Milano, 14 agosto 2009 – Rivolta nel CIE di via Corelli: il “reato di clandestinità” incendia i centri di detenzione

L’estate del 2009 segna uno dei momenti più duri della politica italiana sull’immigrazione. Pochi giorni prima, l’8 agosto, entra in vigore il cosiddetto “Pacchetto sicurezza” voluto dal governo Berlusconi, che introduce il controverso reato di clandestinità e porta da 60 a 180 giorni il periodo massimo di trattenimento nei Centri di identificazione ed espulsione (CIE). Per migliaia di persone rinchiuse nei centri amministrativi italiani la notizia significa una sola cosa: restare in detenzione fino a sei mesi senza aver commesso alcun reato penale, ma esclusivamente in ragione della propria condizione amministrativa.

Le conseguenze non tardano ad arrivare. Il 14 agosto 2009, il CIE di via Corelli a Milano esplode in una rivolta che rappresenta una delle prime risposte collettive alla nuova legislazione.

La protesta nasce quando a quindici trattenuti viene notificata la proroga della permanenza nel centro in applicazione delle nuove norme. Quella decisione scatena la rabbia di decine di persone che da giorni vivono nell’incertezza del rimpatrio e vedono improvvisamente triplicare il tempo di detenzione. I materassi vengono incendiati, alcuni arredi distrutti, suppellettili e oggetti vengono lanciati contro le forze dell’ordine intervenute all’interno della struttura. La polizia antisommossa entra nel centro e, dopo ore di tensione, la protesta viene soffocata. Il bilancio è di 14 arresti, decine di persone trasferite in altri CIE e numerosi contusi. Le accuse rivolte agli arrestati sono violenza e resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato e incendio doloso.

Contestualmente, per alleggerire il centro danneggiato, 48 migranti vengono trasferiti d’urgenza nei CIE di Bari e Brindisi, una pratica destinata a diventare abituale negli anni successivi per spezzare le proteste e disperdere i detenuti tra diverse strutture. La rivolta di Milano non è un episodio isolato. Nel giro di pochi giorni proteste analoghe attraversano l’intero sistema dei CIE italiani. A Gradisca d’Isonzo, in provincia di Gorizia, si registrano tumulti già nei giorni precedenti, tanto che alcuni dei protagonisti vengono trasferiti proprio a via Corelli, contribuendo ad alimentare la tensione. Nelle stesse ore scoppiano proteste anche nei centri di Lamezia Terme e Modena, accomunate dalla stessa rivendicazione: il rifiuto dell’allungamento della detenzione amministrativa introdotto dal nuovo pacchetto sicurezza. Quelle giornate rendono evidente una contraddizione destinata a segnare il dibattito italiano per molti anni. I CIE non sono formalmente carceri, ma luoghi di detenzione amministrativa, dove vengono rinchiuse persone che non stanno scontando una pena per un reato. Eppure, con l’estensione del trattenimento fino a sei mesi, il loro funzionamento si avvicina sempre di più a quello di un istituto penitenziario. Non a caso, proprio in quei giorni il presidente della Croce Rossa Italiana, Massimo Barra, dichiarò che i CIE erano, di fatto, «come carceri», sottolineando come vi fossero rinchiuse persone che «non hanno commesso reati». L’introduzione del reato di clandestinità e l’allungamento della permanenza nei centri rappresentano un passaggio decisivo nella costruzione del sistema italiano di controllo dell’immigrazione. Da strumenti pensati per identificare rapidamente le persone destinatarie di un provvedimento di espulsione, i CIE diventano sempre più luoghi di confinamento prolungato, segnati da rivolte ricorrenti, incendi, scioperi della fame, tentativi di fuga e denunce sulle condizioni di vita al loro interno.

La rivolta di via Corelli anticipa una stagione che si protrarrà per oltre un decennio. Negli anni successivi proteste analoghe interesseranno quasi tutti i centri italiani, fino alla progressiva trasformazione dei CIE negli attuali Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), che ne erediteranno la funzione e molte delle criticità.

Il 14 agosto 2009 resta così una data simbolica nella storia delle politiche migratorie italiane. Non soltanto per i 14 arresti e i trasferimenti disposti dopo la rivolta di Milano, ma perché segna il momento in cui l’inasprimento legislativo del “Pacchetto sicurezza” produce immediatamente il suo effetto più visibile: trasformare la disperazione di persone private della libertà in una protesta collettiva che attraversa contemporaneamente diversi centri di detenzione del Paese.