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Repressione in Nicaragua, dove il sandinismo è ormai solo un ricordo

Aspre proteste contro una riforma del sistema pensionistico scatenano una grave repressione. Il governo di Ortega alla fine fa marcia indietro e ritira le leggi proposte

Sono stati giorni di grandi proteste e forte repressione in Nicaragua, il piccolo paese centroamericano dimenticato da molti e ignoto ai più. Il bilancio finale parla di un numero impressionante di vittime, venticinque, incluso un giornalista colpito da proiettile mentre faceva una diretta facebook, unite a decine e decine di arresti.

Il Nicaragua rappresentò negli anni ‘80 la rivoluzione della speranza, una vera insurrezione popolare che era riuscita a sconfiggere un feroce dittatore filostatunitense, Somoza, che aveva sanguinosamente dominato il paese per decenni. Una rivoluzione che aveva dimostrato che era possibile ribellarsi al potere statunitense in America Latina, per quanto questo fosse feroce e violento, e che si poteva vincere.

La rivoluzione sandinista (così chiamata da Sandino, rivoluzionario nicaraguense dei primi del 900)  durò dal 1979 al 1990 ed era realmente popolare, capace di tenere assieme politici, decine di poeti, intellettuali, preti della teologia della liberazione. Fu motivo di ispirazione e motivazione per decine di attivisti di tutto il mondo che visitarono il paese e costruirono legami di solidarietà importanti. Inaugurò politiche sociali e pubbliche che risollevarono la popolazione, duramente colpita dagli anni della dittatura. Negli anni della rivoluzione per il paese transitarono intellettuali del calibro di Günther Grass, Harold Pinter, Gabriel García Márquez, che venivano a conoscere questo esperimento sociale estremamente avanzato, libero dalla protezione delle grandi potenze del tempo. I Clash intitolarono il loro quarto album nel 1980 Sandinista! Tuttavia la Contra, famigerato gruppo paramilitare controrivoluzionario addestrato e finanziato dalla CIA, alla fine vinse. Riuscirono a seminare terrore per il paese per anni e alla fine i nicaraguensi votarono a destra, nel 1990. Sì, la rivoluzione fu sconfitta con il terrore prima e poi con il voto perché i sandinisti scelsero di rimanere una repubblica pluralista, fino a pagarlo con la perdita del governo.

Durante gli anni ‘90, trascorsi all’opposizione, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale perse molte delle sue figure più emblematiche, dalla scrittrice Gioconda Belli ai poeti Sergio Ramirez ed Ernesto Cardenal, un sacerdote che aveva fondato un movimento di comunità cristiane di base. Alcuni di questi promossero una scissione, il MRS, Movimento di Rinnovamento Sandinista, altri semplicemente si ritirarono dalla vita politica, non condividendo la linea che veniva tenuta dal partito.

Rimase a governo del partito Daniel Ortega, che condusse una lenta involuzione accentratrice, burocratizzante e liberista, sia della visione politica che degli strumenti di gestione del partito. Il suo partito è tornato al potere dal 2006, dopo aver vinto due elezioni in cui è stato oggetto di critiche per possibili brogli, ha insediato alla carica di vicepresidente la moglie e ha ottenuto il controllo quasi completo dei media, un fatto che non era accaduto neanche immediatamente dopo la presa al potere del 1979.

È questo il contesto che bisogna ricordare per comprendere i terribili fatti di queste ultime settimane. Ortega ha proposto una riforma pensionistica che aumenta i contributi da versare e diminuisce il valore finale delle pensioni. Se i primi a protestare sono state le classi imprenditoriali, in pochi giorni la protesta vera e propria ha coinvolto quelle popolari, direttamente colpite dal provvedimento. In particolar modo sono state proteste dominate dalla popolazione giovanile, che hanno avuto nelle università un terreno di crescita importante.

Ortega si è rifiutato di dialogare con gli studenti e ha pattuito, dopo una settimana di grandi proteste, il ritiro della riforma con la classe imprenditoriale, sua forte alleata nelle politiche pubbliche. Ha inoltre detto che i giovani che hanno condotto la rivolta sono solo delinquenti finanziati dagli Stati Uniti. Peccato però che nelle strade tra gli slogan più cantati ci fosse “El pueblo unido, jamas serà vencido” degli Intillimani, non esattamente una canzone reazionaria.

In molti credono che la rivolta abbia avuto un significato ben più ampio della riforma pensionistica. Potrebbe essere il segnale che testimonia che ormai sta crescendo tra la popolazione nicaraguense l’insofferenza profonda per un governo che solo nel nome ricorda la storia rivoluzionaria del paese, ma nei fatti è lontano da bisogni e istanze sociali.

da DinamoPress

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