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Mafia capitale. i poliziotti “a disposizione” di Carminati

Un capitolo a parte, nell’inchiesta romana, riguarda i poliziotti complici di Carminati & co. Soltanto gli ingenui potevano pensare che uomini delle “forze dell’ordine” fossero più affidabili, o fedeli alla legge e al giuramento prestato, rispetto ai “politici” di breve o lungo corso.

E soltanto gli immemori possono non ricordare che la stora di questo paese trabocca di “ottimi rapporti” tra polizioti, fascisti, carabinieri, militari, e anche parecchi magistrati. Del resto un curriculum come quello di Carminati non sarebbe stato neppure pensabile per un “delinquente” o un “terrorista” normale. Ovvero senza protezion altissime, in grado di risolvere tutte le magagne che un mestiere così rischiosa inevitabilmente comporta. Forse un riassunto del curriculum de “il nero”, fatto da Gramellini su La Stampa, può aiutare a capire la dimensione del problema:

scorriamo insieme la fitta biografia del cinquantaseienne Massimo Carminati, alias Il Nero di «Romanzo Criminale», figura di punta della retata di malviventi che hanno regnato su Roma negli ultimi anni, grazie al silenzio tremebondo e in certi casi al sostegno convinto della classe politica locale.

Picchiatore neofascista ai tempi della scuola. Terrorista nei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar). Esperto nello spaccio e nell’uso di esplosivi. Accusato dell’omicidio di due giovani militanti della sinistra milanese, Fausto e Iaio. Protagonista di una famosa rapina alla Chase Manhattan Bank dell’Eur. Killer affiliato alla banda della Magliana, tanto che il suo nome ricorre in decine di stragi, assassini e rapine, nonché in due omicidi avvenuti nel mondo delle scommesse dei cavalli (una delle vittime cementificata, l’altra stesa direttamente in sala corse). Accusato per il delitto Pecorelli e per un tentativo di depistaggio relativo alla strage di Bologna. Ferito gravemente alla testa durante uno scontro con la polizia, mentre tentava di espatriare illegalmente in Svizzera. Custode di un deposito di armi nascosto nientemeno che dentro il ministero della Sanità. Dedito nel tempo libero a traffico di stupefacenti, estorsioni e riciclaggio. Imputato, e condannato, per associazione a delinquere di stampo mafioso. Indagato per un furto nel caveau del Palazzo di Giustizia di Roma. Coinvolto nello scandalo del calcio scommesse. Il 2 dicembre 2014 viene arrestato…

Ma perché, fino a ieri dov’era?

Appunto… Diamo per scontato che diverse delle accuse rivoltegli nel corso di quasi 40 anni siano state degli errori giudiziari o giornalistici, perché non crediamo ai Rambo né che quasi tutto quello che è avvenuto in Italia nel frattempo sia stata opera di pochi uomini. Resta comunque una quantità tale di “fattispecie”, tutte peraltro sanzionate da pene teoricamente semi-eterne, da rendere inspiegabile il fatto che Carminati sia stato così spesso rilasciato in libertà.

Comincia a circolare ora sui media una ricostrzione di alcune di queste “protezioni”. Siamo ancora al mondo spicciolo, o “di sotto”, a qualche poliziotto “disponibile” per dargli informazioni, anche su indagini che lo riguardano. Nulla, comunque, rispetto a quel che serve per andare prosciolti in così tante indagini e assolti o quasi in così tanti processi. Per quello, notoriamente, servono solidi rapporti con i servizi segreti (quelli “regolari”, perché i “deviati” sono stati una semplificazione politica e giornalisticoa molto di comodo); e attraverso questi con i livelli più alti dell’amministrazione dello Stato. O di quel che ne resta…

Naturalmente, speriamo anche che le “forze dell’ordine” non chiedano questa volta di “tener riservati” nomi e ruoli degli uominiche hanno trovato normale lavorare per “il nero”. La loro credibilità, già bassina, scenderebbe sottozero.

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«Stai attento, sei sotto indagine». Quelle soffiate degli agenti al boss

Giovanni Bianconi – dal Corriere della Sera

L’hanno preso con quasi quarantott’ore d’anticipo, perché temevano che potesse scappare. Dalle intercettazioni degli ultimi giorni Massimo Carminati pareva consapevole dell’arresto imminente, e forse stava organizzando una fuga preventiva. Per questo la Procura ha fatto eseguire ai carabinieri del Ros un fermo per ipotetico possesso di armi, completo di perquisizione, in attesa di procedere con l’arresto per «Mafia capitale» insieme agli altri inquisiti. Una mossa per evitare la beffa da parte di un personaggio che nei colloqui registrati ha mostrato una specie di fissazione per i controlli nei propri confronti; sapendo di essere il principale bersaglio di un’inchiesta durata anni e che a Roma era da tempo sulle bocche di tanti.

La targa della questura

Il 4 ottobre dello scorso anno, gli investigatori che tenevano sotto osservazione la stazione di servizio di corso Francia – zona nord di Roma, considerata da Carminati una sorta di ufficio – hanno visto arrivare un’Alfa Romeo 156 con una targa risultata intestata alla questura di Roma. Ne sono scesi due uomini, non ancora ufficialmente identificati; presumibilmente due poliziotti che sono stati intercettati mentre parlavano con l’ex estremista nero riciclatosi nelle file della criminalità comune, e oggi accusato di essere a capo di un’associazione mafiosa.

