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Le maglie insanguinate dell’Internazionale nera

Un volume di Andrea Sceresini per Chiarelettere sulle attività neofasciste. Il Portogallo e la Spagna fascisti come retroterra. E un forte rapporto con i servizi di intelligence Usa. Indagini della magistratura italiana hanno stabilito il suo coinvolgimento nelle stragi degli anni Settanta

Quando il 23 maggio 1974, nel corso della cosiddetta «Rivoluzione dei garofani» che mise fine alla dittatura in Portogallo, un reparto di fucilieri di Marina appartenenti al nuovo Governo fece irruzione al numero 13 di rua das Pracas a Lisbona, presso gli uffici dell’Aginter Presse, si scoprì un enorme archivio con documenti e microfilm riguardanti ogni paese del mondo. Un’officina per la fornitura di falsi documenti con visti e timbri dei principali Paesi europei, un centro di reclutamento e addestramento di mercenari, nonché i nomi dei referenti di un’organizzazione fascista internazionale denominata «Ordre et Tradition» e del suo braccio militare Oaci («Organization d’action contre le communisme international»).

Si erano messe le mani sulla più importante centrale internazionale eversiva allora esistente, nascosta dietro una finta agenzia di stampa, finanziata, come si scoprirà, dal precedente governo portoghese, ma anche da ambienti dell’estrema destra francesi, belgi, sudafricani e sudamericani, oltre che da alcuni servizi segreti occidentali quali la Cia, la Dgs spagnola e il Kyp Greco.

Questa vicenda è stata ora ricostruita da Andrea Sceresini in un agile lavoro giornalistico dal titolo Internazionale Nera. La vera storia della più misteriosa organizzazione terroristica europea (Chiarelettere, pp. 173, euro 15).

TORNANDO AL 1974, nell’ottobre di quello stesso anno, in Portogallo, la Commissione per lo smantellamento della Pide (il servizio segreto salazarista) permise agli inviati del settimanale «L’Europeo», Corrado Incerti, Sandro Ottolenghi e Piero Raffaelli, di visionare gli incartamenti ritrovati. Il tempo di fotografare non più di 500 documenti, poi utilizzati per alcuni servizi giornalistici.

L’Aginter Presse prese corpo a Lisbona nel 1966 grazie all’iniziativa di un gruppo di reduci dell’Oas (l’Organisation de l’armée secrète, la formazione terroristica nata per contrastare l’indipendenza algerina). Qui, già sul finire del 1962, si era trasferito l’ex capitano dell’esercito francese Yves Guillou, che assumerà lo pseudonimo di Ralf Guérin Sérac. Per le sue competenze e la sua esperienza di ufficiale dei commandos e dei servizi di sicurezza, fu inizialmente ingaggiato come istruttore dalla «Legione portoghese», l’organizzazione paramilitare del regime, quindi dalle unità antiguerriglia dell’esercito.
Guérin Sérac venne presto raggiunto a Lisbona da altri reduci dell’Oas, oltre che da ex combattenti dell’Angola e dell’Indocina. Secondo il rapporto finale della commissione d’inchiesta portoghese, furono i ministeri della difesa e degli esteri a finanziare sistematicamente l’Aginter Presse.

IL PORTOGALLO, posto alla periferia dell’Europa, retto da una feroce dittatura fascista, con soli nove milioni di abitanti e privo di un esercito numeroso, abbisognava per la sua guerra in Africa ai movimenti di liberazione, in difesa dei suoi possedimenti coloniali, di personale militare specializzato e di mercenari, oltre che di strutture non ufficiali cui affidare operazioni «sporche», come l’infiltrazione, l’insediamento di informatori e di provocatori, oltre che la liquidazione dei dirigenti dei movimenti di liberazione.

Va detto che il nome dell’Aginter Presse era già emerso nel corso delle indagini sulla strage del 12 dicembre 1969 a Milano. Solo poche ore dopo il tragico evento, infatti, il Sid (il servizio segreto militare) indicava in Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino i responsabili degli attentati commessi nella stessa giornata a Roma, su ordine di Guérin Sérac e Robert Leroy dell’Aginter Presse. Nella stessa nota si faceva anche esplicito riferimento all’infiltrazione nelle file anarchiche, in specifico nel circolo «22 marzo», di esponenti di Avanguardia nazionale con il proposito di addebitare al movimento libertario la colpa delle azioni terroristiche.

