobbe la loro egemonia, mentre da parte loro CNT e FAI decisero di non estromettere il governo catalano.
Si crea un Comitato Centrale delle Milizie Antifasciste, un potere parallelo che organizza in modo orizzontale, volontario le forze popolari. Nel Comitato il ruolo dirigente spetterà inizialmenteagli anarchici i quali collaborano sia con i socialisti che con il neonato PSUC, a egemonia comunista. Oltre alla costituzione delle milizie ha inizio l’autogestione produttiva. Con le collettivizzazioni soprattutto nelle medie e piccole industrie, oltre ai servizi pubblici. Assemblee e comitati degli operai decidono di farsi carico della produzione mentre nei conventi e nelle chiese si insediano gli “atenei libertari”.
In quel momento Barcellona è il cuore pulsante delle maggiori tendenze rivoluzionarie. A fianco della CNT e della FAI si schiera il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista, piccolo partito comunista antistalinista dove militerà George Orwell). Oltre a numerose organizzazioni spontanee che ruotano attorno alla volontà di fondare una nuova società, alla sperimentazione sociale. Leggendo i resoconti di viaggiatori e inviati dei giornali di mezzo mondo, si coglie, palpabile, l’autentica sorpresa di fronte al fervore rivoluzionario della metropoli catalana.
I trasporti sono gratuiti, nei ristoranti in genere non si paga e vige un clima di rapporti umani egualitari e solidali nella prospettiva del “comunismo libertario” teorizzato da Bakunin e Kropotkin.
Invece proprio il PSUC (Partit Socialista Unificat de Catalunya, con un Comitato Centrale autonomo rispetto al PCE) finirà per difendere la proprietà privata.
Nato dopo il 19 luglio 1936 dall’unificazione tra il Partit Comunista de Catalunya, il Partit Català Proletari e la Federaciò Catalana del PSOE, finisce sotto il controllo degli stalinisti in quanto riconosciuto dalla Terza Internazionale. Grazie al rapporto privilegiato con l’URSS che invia sia armi che consiglieri militari (ma pure agenti della polizia segreta), cresce rapidamente in forza e prestigio. Anche -paradossalmente per un’organizzazione comunista – per la scelta di tutelare la proprietà privata contro le collettivizzazioni.
Principalmente per rafforzare i legami con la piccola e media borghesia, indispensabili per vincere la guerra. Mentre i movimenti rivoluzionari vengono accusati diessere “portatori di confusione facendo oggettivamente il gioco dei fascisti”. Con lo scioglimento delle milizie si riesuma il concetto di disciplina (e di gerarchia) e il conflitto viene inquadrato come puro e semplice scontro militare tra eserciti. Si creano reparti militari e i soldati subalterni si ritrovano in condizione di inferiorità rispetto agli ufficiali. In questa deriva termidoriana il PSUC ottiene il sostegno di alcuni settori catalanisti.
E’ possibile che Stalin, contando sull’intervento a fianco della Repubblica delle borghesie europee (Gran Bretagna e Francia), intendesse rassicurarle di fronte all’eccessivo radicalismo espresso dalle masse popolari nei primi mesi della guerra (o della rivoluzione).
Ma non comprendendo quale partita si stesse giocando in Spagna (dove Hitler e Mussolini inviavano truppe, navi, sommergibili e aerei a sostegno di Franco) Londra e Parigi si rifugiarono in un pilatesco “non-intervento”. Passato alla storia come“strategia dell’appeasement”. Teorizzata dal governo britannico (con qualche malcelata simpatia per Franco) e adottata – per quanto obtorto collo – anche dal Front Populaire di Leon Blum.
Recenti studi (v. il fondamentale lavoro di ricerca del compianto Claudio Venza da cui ho tratto dati, notizie, spunti…) su trasporti, elettricità, edilizia e anche sulle fabbriche meccaniche avrebbero confermato che tutto sommato il vasto e impegnativo esperimento autogestionario era riuscito. Operai e contadini avevano dimostrato di essere in grado di gestire l’economia. Anche se,conti fatti, le collettivizzazioni risultarono più praticabili in ambito rurale (Aragona soprattutto). Al punto che la distruzione nell’agosto 1937 delle collettività rurali aragonesi (per mano di Lister) metterà in crisi l’approvvigionamento anche dei combattenti.
D’altro canto la guerra andava troppo per le lunghe e la produzione doveva essere indirizzata verso armi e munizioni. Venuto meno lo spirito rivoluzionario della prima ora, diversi esponenti anarchici finirono per giustificare scelte contrarie ai principi libertari.
Già nel settembre 1936 la CNT partecipa al governo catalano e dopo due mesi quattro militanti anarchici entrano come ministri nel governo centrale di Largo Caballero.
Federica Montseny diventa ministro della Sanità, una delle prime donne in Europa. Qui si occupa di pratiche contraccettive, di aiuto all’autogestione della maternità.
Il nuovo ministro della Giustizia sarà Juan Garcìa Oliver e un altro anarchico, Peirò(operaio del vetro, considerato un “moderato” all’interno della CNT) diventa ministro dell’Industria. Con la sconfitta della Repubblica Peirò si rifugiò in Francia. Catturato dai nazisti verrà riconsegnato a Franco (come Companys). Torturato affinché entrasse a far parte del sindacato verticale ( franchista), rifiutò e venne fucilato nel 1942.
(continua…)