Nel corso della conversazione uno dei due dice a Carminati: «Perché adesso, te stai sotto indagine…». E l’altro: «Oppure, per dire, che devi… devi evita’… devi evitare». Commento dell’interessato: «È un casino…». Poi la conversazione prosegue sui burrascosi trascorsi di Carminati, quando era «un pischello», un soldato della destra sovversiva che combatteva lo Stato, e lui conclude: «Adesso so’ un vecchietto…». Uno dei due interlocutori gli chiede se è vero che sparò a un poliziotto, e quando Carminati conferma si lascia andare: «Però so’ affascinato…». L’ex «pischello» rivendica: «quella è la storia nostra… hai capito? Erano altri tempi», e l’altro, sempre più rapito dai ricordi del guerrigliero tramutatosi in bandito, confessa: «Io starei due giorni a sentirti…». Anche perché «non sei stato un santo, però manco sei stato…». E salutando dice: «Massime’, è sempre un piacere».

Massimetto la guardia

Un rapporto cordiale, come quello con un altro agente di polizia soprannominato «Massimetto la guardia» il quale – riassumono i magistrati – «si rendeva spesso disponibile al reperimento di materiale elettronico di consumo e di piccoli elettrodomestici, che spesso venivano consegnati alla stazione di rifornimento». Un anno fa di questi tempi, dopo aver trattato con «Massimetto», Carminati riferiva a un presunto complice «di avere la possibilità di ordinare 10 iPad e 10 iPhone, da usare per dei regali di Natale ad alcuni dirigenti comunali compiacenti».
Le segnalazioni di possibili arresti ai suoi danni, in quello stesso periodo, portarono qualche amico a fargli sapere che era meglio restare in Inghilterra dov’era andato a trovare il figlio, ma lui volle rientrare per rendersi conto di quel che stava succedendo, come riferisce il suo «socio occulto» Buzzi in una telefonata: «È dovuto rientrare di corsa perché sembrava che lo dovevano arresta’… per la storia delle bische clandestine, che lui non c’entra niente». Allora preferì affrontare direttamente il rischio, che evidentemente riteneva basso; a maggio scorso, invece, sempre Buzzi racconta che «Massimo s’è fatto già la tomba… poveraccio… Lui è sicuro che lo arrestano… il pubblico ministero ha fatto la richiesta per l’arresto di settanta persone e tra le settanta c’è pure lui… l’hanno avvisato…. però… non si vuole fa’ trova’ a casa».

Le bonifiche

Una riprova dell’attenzione quasi maniacale ad evitare le intercettazioni (senza riuscirci) sono le ripetute «bonifiche» ordinate nei luoghi in cui sospettava ci fossero microspie: dallo studio dell’avvocato Pierpaolo Dell’Anno (dove la cimice fu effettivamente scoperta e lasciata al suo posto per non mettere in guardia gli investigatori che ne avevano piazzata un’altra nel corridoio, grazie alla quale registrarono tutto), all’utilizzo nell’ufficio di Buzzi del jammer, il «disturbatore di frequenze» che doveva impedire eventuali intercettazioni. «Intanto ti porto un coso… un jammer… – diceva Carminati all’amico -. Lo mettiamo qua lo attacchiamo così quando uno è… lo accende e vediamo… qui i telefonini pure se son accesi…». Perfino un furto perpetrato nella sede di un altro ufficio frequentato dagli indagati fa temere al presunto boss un pretesto per nascondere microfoni: « Faglie fa’ una bella bonifica… guarda dentro le cose, dentro tutte le placche… faglie smonta’ le plastiche». Per i cellulari il presunto boss aveva predisposto schede «dedicate», un numero riservato per ogni interlocutore, in modo da ridurre al minimo il pericolo di farsi registrare. E temeva microspie anche in macchina lanciandosi nella ricerca nei posti più nascosti della vettura: «Devi smontare là sotto e guardare – spiegava a un amico coinvolto nell’indagine -. Mandi la cosa…. poi quando lo voi… me lo dici… annamo dall’amicuccio mio…». E si lamentava di dover fare i conti con tutte queste precauzioni: «È pazzesca ‘sta cosa, sta diven tando un brutto vivere qua…».

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Mafia Capitale/1 L’evoluzione in sistema criminale della Banda della Magliana anche senza l’attesa di un “messia” di destra

Roberto Galullo – da IlSole24Ore

Ha ragione Giuseppe Pignatone, capo della Procura di Roma, che quella portata alla luce non è “la” mafia ma “una” mafia.

I romani lo sanno bene e lo sanno dai tempi della Banda della Magliana. Già allora Cosa nostra (la ‘ndrangheta non era ancora quella di oggi) bussava a casa loro per fare affari e, sia ben chiaro, chiedeva permesso. Sapeva, come sapevano i romani, che quelli della Banda della Magliana avevano nel loro codice genetico i cromosomi che avrebbero caratterizzato sempre più la stessa Cosa nostra e la ‘ndrangheta. Cromosomi che si chiamavano (e si chiamano) politica, servizi deviati, eversione di destra, massoneria deviata (strano che in “Mondo di mezzo” non appaia ma forse solo per il momento) e professionisti al soldo. In nuce e poi nell’evidenza esplosiva, quindi, la Banda della Magliana aveva già raggiunto quell’evoluzione in sistema criminale che oggi la Procura di Roma ri-riconosce, seppur con un naturale e ovvio tasso di novità e originalità, nell’organizzazione sbancata con l’indagine dei Ros dei Carabinieri, coordinata da Luca Tescaroli, Paolo Ielo e Giuseppe Cascini sotto la supervisione dello stesso Pignatone e dell’aggiunto Michele Prestipino Giarritta.

