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Roma, altre minacce di sgombero per gli spazi sociali

Sarebbero altri 6 i centri sociali in pericolo, questa volta tutti con sede nel patrimonio indisponibile del Comune di Roma. Mentre con Cardinal Capranica è ufficialmente iniziata la guerra di Salvini alle realtà dell’autogestione e la Prefetta Pantalone si appresta a presentare una nuova lista degli sgomberi, la Sindaca rimane a guardare.

Il Messaggero del 12 giugno scorso riporta la notizia di altri 6 sgomberi imminenti a Roma.
Stavolta non si tratta di occupazioni abitative né degli spazi sociali riportati nel famigerato elenco della Prefettura con i 22 sgomberi da eseguire con massima urgenza, ma di altri 6 centri sociali che hanno sede in locali del patrimonio pubblico indisponibile del Comune di Roma e, ormai dal 2014, tenuti in condizione di massima precarietà dall’assenza di linee guida sul loro utilizzo e di volontà politica da parte dell’amministrazione.
Si tratta infatti di Esc, Astra, Angelo  Mai, la Torre, il Corto Circuito e l’Intifada, spazi assegnati in Delibera 26 – che dal 1996 ha consentito la proliferazione e l’esistenza dell’autogestione a Roma – la cui riacquisizione forzosa è stata ordinata con la Delibera 140 durante la Giunta Marino, è passata per le forche caudine del commissariamento Tronca ed è finita nel pantano politico della Giunta Raggi.

Vale la pena ricordare forse che la vicenda scaturisce da un’inchiesta per danno erariale nei confronti dei dirigenti del Comune di Roma istruita da un giudice della Corte dei Conti e ormai conclusa confermando la legittimità delle assegnazioni e, in mancanza di titoli, di utilizzo da parte di soggetti sociali che ne preservino l’integrità e l’utilizzo. Conferma inoltre l’impossibilità della messa sul mercato di tali immobili e quindi l’illegittimità della richiesta di canoni di mercato.

Malgrado ciò, la contestazione dei debiti imputati agli spazi sociali tornano oggi ad essere l’escamotage per minacciare lo sgombero e per costruire mediaticamente lo scandalo del debito dell’autogestione nei confronti della città. Così come anni fa hanno subito l’onta di esser confusi con affittopoli, oggi l’indebita riscossione di canoni non dovuti minaccia di nuovo i laboratori di partecipazione e autogoverno in territori aggrediti dalla deriva razzista, fascista e criminale, dalla speculazione e dall’abbandono.

In tutto questo tempo, l’emergenza è rimasta tale e non ha trovato una soluzione, non è mai stato chiaro fino in fondo, infatti, il posizionamento della maggioranza 5 Stelle sul tema, divisa come appare tra partecipazione e legalitarismo, centralizzazione e incapacità di governo, trasparenza millantata e conflittualità interna. Sta di fatto che a fronte dell’immobilismo politico sono l’apparato amministrativo e la Prefettura a dettare priorità, tempi e condizioni, e di fatto, a governare la città.

I 6 spazi si aggiungono agli altri 22, dunque, mentre la Sindaca sta a guardare.
La questione annosa dell’emergenza abitativa e sociale della città non ha trovato nel Campidoglio alcuna risposta, nei confronti dei soggetti che l’hanno animata e che hanno costruito proposte e alternative abbiamo visto solo inadeguatezza, indifferenza quando non aperta ostilità.
Ora che Roma è più che mai trascinata in uno scontro politico nazionale senza esclusioni di colpi che la investe come teatro e posta in gioco, questa assenza di azione rischia di essere fatale non solo alla città ma anche alla Giunta e di diventare strumento utile per fare piazza pulita degli avversari politici ma anche di quel tessuto sociale e politico che continua a pulsare in una città priva di risorse e punti di riferimento.

La sfida della Giunta Raggi e del M5S sembra definitivamente fallire sullo stesso terreno su cui aveva raccolto consenso: non aver corrisposto fiducia alla città, alla sua capacità di resilienza, con un vero investimento democratico, con il sostegno e il riconoscimento dell’attivazione diffusa, delle pratiche di autogoverno e autogestione.

Con Decide Roma nel pieno della crisi del debito che minacciava – e minaccia ancora – la città, si era correttamente individuato il limite del “pubblico” indicando quindi come unica prospettiva possibile quella dell’uso comune, dei beni comuni urbani, della partecipazione anche nella ridefinizione dei servizi. Gli spazi sociali hanno trovato la strada sbarrata da parte della giunta Raggi, ciò che rimane oggi della novità a 5 Stelle è la parodia, mortificante e neutra, della partecipazione. Oggi la mannaia degli sgomberi e della desertificazione è pronta a scattare sulla città, attivata dal Ministero degli Interni, e ci riconsegna intatta la posta in gioco: Roma Non Si Chiude non è dunque uno slogan, ma un impegno che dobbiamo assumerci tutti.

da DinamoPress

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