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Coronavirus, positivi detenuti e agenti: dal 41 bis alle celle sovraffollate

Sono 22 i detenuti positivi al Covid 19, tra i 41 bis e quelli in alta sicurezza reclusi nel carcere di Tolmezzo., ma potrebbero essere molti di più. Non solo tre, come invece risultava dall’ultimo report del Dap consegnato ai sindacati della polizia penitenziaria. I dati, ma quelli giusti, provengono dal provveditorato regionale di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. Accanto ai detenuti, risultano positivi anche 16 agenti penitenziari. Parliamo, quindi, di un focolaio importante.

Ma ci sono numerosi avvocati che polemizzano su come sia stato gestito inizialmente il contagio. Con l’aggiunta che alcuni familiari non sono stati messi a conoscenza dei loro cari positivi al Covid. Ancora adesso, mentre va in stampa il giornale, ad esempio c’è l’avvocato Valerio Vianello che non ha avuto risposta alle pec in merito a tre suoi assistiti. Ma c’è anche il caso dell’avvocata Sara Peresson che ha segnalato a Rita Bernardini del Partito Radicale il fatto che lei stessa è in isolamento in attesa dell’esito del tampone. Perché? È stata a colloquio con diversi suoi assistiti al 41 bis, ora risultati positivi, a cui era stato detto che era una semplice influenza. «Se il mio tampone fosse positivo – dice con amarezza l’avvocata Peresson – sarei stata contagiata non al supermercato, ma nel luogo che ritengono più sicuro: ovvero il 41 bis. Comunque un mio assistito mi ha appena comunicato che lui e altri in As. hanno parlato e, qualora fossero positivi, vorrebbero mettersi a disposizione, una volta guariti, per donare il plasma».

Ma Il Dubbio ha potuto visionare anche un esposto presentato dallo studio legale Cesare Vanzetti che fa una pesante denuncia. «Tutta la catena di controllo all’interno del carcere – si legge nell’esposto indirizzato alla magistratura di sorveglianza di Udine è clamorosamente saltata: mi ha riferito in data odierna ( 17 novembre, ndr.) uno dei miei assistiti di essere positivo al Covid, di essere sintomatico ( febbre, dolori articolari ed altri sintomi affini), e di non essere isolato». Non solo. Aggiunge anche che «è a conoscenza della sua positività da 4 giorni e il suo compagno di cella continua a condividere con lui un’angusta stanza di 10 mq ( arredi compresi) per tutto il giorno; a oggi ( 17 novembre, ndr), inoltre, il compagno di cella non è neppure stato sottoposto ad alcun test volto ad accertare la sua positività». Risulta che attualmente i detenuti positivi con sintomi vengono curati secondo un piano preventivo farmacologico. Non si limitano alla semplice tachipirina, ma il dipartimento sanitario competente somministra un incrocio di tre farmaci: antibiotico, cortisone e l’eparina per prevenire coaguli e trombosi al livello polmonari. I controlli medici vengono effettuati due volte al giorno e poi al bisogno. Anche di notte sono reperibili. Quindi la situazione, dal punto di vista sanitario, ora è sotto controllo.

MORTI GIÀ TRE DETENUTI IN MENO DI UN MESE

Ma il problema, in generale, è grande. Il virus ha fatto breccia nei 41 bis di almeno due istituti penitenziari. Quello più problematico è il carcere milanese di Opera dove sono finiti in terapia intensiva alcuni detenuti con gravi patologie pregresse, tra cui un malato terminale in custodia cautelare al carcere duro. Ma più in generale la seconda ondata è di fatto più devastante di quella iniziale. Sono già tre i detenuti morti per Covid. Il primo decesso, come riportato da Il Dubbio, è avvenuto il 29 ottobre nel carcere di Livorno dove attualmente c’è un focolaio. Era un ergastolano ultraottantenne con patologie pregresse. Durante la prima ondata gli rigettarono l’istanza per i domiciliari. Solo per caso riuscì a passarla indenne. Ma con la seconda ondata alla fine il contagio è arrivato, e il cuore non ha retto. Il secondo morto per Covid c’è stato il primo novembre. Ma questa volta al carcere “Don Soria” di Alessandria. Aveva 71 anni, patologie pregresse, ed era stato ospedalizzato perché la sua salute si era aggravata. Non ce l’ha fatta. Da pochi giorni è arrivata la terza morte, questa volta riguarda un detenuto recluso al carcere campano di Poggioreale. L’uomo, 68enne, presentava sintomi ed era affetto da patologie pregresse. Trasferito al Cardarelli, dopo essersi aggravato, era stato trasferito all’ospedale dei Colli.

LA FAMOSA ORDINANZA DEL DAP POTREBBE TORNARE UTILE?

Tutte queste morti hanno un unico filo denominatore: erano detenuti con patologie pregresse. Motivo per cui la “famigerata” nota circolare del Dap messa all’indice prima da l’Espresso e poi dal programma

Non è l’arena di Massimo Giletti, ritorna utile. Il Dubbio ha dato notizia che a giugno il Dap l’ha revocata perché «il numero dei ristretti positivi al Covid – 19, pari oggi a 66 persone su poco più di 53.000 detenuti, è in costante diminuzione. Negli istituti penitenziari risultano in atto protocolli di prevenzione dal rischio di diffusione del contagio», quindi, conseguentemente «si dispone la sospensione dell’efficacia delle disposizioni impartite con la nota n. 95907 del 21 marzo 2020».

Ora però i contagi, tra personale e detenuti, stanno raggiungendo se non superando i 2000 casi. Numeri maggiori rispetto alla prima ondata. Ci sarà il buon senso e coraggio da parte del Dap? Quello volto nel mettere nuovamente nero su bianco le disposizioni per la comunicazione alla Autorità giudiziaria, dei nominativi dei ristretti in condizioni di salute tali da comportare un elevato rischio di complicanze in caso di contagio? Nel frattempo le carceri sono piene e il protocollo sanitario per isolamento e cura è di difficile applicazione. Occorre ridurre. Sono giorni che c’è Rita Bernardini e Irene Testa del Partito Radicale in sciopero della fame per chiedere misure efficaci. Dall’amnistia alla liberazione anticipata speciale. Con loro, a staffetta, stanno partecipando diverse autorevoli personalità tra i quali, oltre al già senatore Luigi Manconi e lo scrittore Sandro Veronesi, anche Roberto Saviano e Alessandro Bergonzoni. Ma non manca nemmeno la partecipazione di attivisti, persone comuni e da poco è arrivata l’adesione di un numero consistente di detenuti del super carcere di Sulmona. Le istituzioni sapranno accettare di intraprendere questo necessario dialogo chiesto con la non violenza?

Damiano Aliprandi

da il dubbio

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