Il 18 luglio 1978, tra Rocca Romana e Pietravairano, nel Casertano, scatta una vasta operazione repressiva contro decine di lavoratori agricoli precari. Sessantaquattro contadini vengono arrestati dopo aver denunciato pubblicamente il sistema di sfruttamento cui erano sottoposti nelle campagne della zona, indicando il ruolo dei caporali, le irregolarità nelle assunzioni e la falsificazione delle giornate lavorative effettivamente prestate.
La vicenda si colloca in una delle aree agricole del Mezzogiorno dove, alla fine degli anni Settanta, il caporalato rappresentava ancora il principale strumento di reclutamento della manodopera. Migliaia di braccianti dipendevano quotidianamente da intermediari privati che decidevano chi avrebbe lavorato, per quante ore e a quali condizioni. I salari erano spesso inferiori a quelli previsti dai contratti, le giornate registrate risultavano meno numerose di quelle realmente svolte e l’accesso alle tutele previdenziali era fortemente limitato.
In questo contesto, un gruppo di lavoratori decide di rompere il silenzio. Le denunce riguardano proprio il meccanismo che consentiva agli agrari di ridurre il costo del lavoro: ore non registrate, giornate agricole cancellate o ridotte e controllo esercitato dai caporali sulla distribuzione dell’occupazione.
La risposta delle autorità non colpisce però gli sfruttatori, bensì gli stessi lavoratori che avevano sollevato il problema. L’arresto di sessantaquattro contadini suscita indignazione nel movimento sindacale e nelle organizzazioni della sinistra, che denunciano un evidente rovesciamento delle responsabilità: invece di perseguire chi trae profitto dal lavoro nero e dallo sfruttamento, vengono colpiti coloro che hanno avuto il coraggio di denunciarlo.
L’episodio rappresenta una fotografia significativa dell’Italia rurale di quegli anni. Mentre nelle grandi città il dibattito pubblico è dominato dal terrorismo e dall’emergenza dell’ordine pubblico, nelle campagne continuano a consumarsi conflitti sociali meno visibili ma non meno duri. La questione della terra, del lavoro agricolo e del potere dei caporali resta infatti una delle grandi ferite aperte del Mezzogiorno.
La vicenda di Rocca Romana e Pietravairano mostra anche quanto fosse difficile, per un lavoratore agricolo precario, denunciare condizioni di sfruttamento. Significava esporsi non solo al rischio di perdere il lavoro, ma anche a conseguenze giudiziarie e repressive. In molte aree del Sud il caporalato non era soltanto un sistema economico, ma un vero meccanismo di controllo sociale capace di influenzare rapporti di lavoro, relazioni politiche e gestione del territorio.


