Sassari, 15 agosto 1972 – i detenuti chiedono più ore d’aria, la protesta finisce con un violento intervento della polizia

L’estate del 1972 rappresenta uno dei momenti più intensi del ciclo di lotte che attraversa le carceri italiane. Da Volterra a Modena, da Vicenza a Trieste, i detenuti si ribellano contro istituti fatiscenti, regolamenti ereditati dall’epoca fascista, censura della corrispondenza, condizioni igieniche degradanti e trattamenti disumani. Anche il carcere di San Sebastiano a Sassari diventa teatro di una protesta destinata a lasciare il segno.

Il 15 agosto 1972, nel pieno di un’ondata di caldo soffocante, una cinquantina di detenuti, terminata l’ora d’aria, si rifiuta di rientrare nelle celle. La richiesta iniziale è semplice: poter prolungare la permanenza all’aperto per sfuggire all’afa che rende le celle quasi invivibili. Ben presto, però, la protesta assume un carattere più generale. I detenuti chiedono la riforma del codice penale, una profonda revisione del regolamento carcerario e migliori condizioni di vita all’interno dell’istituto.

Secondo le cronache dell’epoca, il direttore del carcere e il sostituto procuratore della Repubblica cercano inizialmente di convincere i detenuti a interrompere la protesta. Di fronte al rifiuto, viene richiesto l’intervento delle forze dell’ordine.

La situazione precipita rapidamente. La polizia fa irruzione all’interno del carcere e procede allo sgombero con la forza. Ne seguono violenti scontri: alcuni detenuti cercano di resistere utilizzando pietre e frammenti di vetro raccolti nel cortile, ma la protesta viene rapidamente soffocata. Molti reclusi vengono picchiati durante l’intervento e numerosi finiscono nell’infermeria del carcere con contusioni e ferite. Dopo oltre un’ora di scontri, i manifestanti vengono ricondotti nelle celle e identificati. I 19 ritenuti promotori della protesta vengono trasferiti nel carcere speciale dell’Asinara, mentre una cinquantina di detenuti sarà denunciata all’autorità giudiziaria.

L’episodio di Sassari non è un caso isolato. Nel corso del 1971 e del 1972 le rivolte carcerarie si susseguono in tutta Italia. I detenuti contestano un sistema penitenziario ancora regolato dal Regolamento del 1931, emanato in pieno fascismo, fondato su disciplina militare, isolamento, censura e rigida separazione dal mondo esterno. Le richieste che emergono nelle proteste sono sorprendentemente simili in tutti gli istituti: più ore d’aria, possibilità di studio e lavoro, abolizione delle punizioni arbitrarie, miglioramento dell’alimentazione, riforma dell’ordinamento penitenziario e maggiore tutela dei diritti fondamentali.

Le rivolte di quegli anni contribuiranno ad aprire un vasto dibattito pubblico sulle condizioni delle carceri italiane. Il movimento di protesta, sostenuto da magistrati democratici, avvocati, intellettuali e da gruppi come Lotta Continua attraverso la campagna contro le “carceri lager”, metterà in luce una realtà fino ad allora rimasta sostanzialmente invisibile all’opinione pubblica.

Tre anni dopo, nel 1975, verrà approvata la legge n. 354, il nuovo Ordinamento penitenziario, che segnerà una svolta introducendo il principio della funzione rieducativa della pena sancito dall’articolo 27 della Costituzione e riconoscendo ai detenuti diritti fino ad allora inesistenti. Molte delle rivendicazioni avanzate durante le proteste del 1972 troveranno, almeno in parte, risposta proprio in quella riforma.

La protesta del 15 agosto 1972 nel carcere di Sassari resta una pagina significativa di quella stagione. Nata dalla richiesta di trascorrere qualche ora in più all’aria aperta durante una torrida giornata estiva, si trasformò in una denuncia complessiva delle condizioni di detenzione e si concluse con una dura repressione, pestaggi e trasferimenti disciplinari. Una vicenda che testimonia come, nella storia penitenziaria italiana, molte delle conquiste sul terreno dei diritti siano maturate anche attraverso il conflitto e il sacrificio di chi, pur privato della libertà, continuò a rivendicare la propria dignità.