Questa mafia, battezzata “Capitale”, da sempre a Roma è quella più subdola e pericolosa e a poco importa ai romani e agli italiani tutti che i protagonisti non siano stati (finora) ri-riportati alla sbarra: sapevano e sanno che, pur in assenza di un processo per 416-bis che ne riconosca fino a eventuale terzo grado di giudizio le stimmati di mafia, a Roma agiva e agisce una batteria mafiosa che ha tentacoli ovunque a partire dalla politica. Ovviamente non solo quella locale.

Per questa “Mafia Capitale” di matrice a destra (all’epoca, con la Banda della Magliana, eversiva), è stato facile, facilissimo incunearsi ufficialmente e, al tempo stesso, silenziosamente, nei gangli vitali dell’amministrazione capitolina. Per un gioco del destino, infatti, molti protagonisti di quegli ambienti intranei o contigui alla Banda, si sono ritrovati con un regalo improvviso: un sindaco e una Giunta che da destra veniva e che a destra ha guardato per piazzare le pedine fondamentali in posti chiave. Tra queste pedine, secondo la ricostruzione della Procura, molti protagonisti di una stagione sporca che a Roma, sia chiaro a tutti, non si è mai conclusa e fa strano pensare che, fino a pochi mesi fa, magistrati, investigatori e analisti che seguirono passo dopo passo la Banda della Magliana fino a perseguirla e colpirla, scrivevano e raccontavano con insistenza che quella stagione era morta e irripetibile. Solo chi non conosce Roma poteva dire una cosa del genere: la Capitale corrotta e corruttrice non poteva e non può fare a meno di quella stagione perché tonifica e gonfia gli affari sporchi attraverso l’unica chiave di volta: la politica che a Roma è vita e morte.

Che Gianni Alemanno fosse pedina di questo meccanismo sta alla pubblica accusa sostenerlo e ai giudici decidere ma certo fa specie pensare che il primo cittadino della Capitale abbia aperto i varchi e poi abbia perso totalmente il controllo, perché la politica romana divora e corrompe tutto.

Sarebbe sbagliato, però, pensare che quell’evoluzione carsica e strisciante della Banda della Magliana, dei suoi reduci e dei nuovi adepti, fosse rimasta a guardare e sperare l’arrivo di un messia di destra. Nossignori. Hanno sempre governato ogni tipo di traffico sporco, ogni lavanderia di riciclaggio, hanno sempre dato del tu ai capi delle altre mafie che hanno sempre chiesto il permesso per continuare a spartirsi la torta ricca della città, hanno sempre manovrato come pupari politici e professionisti e sono sempre entrati, senza chiedere il permesso, nei servizi deviati e nelle logge deviate.

La “Mafia Capitale”, dunque, è finalmente l’evidenza di quel che i romani provavano sulla pelle anche dopo la presunta scomparsa della Banda della Magliana: un prurito mortale. La “Mafia Capitale” è quel sistema criminale che anche a Palermo come a Reggio Calabria manovra per divorare l’Italia.

Ora vi lascio con la trascrizione della parte essenziale del paragrafo “I caratteri di Mafia Capitale” descritti dalla Procura e sottoscritti il 28 novembre dal giudice Flavia Costantini.

4- I caratteri di Mafia CapitaleLe indagini svolte hanno consentito di acquisire gravi indizi di colpevolezza in ordine all’esistenza di una organizzazione criminale di stampo mafioso operante nel territorio della città di Roma, la quale si avvale della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne derivano per commettere delitti e per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione e il controllo di attività economiche, di appalti e servizi pubblici.

Mafia Capitale, volendo dare una denominazione all’organizzazione, presenta caratteristiche proprie, solo in parte assimilabili a quelle delle mafie tradizionali e agli altri modelli di organizzazione di stampo mafioso fin qui richiamati, ma, come si cercherà di dimostrare nella esposizione che segue, essa è da ricondursi al paradigma criminale dell’art. 416bis del codice penale, in quanto si avvale del metodo mafioso, ovverosia della forza di intimidazione derivante dal vincolo di appartenenza, per il conseguimento dei propri scopi.

Essa presenta, in misura più o meno marcata, taluni indici di mafiosità, ma non sono essi ad esprimere il proprium dell’organizzazione criminale, poiché la forza d’intimidazione del vincolo associativo, autonoma ed esteriorizzata, e le conseguenti condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano, sono generate dal combinarsi di fattori criminali, istituzionali, storici e culturali che delineano un profilo affatto originale e originario.

Originale perché l’organizzazione criminale presenta caratteri suoi propri, in nulla assimilabili a quelli di altre consorterie note, originario perché la sua genesi è propriamente romana, nelle sue specificità criminali e istituzionali.

Sarebbe un errore di prospettiva annoverare tout court Mafia Capitale nel catalogo delle nuove mafie.

