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Il razzismo in Tv di alcuni commentatori sportivi della Rai

La brutale insensatezza del messaggio che alcuni commentatori del servizio pubblico diffondono

Il 13 dicembre scorso la Rai trasmetteva in diretta la partita di Coppa Italia di calcio Fiorentina-Sampdoria. Accanto al telecronista sedeva l’ex calciatore Eraldo Pecci, in qualità di commentatore. Sul risultato di 2-1 per la squadra ospitante, Pecci si è avventurato in una riflessione che di tecnico aveva poco, ma che rifletteva la sua visione del mondo e di come le persone ci vivono. Partendo da un errore di gioco commesso da un giocatore di origine africana, Pecci ha esposto un pensiero scioccamente razzista. Il cronista accanto a lui ha fatto finta di nulla, forse condividendolo.

Le parole di Pecci meritano di essere riportate per intero, per comprenderne il significato e le implicazioni che hanno per il discorso pubblico attorno ai temi del multiculturalismo e più in generale sulla società in cui viviamo. Pecci ha detto: «Ci sono questi giocatori africani che hanno un sacco di possibilità, di caratteristiche positive, però spesso perdono le partite o non le vincono per distrazione, sbagliano sempre. Evidentemente è nel DNA la poca concentrazione».

Prima di chiedersi come è possibile che nel 2017, non nel 1937, il servizio pubblico veicoli tali pericolose idiozie è opportuno rammentare che appena due anni fa l’ex calciatore Stefano Eranio venne licenziato dalla Televisione della Svizzera Italiana dopo un commento speculare: «I giocatori di colore spesso fanno certi errori e li fanno perché non sono concentrati. Sono potenti fisicamente, però quando c’è da pensare spesso e volentieri fanno di questi errori». Nel comunicato diffuso il giorno successivo alla partita, i dirigenti dell’emittente svizzera definirono il commento di Eranio «del tutto incompatibile con le regole e la deontologia del Servizio pubblico» e interruppero la collaborazione.

«Cosa capiscono di cricket quelli che capiscono solo di cricket?»

C.L.R. James

Quello del commentatore è un mestiere apparentemente semplice: uno è chiamato a condividere il suo bagaglio di esperienze e conoscenza maturato sul campo con un pubblico di appassionati. In realtà, nel corso degli anni molti calciatori dal passato illustre si sono impegnati in questo ruolo con alterne fortune e non pochi imbarazzi. Parlare alla Tv per novanta minuti richiede una certa dialettica, che non tutti possiedono. Ma anche chi riesce a parlare scioltamente, rischia di fare delle brutte figure se i suoi strumenti culturali sono limitati e se il suo orizzonte di interessi non va oltre il gioco del calcio. L’intellettuale caraibico C.L.R. James, una delle figure più influenti nel dibattito post-colonialista del secondo dopoguerra, grande appassionato di cricket, ebbe a scrivere: «Cosa capiscono di cricket quelli che capiscono solo di cricket?».

Il problema di Pecci, Eranio, e soprattutto della Rai, a questo punto, è che probabilmente non riescono a cogliere la brutale insensatezza del messaggio che diffondono. Visto che solo di calcio forse capiscono gli si potrebbe obiettare che la storia dello sport moderno, calcio incluso, è stata scritta anche da numerosi atleti neri e africani. Molti hanno giocato in difesa, come Thuram, capitano della Francia e campione del mondo. Alcuni tra i calciatori più pagati al giorno d’oggi sono neri e giocano in posizioni di regia, come Pogba e Yaya Tourè.

A chi non si interessa di calcio queste possono apparire disquisizioni superflue. Purtroppo, la storia dello sport di squadra ha offerto molti esempi di quello che la sociologia britannica e statunitense definiscono come stacking. È l’utilizzo di giocatori neri in posizioni dove non è essenziale la capacità di decisione e di regia. Per lungo tempo, dagli anni cinquanta e fino agli anni novanta, i giocatori neri, africani e non, venivano impiegati principalmente in difesa, in posizioni laterali, o in attacco. Come Pecci ed Eranio (e la Rai) molti allenatori ritenevano che i neri fossero potenti fisicamente, ma non intellettualmente all’altezza per ruoli di leadership.

Questo non deve sorprendere, il discorso razzista dominava e per certi versi domina ancora le relazioni sociali, la cultura, l’istruzione, il mondo del lavoro in molti paesi. Lo sport non poteva esserne escluso. Allo stesso tempo, tuttavia, proprio lo sport ha offerto delle opportunità alle minoranze etniche dei paesi occidentali di smontare queste ideologie o almeno di esporne l’insensatezza. L’idea che i neri difettino di intelletto è un pregiudizio, ma diversamente da altri, è un pregiudizio che ha condizionato la storia di milioni di persone, condannate ad un ruolo subalterno in base a semplici caratteristiche somatiche e alla loro origine etnica.

Sarebbe importante che la Rai riflettesse su questo. Ai dirigenti dell’emittente pubblica e allo stesso Pecci si può consigliare la lettura del libro scritto da Lilian Thuram, Le mie stelle nere (ADD Edizioni, 2013). È scritto da un ex calciatore ma non tratta di calcio. In maniera divulgativa, aiuta a far capire che i pregiudizi razziali non hanno alcuna base logica o scientifica, e non possono aver posto nella società odierna. Il colonialismo e l’imperialismo, compresi quelli italiani, hanno sviluppato e alimentato il discorso razzista. Forse la Rai dovrebbe fare uno sforzo per spiegarlo al pubblico, e ai suoi collaboratori.

Max Mauro da il manifesto

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