L’approvazione della legge 26 luglio 1975, n. 354, il nuovo Ordinamento penitenziario, aveva rappresentato una svolta storica. Per la prima volta il carcere italiano abbandonava formalmente l’impianto autoritario del regolamento fascista del 1931 e riconosceva ai detenuti una serie di diritti, ponendo al centro il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena sancito dall’articolo 27 della Costituzione. Ma, a poco più di un anno dalla sua entrata in vigore, gran parte di quelle innovazioni restava ancora sulla carta. È in questo contesto che il 18 agosto 1976 esplode una nuova ondata di proteste nelle carceri italiane. Uno degli episodi più significativi si verifica nel carcere di Perugia, dove i detenuti inscenano una manifestazione per denunciare i ritardi nell’applicazione della riforma penitenziaria e il permanere di condizioni detentive considerate incompatibili con il nuovo quadro normativo. Secondo le cronache dell’epoca, la protesta nasce dal malcontento per la mancata attuazione concreta delle nuove disposizioni previste dall’Ordinamento penitenziario. Molti istituti continuano infatti a funzionare secondo prassi precedenti: poche attività trattamentali, limitate possibilità di lavoro e studio, scarso accesso ai colloqui e condizioni di vita che i detenuti giudicano immutate rispetto agli anni precedenti. A Perugia la tensione cresce fino a sfociare in una protesta collettiva. La risposta dell’amministrazione è immediata. Gli agenti di custodia intervengono per riportare la situazione sotto controllo e lo scontro degenera rapidamente. I detenuti vengono caricati all’interno dell’istituto e la protesta viene soffocata con la forza. Il bilancio parla di numerosi reclusi percossi e di diversi agenti contusi durante gli scontri. La vicenda di Perugia non rappresenta un episodio isolato. Nello stesso giorno il malcontento si estende ad altri istituti di pena. Proteste vengono segnalate nelle carceri di Rimini, Palermo, Catania e Augusta, tutte accomunate dalla medesima rivendicazione: l’effettiva applicazione della riforma penitenziaria approvata l’anno precedente.
Quelle mobilitazioni si inseriscono in un ciclo di lotte carcerarie iniziato già alla fine degli anni Sessanta e proseguito per tutto il decennio successivo. Le rivolte di San Vittore, Poggioreale, Torino, Nuoro, Volterra, Sassari e di molti altri istituti avevano contribuito a rendere evidente la crisi strutturale del sistema penitenziario italiano. Proprio la pressione esercitata da quelle proteste aveva favorito l’approvazione della riforma del 1975. Ma l’approvazione della legge non aveva automaticamente modificato la realtà quotidiana delle carceri.
Molti direttori lamentavano l’assenza di risorse economiche e di personale per dare attuazione alle nuove norme; i magistrati di sorveglianza erano ancora troppo pochi; le strutture continuavano a essere sovraffollate e inadeguate. Per i detenuti, la distanza tra la riforma proclamata e la vita reale dentro gli istituti appariva enorme.
L’estate del 1976 diventa così uno dei momenti di maggiore tensione. Soltanto nei giorni precedenti erano esplose rivolte nei penitenziari di Torino, Poggioreale e Nuoro, mentre nelle settimane successive continueranno proteste, tentativi di evasione e duri interventi repressivi in numerosi istituti italiani. Le autorità parlano di episodi isolati, ma gli osservatori dell’epoca iniziano a riconoscere l’esistenza di un malessere diffuso dell’intero sistema carcerario.
Il 18 agosto 1976 resta così una data significativa nella storia delle carceri italiane. I detenuti non si ribellano contro una nuova legge, ma contro il fatto che quella legge, conquistata anche grazie alle lotte degli anni precedenti, continui a non essere applicata. La repressione della protesta di Perugia e le manifestazioni contemporanee di Rimini, Palermo, Catania e Augusta mostrano quanto fosse difficile tradurre in pratica i principi di una riforma che prometteva un carcere più umano, ma che ancora faticava a entrare davvero nelle celle degli istituti italiani