Se è indiscutibile che la sua diagnosi sia frutto dell’utilizzazione – scevra da pregiudizi nel senso più anodino del termine–  di quello che in dottrina è stato definito un modello di tipizzazione contenuto nell’ultimo comma dell’art. 416bis c.p., deve escludersi che la sua genesi sia recente e reputarsi che essa sia radicata da tempo, mentre deve ritenersi che essa sia stata  investigativamente colta nella fase evolutiva propria delle  organizzazioni criminali mature, che fruiscono, ai fini dell’utilizzazione del metodo mafioso, di una accumulazione originaria criminale già avvenuta.

Muovendo da quanto condivisibilmente è stato ritenuto in dottrina, secondo cui «ogni associazione di tipo mafioso ha alle spalle un precedente (e concettualmente distinto) sodalizio-matrice, con originario programma di delinquenza in parte finalizzato proprio alla produzione della «carica intimidatoria autonoma»; finalità apprezzabile e riconoscibile, peraltro, solo a posteriori cioè a metamorfosi avvenuta e dopo la consunzione del sodalizio-matrice nella nuova entità di tipo mafioso», nel caso di specie può ritenersi che la trasformazione sia compiutamente avvenuta.

A usar metafore, il fotogramma di Mafia Capitale, ossia la sua considerazione sincronica, rivela un gruppo illecito evoluto, che si avvale della forza d’intimidazione derivante –anche– dal passato criminale di alcuni dei suoi più significativi esponenti; la pellicola di Mafia Capitale, ossia la sua considerazione diacronica, evidenzia un gruppo criminale che costituisce il punto d’arrivo di organizzazioni che hanno preso le mosse dall’eversione nera, anche nei suoi collegamenti con apparati istituzionali, che si sono evolute, in alcune loro componenti, nel fenomeno criminale della Banda della Magliana, definitivamente trasformate in Mafia Capitale.

Un’organizzazione criminale tanto pericolosa quanto poliedrica che, per dirla con le parole di uno dei suoi più autorevoli e pericolosi esponenti, Massimo Carminati ( il Pirata o il Cecato), opera, soprattutto, in un  mondo di mezzo,  un luogo dove, per effetto della potenza e dell’autorevolezza di Mafia Capitale, si realizzano sinergie criminali e si compongono equilibri illeciti tra il mondo di sopra, fatto di colletti bianchi, imprenditoria e istituzioni, e il mondo di sotto, fatto di batterie di rapinatori, trafficanti di droga, gruppi che operano illecitamente con l’uso delle armi.

Sul piano strutturale, le mafie tradizionali presentano modelli organizzativi pesanti, rigidamente gerarchici, nei quali i vincoli di appartenenza sono indissolubili e inderogabili. Un tale modello organizzativo è, però, storicamente e sociologicamente, incompatibile con la realtà criminale romana, che è invece stata sempre caratterizzata da un’elevata fluidità nelle relazioni criminali, dall’assenza di strutture organizzative rigide, compensata però dalla presenza di figure carismatiche di grande caratura criminale, quali Ernesto DiotalleviMichele Senese (zi MicheleMassimo Carminati (il Pirata, il Cecato) e da rapporti molto stretti con le organizzazioni mafiose tradizionali operanti sul territorio romano e da una connaturata capacità di ricercare e realizzare continue mediazioni, che si risolvono in un equilibrio idoneo a generare il senso della loro capacità criminale.

Mafia Capitale, in questo differenziandosi e in parte affrancandosi dalle precedenti espressioni organizzate capitoline come la Banda della Magliana, ha avuto la capacità di adattarsi alla particolarità delle condizioni storiche, politiche e istituzionali della città di Roma, creando una struttura organizzativa di tipo  reticolare o  a raggiera, che però mantiene inalterata la capacità di intimidazione derivante dal vincolo associativo nei confronti di tutti coloro che vengano a contatto con l’associazione.

In essa, alcuni dei suoi componenti godono di ampi margini di libertà, sì che essi, oltre a essere impiegati attivamente nella mission dell’associazione, svolgono autonomamente e personalmente attività illecite.

Sul piano del core business, l’attività di Mafia Capitale è orientata al perseguimento di tutte le finalità illecite considerate nell’art. 416bis c.p.

Tra esse, le più frequenti finalità perseguite, e non di rado realizzate, sono tuttora la commissione di gravi delitti di criminalità comune, prevalentemente a base violenta, ma soprattutto l’infiltrazione del tessuto economico, politico ed istituzionale, l’ottenimento illecito dell’assegnazione di lavori pubblici.

Un’organizzazione criminale che siede a pieno titolo al tavolo di altre e più note consorterie criminali, condizionandone l’attività sul territorio romano, che ha piena consapevolezza di sé e del suo ruolo nella gestione degli affari illeciti della capitale.

Eloquente, in proposito, appare essere un’intercettazione ambientale, avente come protagonista Carminati, capo indiscusso di Mafia Capitale,  a seguito della pubblicazione di un articolo sul settimanale “L’Espresso”, dal titolo “I quattro Re di Roma”, nel quale si faceva riferimento ad una divisione della capitale in zone d’influenza ad opera di distinti gruppi criminali con a capo rispettivamente  Carminati Massimo, Senese Michele, Fasciani Giuseppe e Casamonica Giuseppe.

