Il 19 marzo 2011, giorno di San Giuseppe, nel primo pomeriggio iniziarono a rimbalzare le prime notizie: alcuni Mirage francesi avevano colpito le forze regolari libiche fedeli al colonnello Muammar Gheddafi. Era l’inizio ufficiale dell’operazione militare internazionale contro la Libia.
Poche ore dopo, il cielo e il mare del Mediterraneo si illuminarono: missili Tomahawk lanciati da cacciatorpediniere statunitensi colpirono le difese aeree e le basi militari libiche. A essi si aggiunsero i missili Scalp/Storm Shadow lanciati da aerei britannici. L’operazione prese il nome di Operation Odyssey Dawn: “Odissea all’alba”. Un nome che, col senno di poi, suona come una cupa premonizione.
L’intervento si inseriva nel contesto della rivolta libica del 2011, dentro l’onda lunga delle cosiddette “primavere arabe”. Dopo l’approvazione della Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza ONU – che autorizzava una no-fly zone e “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili – prese forma una coalizione guidata inizialmente da Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Pochi giorni dopo, la gestione sarebbe passata sotto il comando NATO con l’operazione Unified Protector.
In prima linea c’era la Francia di Nicolas Sarkozy, alle prese con difficoltà politiche interne e desiderosa di un protagonismo mediterraneo. Con lui il premier britannico David Cameron. A Washington, il presidente Barack Obama diede il via libera, pur mantenendo un profilo formalmente defilato (“leading from behind”, si disse allora).
Anni dopo, Obama avrebbe definito la gestione del “dopo” come un errore, ammettendo di aver confidato troppo in un maggiore coinvolgimento europeo nella stabilizzazione del paese. Un’ammissione che pesa come un macigno.
Per l’Italia la decisione fu particolarmente lacerante. Solo due anni prima, nel 2008, era stato firmato a Bengasi il Trattato di Amicizia e Cooperazione che chiudeva formalmente il contenzioso coloniale tra Roma e Tripoli. Nel 2009 Gheddafi era stato ricevuto con tutti gli onori.
L’allora premier Silvio Berlusconi inizialmente mostrò freddezza verso l’intervento. Ma le pressioni internazionali e istituzionali – a partire dal Quirinale guidato da Giorgio Napolitano – portarono a un riallineamento. L’Italia partecipò fornendo basi e supporto logistico, un contributo decisivo sul piano operativo.
Dietro le quinte, si consumava anche uno scontro diplomatico con Parigi. Berlusconi avrebbe poi ricordato tensioni con Sarkozy, alludendo a interessi energetici e commerciali francesi in Libia e a rivalità geopolitiche nel Mediterraneo.
Si è detto che Odyssey Dawn fu, sul piano strettamente militare, un’operazione “chirurgica”, con un numero relativamente contenuto di vittime civili dirette rispetto ad altri conflitti contemporanei. Ma la storia non si misura solo in conteggi immediati.
Il 20 ottobre 2011 Gheddafi venne catturato e ucciso a Sirte. Con lui crollava un regime autoritario che, tra repressione e rendite petrolifere, aveva garantito per oltre quarant’anni una stabilità forzata. Gheddafi era un dittatore eccentrico e brutale, ma anche l’architrave di un sistema statale che, una volta rimosso, non fu sostituito da istituzioni solide.
È qui che l’“odissea” comincia davvero.
La Libia si è frantumata in milizie, governi rivali, signori della guerra. Il territorio è diventato spazio di competizione regionale e internazionale. Le rotte migratorie si sono moltiplicate, trasformando il paese in uno snodo cruciale dei flussi verso l’Europa. L’Italia si è ritrovata in prima linea, tra emergenze umanitarie e strumentalizzazioni politiche.
Come ha riconosciuto lo stesso Obama, il “day after” non è stato pianificato con la stessa determinazione dell’intervento militare. E a pagare il prezzo sono stati prima di tutto i libici, poi gli equilibri mediterranei, infine l’Europa intera.
A quindici anni di distanza, Odyssey Dawn resta un caso emblematico: l’illusione che la caduta di un regime autoritario produca automaticamente democrazia; la convinzione che la superiorità militare basti a costruire ordine politico; la sottovalutazione delle fratture tribali, regionali e sociali.
Quell’alba del 19 marzo 2011 non segnò la fine di una crisi, ma l’inizio di una lunga instabilità. Per la Libia, per il Mediterraneo, per un’Europa che ancora oggi fa i conti con le conseguenze di quella scelta.
L’“odissea” non fu solo un nome in codice. Fu – ed è – una traiettoria storica che continua a interrogare le responsabilità politiche di allora e le narrazioni che, ancora oggi, provano a presentare le guerre come scorciatoie verso la pace.