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Mafia Capitale/2 La Dda svela contatti con poliziotti e carabinieri ma il colpo grosso sui legami con i servizi è rimandato

Roberto Galullo – da IlSole24Ore

Darei un anno del mio stipendio per sapere subito quali sono i profondi rapporti tra la “Mafia Capitale” e i servizi segreti (e mi verrebbe il dubbio che non siano solo quelli italiani).

C’è proprio un capitolo dedicato, da pagina 249, ai legami con appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi (si badi bene che si richiamano i “servizi” e non si usa l’espressione “servizi deviati”). Ma dei primi contatti c’è qualche evidenza, dei secondi solo una pallida ombra. Sono certo che la Procura riserverà, su quest’ultimo fronte, sviluppi profondi. Nel corso dell’attività di indagine sono emersi numerosi contatti tra i sodali e gli affiliati all’associazione diretta da Massimo Carminati e appartenenti alle varie Forze di Polizia.

 

MASSIMETTO LA GUARDIA

Il contatto più frequente e comune a numerosi sodali era quello con “Massimetto la guardia”, appartenente alla Polizia di Stato, che ha fornito  numerosi congegni elettronici a prezzo fuori mercato. Lo stesso capo della presunta associazione mafiosa, Massimo Carminati, nel corso di una conversazione intercettata il 26 ottobre 2013  all’interno di un’auto, raccontava al sodale che in caso ne avesse avuto necessità, era in grado di procurargli degli I-phone di generazioni precedenti al prezzo di 200 euro precisando di averne regalati a tutta la propria famiglia.

Carminati spiegava infatti di essere in contatto con un soggetto in grado di fornirgli telefoni cellulari  ed altri elettrodomestici ad un prezzo scontato almeno del 40%: «c’ho uno che ce ruba tutto da Pisallo (fonetico).. capito?…da coso…ce pija…sotto Natale…ci porta qualunque cosa ce serve de elettrodomestici, de televisori, de cose così, se ti serve chiamiamo inc…io mi sono preso un televisore, ancora non l’ho montato, perchè col fatto che sto a cercà casa manco lo monto, il sony quello…il sony quello gigantesco che… …con tutto l’impianto…si…quello laterale…costava quattro sacchi e mezzo…l’ho pagato duemila…  ce l’abbiamo insomma la mossa, giustamente… tutta roba gra …anche elettrodomestici…devi pija qualche asciugatrice  lavasciuga, la lavatrice… tutta roba Miele la paghiamo come la Indesit…inc… minimo il 40% de sconto… co con lo scontrino eh, regolare eh».

Massimetto la guardia”, che raccontava di appartenere al personale di scorta ministeriale, riceveva apprezzamenti poco lusinghieri. Intercettato, ecco come lo dipingeva Carminati: «fa schifo perché c’ha un peccato originale …non sai se devi fare la guardia o il ladro». L’interlocutore così rispondeva: «ma lui è raccomandato fracico fa impicci ruba spaccia fa tutto. . .chi se lo incula me fa schifo».

L’EX ROS

Altro soggetto risultato in rapporti con il sodalizio è un ex appartenente all’Arma dei Carabinieri. Era stato lui, ex Ros, poi lanciatosi in un’attività di ristorazione a cercare un contatto con gli allegri compari agli ordini di Carminati. Alla fine il contatto c’è ma sono gli stessi appartenenti a “Mafia Capitale” ad essere preoccupati: se qualche pregiudicato li avesse visti in compagnia dell’ex militare, sarebbe stato bollato come “infame”. E sono sempre gli stessi sodali ad affermare che l’ex Ros «non sta bene», è «un altro che c’ha la lingua lunga…», cioè molto disponibile a lasciarsi andare con soggetti criminali – tra cui erano evidentemente compresi gli interlocutori –  con cui di fatto collaborava.

Era sempre uno dei sodali di “Mafia Capitale” a sottolineare, inoltre, che le figure militari come il loro “amico”, di cui indicava il trascorso di appartenenza al Ros, «un po’ so guardie un po’ so ladri… » in quanto mutuano l’atteggiamento dei soggetti su cui indagano e «gli piace un po’ sta in mezzo alla strada», dove il termine “strada” è inteso nell’accezione di appartenenza ad un ambiente criminale: «sì…è un altro che c’ha la lingua lunga…ma sai perché? perchè come tutti questi che sono stati magari nei reparti operativi…un po’ mutuano no?..se tu vedi questi dei reparti operativi un po’ so guardie un po’ so’ ladri..gli piace un po’ sta in mezzo alla strada…certe co..poi lui è..sostanzialmente  è pure uno che magari…è pure coraggioso fisicamente…quindi ha fatto pure comodo sotto certi aspetti…pero’…poi è normale che ..poi dopo dai..dai reparti operativi vai affanculo al Commissariato… ».

SALVATORE LA GUARDIA

Un altro appartenente alle Forze dell’ordine in contatto con esponenti del sodalizio indagato era un pensionato della Polizia di Stato,  soprannominato “Salvatore la guardia”, già dal 2011 in contatto con Massimo Carminati.

A fine 2011 Carminati si stava adoperando per disbrigare le pratiche necessarie al rilascio del passaporto, avendo intenzione di partire alla volta di Londra per far visita ai propri sodali residenti lì e contatta “Salvatore la guardia” per farsi dare una mano.

L’AUTO DELLA QUESTURA

Di particolare rilievo l’incontro registrato il 4 ottobre 2013 presso il distributore di Corso Francia tra Massimo Carminati e due soggetti, allo stato non identificati, giunti a bordo dell’autovettura Alfa Romeo 156 di colore grigio, intestata alla Questura di Roma. I due soggetti discutevano apertamente con Carminati del fatto che questi fosse oggetto di un’indagine condotta dalle Forze di Polizia, motivo per cui egli avrebbe dovuto adottare delle cautele ritenute necessarie al fine di evitare l’attenzione degli inquirenti sulla sua figura.

I due tizi si mostravano attratti ed affascinati dal passato e dalla levatura criminale di Massimo Carminati, considerato che uno dei due affermava «…io starei due giorni a sentirti… », mentre lo stesso Carminati appariva compiaciuto dell’effetto che il proprio peso criminale, nonché quello dei soggetti che all’epoca avevano costituito l’organizzazione di cui il era parte, provocava negli interlocutori asserendo che «quella è la storia.. la storia nostra…hai capito? ».

Carminati, secondo una vecchia e rivoltante liturgia che vuole i criminali e i mafiosi persone amate dal popolo per le “opere di bene” che svolgono e a dimostrazione dell’esercizio di un controllo ferreo del territorio sulla zona di Vigna Clara spiegava ai due che giorni prima aveva tentato di recuperare un orologio che era stato rapinato ad un passante da soggetti a bordo di uno scooter di cui aveva anche rilevato il numero di targa ma che si erano poi rivelati non essere gli autori del reato.

ARRIBA FEDERICO

Altro appartenente alle Forze dell’ordine in contatto con l’organizzazione è tale Federico, non meglio identificato. Di Federico si parla in una conversazione intercettata il 23 gennaio 2013. Carminati spiega che Federico era «forte» ed «esperto» e che era perfettamente a conoscenza della sua identità. Dalla conversazione si comprendeva che si trattava di un appartenente alle Forze di Polizia o ai servizi di informazione, che si era messo a disposizione per qualsiasi cosa e gli aveva spiegato molti particolari sulla possibile intercettazione attraverso la connessione in rete wifi: «lui mi ha detto “qualunque cosa io sto a disposizione,  mi fai chiamare da questo vengo io, ve faccio quello che ve pare”, mi ha detto un sacco di cose, io poi ..un cazzo sulle cose..su come se move que…ma ho detto sto Iphone, mi ha detto non dà retta alle cazzate…con il wifi ti mettono un programma, si è vero però poi funziona solo con il wifi  dove loro ti conoscono gli indirizzi se tu sei uno invece che c’hai tutti gli indirizzi wifi, che dove entra c’hai la cosa, sennò possono sentire solo a casa, se chiudi  a casa non telefoni, stanno bene così. Mi ha spiegato un po’ di cose, capito?». L’interlocutore di Carminati risponde: «magari lavora per i Servizi Segreti così  glielo dice, no ma quello..no, io adesso gli dico sono un suo consulente tecnico, così almeno mi dice le cose, mò lo chiamo, mo se lo portamo a pranzo…inc…interessante».

TRASTEVERE

A maggio 2013 emergevano contatti con un militare in forza al Nucleo operativo presso la Compagnia Carabinieri di Roma Trastevere.

Le conversazione intercettate e le attività di osservazione e pedinamento documentavano numerosi incontri dei sodali con i appartenenti all’Arma. Pur non essendo stato possibile per la Procura e per i Ros accertare con precisione lo scopo di tali incontri, gli elementi raccolti consentono di affermare che i due sodali della presunta associazione mafiosa avessero in programma una attività illecita, probabilmente una rapina, da effettuare con la complicità degli appartenenti all’Arma.

CONCLUSIONI

Questo – tirando le conclusioni – è quanto contiene il paragrafo dedicato ai legami di “Mafia Capitale” con appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi.

Poco, troppo poco per essere questo il nocciolo duro degli stretti rapporti e dei forti legami di Mafia Capitale con l’universo che conta dei servizi deviati e dei servitori infedeli dello Stato. Fin dai tempi della Banda della Magliana, di cui “Mafia Capitale” è evoluzione, la mafia “nera” che ritorna in questa operazione, era pappa e ciccia con i vertici dello Stato deviato e non, come qui sembra apparire con “guardie” che servono per trafficare in elettrodomestici, avere consigli su come non essere intercettati o (per quanto disgustoso sia il solo pensarlo) avere una copertura nel caso di una rapina. Questa è manovalanza ma l‘intelligence che ha sempre permesso e ancora continua a sposarsi con le mafie in un sistema criminale evoluto e mortale è un’altra cosa, un altro livello. Quel livello che, sono certo, la Procura di Roma saprà raggiungere e colpire come ha fatto con l’ex sindaco Gianni Alemanno che, all’epoca dei fatti (tutti da verificare in un aula di Tribunale fino al terzo grado di giudizio), era il sindaco e non l’usciere del Campidoglio.

da contropiano

 

Mafia Capitale. Poliziotti, 007, giudici e commercialisti: l’altra rete di protezione della cupola

 

Ci sono i due poliziotti che la mattina del 4 ottobre 2013, più di un anno fa, dicono al Pirata, al secolo Massimo Carminati: “Te stai sotto indagine, devi evità, devi evitare” e poi lo salutano dicendo: “Massimè, è sempre un piacere”.

C’è l’ex maresciallo dei carabinieri Lucio che non è chiaro se vuole infiltrarsi oppure diventare organico alla banda, di cui però Carminati diffida perché “è un altro che c’ha la lingua lunga e poi, sai com’è, so’ di quelli che mutuano, un po’ so’ guardie e un po’ so’ ladri”. Nell’incertezza del ruolo, passa molte ore al distributore Eni di Corso Francia, punto di riferimento per la logistica di Mafia Capitale. C’è anche Salvatore la guardia, ex poliziotto in pensione che dal 2011 mette a servizio conoscenze e servigi, dal rifacimento dei passaporti ad alcune presupposte visite mediche.

C’è Federico, sbirro, carabiniere o 007, che Carminati definisce “forte ed esperto” nonché “perfettamente a conoscenza della sua identità” e che si mette a disposizione (“qualunque cosa io sto a disposizione”) e avverte su come fare ad evitare di essere intercettati. E anche Lucio Plesinger, appuntato scelto in forza al Nucleo operativo presso la compagnia di Trastevere è tra “i carabinieri amici” di Mafia Capitale.

Gli investigatori del Ros dedicano un intero capitolo e una sessantina di pagine al tema “I rapporti con gli appartenenti alle forze dell’ordine”. Considerate le precauzioni adottate da Carminati e soci per evitare di essere ascoltati o seguiti, pare un miracolo che i servizi di osservazione e di ascolto abbiano individuato addirittura sei tra poliziotti e carabinieri eppure “vicini” – diranno le indagini fino a che punto – all’organizzazione. E se e quanti altri uomini in divisa siano coinvolti.

Il dato certo è che Mafia Capitale cerca e vanta coperture non solo in politica e nella pubblica amministrazione. Il reticolo di relazioni riguarda anche ambienti investigativi e ambienti giudiziari. Del resto Carminati viene a sapere più di un anno fa che c’è un’inchiesta che lo riguarda: “Una cosa mostruosa, ne hanno più di settanta sotto…”. E se qualcuna di queste conoscenze sembra destinata più a favori ancillari – Massimetto la guardia sembra l’addetto ai gadget elettronici, iPhone e iPad e tv di cui fa smercio al distributore di Corso Francia – gli altri sembrano vere e proprie talpe in grado di proteggere l’organizzazione da brutte sorprese.

Un filone di indagine destinato a crescere. Come quello che porta ancora più in alto. Direttamente nei tribunali e negli ambienti giudiziari. Nelle informative finali occupano un corposo capitolo avvocati penalisti e commercialisti di fama destinatari di incarichi prestigiosi e delicati, curatele, liquidatori di società e amministratori giudiziari direttamente nominati dai Tribunali. Due nomi su tutti gli altri: l’avvocato Giampaolo Dell’Anno e il professore commercialista Luigi Lausi.

“L’attività investigativa – scrivono gli investigatori del Ros – ha potuto evidenziare come il rapporto tra il sodalizio indagato e lo studio legale Dell’Anno – e anche con altri legali non appartenenti a quello studio – esulasse dal mero rapporto professionale”. Un’intercettazione captata il 29 aprile 2014 tra Fabio Gaudenzi (ex Nar e storico sodale di Carminati) e Filippo Macchi, è da questo punto di vista esemplare. Dice Gaudenti: “Massimo due volte ha preso 30 anni e poi in Cassazione è stato annullato. Condannato per il processo Andreotti e poi in Cassazione…Così la storia de caveau (furto a piazzale Clodio, ndr): alla fine la condanna è stata ridicola, due anni. Quindi fondamentale è l’avvocato… se si sa muovere”.

Sanno certamente “muoversi” Giampaolo Dell’Anno, 50 anni, figlio del giudice di Cassazione che era nello stesso collegio di Carnevale; Michelangelo Curti, 43 anni e Domenico Leto, il più giovane (36), tutti titolari dello studio legale in via Nicotera 29 “osservato” e “ascoltato” dagli investigatori da oltre un anno. “Lo sviluppo di tali rapporti – scrivono i carabinieri – evidenzia da parte dei legali profili di consapevolezza e volontà nel fornire un contributo causale alla conservazione e al rafforzamento dell’associazione criminale”. Cioè non più e solo la doverosa assistenza legale ma un ruolo specifico nell’organizzazione (Dell’Anno è indagato per associazione mafiosa).

Dell’Anno diventa legale di Riccardo Mancini, amministratore delegato di Eur spa (joint venture pubblica di Ama e Acea) quando viene arrestato la prima volta il 25 marzo 2013 per una tangente da 700 mila euro per i filobus Breda. Non è una sua scelta. Bensì una decisione di Carminati terrorizzato dal fatto che Mancini possa parlare. “In quell’ambiente loro non hanno l’obbligo di prendersela nel culo, capito? Nel mio ambiente io invece ho l’obbligo…” di coprire gli altri.

Gli investigatori riassumono così varie intercettazioni: “È interesse primario di Carminati assicurarsi l’omertà di Mancini circa i rapporti e gli interessi di Mafia Capitale”. Una settimana prima di essere arrestato (i primi arresti erano di gennaio 2013), Mancini va anche ad un incontro con Buzzi che gli spiega: “Qualsiasi cosa succeda, devi tacere. Altrimenti non c’è posto in cui te potrai andà a nascondere”. Quando poi lo arrestano, Buzzi fa in modo, grazie alle sue conoscenze in carcere, che pur detenuto, Mancini “possa trovare amicizia e calore”.

Mancini uscirà dopo appena un mese e chiuderà la faccenda restituendo 80 mila euro a Breda Menarini. Veloce e indolore. Nel frattempo Carminati briga e ottiene che l’avvocato Dell’Anno sia nominato nel cda di Ama in modo che insieme con Pucci (un altro dirigente a libro paga, 5 mila euro al mese e 15 mila una tantum, ndr) continuino a far assegnare gli appalti alle cooperative di Salvatore Buzzi (Eriches e 29 giugno, ndr). “La scelta di Dell’Anno, inizialmente perplesso di ricoprire quell’incarico, rientra nella comune strategia a cui aderiva ogni sodale di concorrere al fine di individuare quei soggetti che con il proprio operato contribuivano al buon andamento degli affari dell’organizzazione”.

Il ruolo dello studio legale è anche quello di fornire un luogo sicuro e protetto per passare informazioni. Non solo tra i sodali di Mafia Capitale ma anche con i responsabili di altre organizzazioni criminali presenti a Roma. Ecco che nello studio di via Nicotera s’incontravano anche Enrico Diotallevi, ex banda della Magliana, Michele Senese, boss dell’omonino clan camorrista e Giovanni De Carlo, 39 anni, astro nascente – secondo le indagini – di quella mafia dai colletti bianchi che ha ereditato il ruolo che fu di Pippo Calò nella Capitale.

Ma tutto questo ancora non basta per avere le spalle coperte e le dritte giuste per fare affari nel mondo, ad esempio, dei fallimenti e dei concordati. Un altro personaggio che emerge dalle carte è quello del professore commercialista Luigi Lausi. Lausi, un curriculum di altissimo livello pur avendo solo 48 anni, risulta liquidatore della società Marco Polo (Acea, Ama, Eur spa) e amministratore giudiziario, su incarico del Tribunale penale di Roma, del Gruppo INFA group, di Paradiso immobiliare, di AXOA spa, di numerose società immobiliari e commerciali riconducibili alla famiglia Frisina (Gallico) sequestrate dalla Dia in una grossa operazione anti ‘ndrangheta nonché del sequestro Fasciani, oltre 30 imprese. Si tratta di beni legati a clan della camorra e dell’ndrangheta. E fa comodo a molti, a cominciare da Carminati, che Lausi, detto il Nanetto, sia l’amministratore giudiziario nonché liquidatore.

C’è un capitolo nelle migliaia pagine dell’indagine che s’intitola: “La forza d’intimidazione del sodalizio verso la pubblica amministrazione: le figure di Salvatore Buzzi, Carlo Pucci, Luigi Lausi e Riccardo Mancini”. Sono stati documentati numerosi incontri nei bar all’Eur tra Carminati, Pucci, Buzzi, Lausi e Franco Testa (sotto processo per corruzione internazionale con Lavitola in uno dei filoni Finmeccanica che spesso intrecciano questa inchiesta). Il ruolo di Lausi, liquidatore della Marco Polo, sembra essere quello di velocizzare i pagamenti a Buzzi. Si parla di “strumentalità di Lausi all’interno di Eur spa per gli interessi del sodalizio indagato”. Lausi, indagato per associazione mafiosa, era “al servizio” dell’organizzazione in una posizione e con un ruolo nei Tribunali certamente strategico.
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Comments ( 5 )

  • mario pellerey

    sono quasi ottantenne, dal dopoguerra ad oggi “tutti” poliziotti e cc sono fascisti più o meno fanatici, ma lo sono tutti, io mi domando perchè negli anni dove il Pci aveva voce in capitolo nessuno si è mai preoccupato di costruire una polizia parallela ma con matrice di sinistra……già allora erano in combutta? e poi vanno al 25 Aprile a commemorare la fine del nazifascismo……..no pasaran

  • […] in Bielorussia, delle galere da quarto mondo dove si esce più delinquenti di prima, dei poliziotti che si inchinano al boss di Mafia Capitale («Massime’, è sempre un piacere…») e non si […]

  • […] ai collaboratori in divisa del cecato e come nessuno si sia premurato di capire chi fossero i due uomini che il 4 ottobre del 2012 scesero da un Alfa 156 con la targa della polizia per mette… sulle indagini a suo conto. Due uomini che presumibilmente sono tutt’ora in servizio in […]

  • […] ai collaboratori in divisa del cecato e come nessuno si sia premurato di capire chi fossero i due uomini che il 4 ottobre del 2012 scesero da un Alfa 156 con la targa della polizia per mette… sulle indagini a suo conto. Due uomini che presumibilmente sono tutt’ora in servizio in […]

  • P

    Sciocchezze. La polizia risponde al più corrotto dei ministeri, quella fucina di mafia che è il ministero dell’interno. Quello stesso che copre le vostre occupazioni abusive. Ecco perché si vogliono unificare le forze di polizia, per farle controllare dal più losco dei ministeri.
    I poliziotti come si deve sono i primi a soffrire di certe direzioni.

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