IL GIUDICE ISTRUTTORE Guido Salvini, nell’ambito delle ultime indagini sulla strage di piazza Fontana, cercò a sua volta di ricostruire le gesta dell’Aginter Presse. «Aappare assai probabile – scrisse nelle sue conclusioni – che l’Aginter Presse sia intervenuta in Italia, sul piano dell’ispirazione e in parte del piano operativo, nella strategia delle stragi e dei più gravi attentati» fornendo «a partire dalla fine degli anni Sessanta, un protocollo di intervento, valido anche per gli altri Paesi europei, alle organizzazioni dei singoli Paesi, fra cui l’Italia, in termini di tecniche di infiltrazione e addestramento all’uso degli esplosivi, ispirando probabilmente anche singoli attentati o campagne terroristiche».

«Ordine nuovo è la struttura prevalentemente responsabile, in termini di esecuzione materiale, degli attentati del 12 dicembre 1969», attuando in seguito anche «tramite Gianfranco Bertoli la strage alla Questura di Milano del 17 maggio 1973» e «molto probabilmente la strage di piazza della Loggia a Brescia Avanguardia nazionale è probabilmente responsabile degli attentati “minori” del 12 dicembre 1969». Queste ulteriori conclusioni, contenute nella seconda ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Guido Salvini, hanno trovato più di una conferma, non solo in sede storica, ma anche in successive diverse sentenze processuali.

CON LA CADUTA del regime dittatoriale in Portogallo, nell’aprile 1974, l’Aginter Presse fuggì precipitosamente da Lisbona, trasferendosi a Madrid sotto la protezione dei servizi segreti spagnoli. Nella capitale spagnola aveva intanto trovato da tempo rifugio un nutrito gruppo di latitanti di «Ordine nuovo» e «Avanguardia nazionale». Particolarmente eclatante fu, in Spagna, l’azione condotta il 9 maggio 1976, quando pochi mesi dopo la scomparsa di Francisco Franco, a Montejurra, in Navarra, Stefano Delle Chiaie, Augusto Cauchi, Piero Carmassi, Mario Ricci, Giuseppe Calzona e Carlo Cicuttini, insieme ai «Guerriglieri di Cristo Re» e altri neofascisti argentini, francesi e portoghesi, parteciparono armati, all’assassinio a colpi di pistola di due giovani democratici, ferendone numerosi altri, nel corso di una manifestazione organizzata dal movimento carlista, dislocatosi sotto la guida di Carlos Hugo su posizioni antifranchiste.

L’Aginter Presse fu molto di più di un’organizzazione fascista internazionale. Fu, infatti, in grado di esercitare azioni terroristiche e di sabotaggio, di impiantare vere e proprie operazioni di guerra grazie a strutture militari coperte, di condurre missioni finalizzate all’infiltrazione e alla guerra psicologica, di colpire obiettivi umani e militari. Rappresentò in buona sostanza una sorta di sub-agenzia collegata ai servizi segreti occidentali e da questi utilizzata per operazioni all’estero «coperte». Ciò accadde in Africa, Sudamerica ed Europa.

INDISCUTIBILI furono i suoi rapporti con la Cia. Alcuni dei suoi stessi uomini, come Robert Leroy e Jay Simon Salby, d’altro canto già provenivano da esperienze di collaborazione con la Nato o addirittura, come nel caso di Salby, avevano partecipato al soldo degli americani al fallito sbarco a Cuba, alla Baia dei porci.
In questa sua veste l’Aginter Presse operò anche sul piano politico, svolgendo un’azione di coordinamento e di raccordo delle diverse realtà neofasciste e anticomuniste su scala internazionale, quasi una funzione di cerniera.

Diversi i meriti del lavoro di Andrea Sceresini. Non solo quello di aver ricostruito il contesto storico e politico, collocandovi vicende assai poco conosciute come l’operazione «Blue Moon», il progetto di diffusione delle droghe nei movimenti giovanili occidentali, ma anche di aver rintracciato alcuni dei protagonisti, riuscendo a strappare, come nel caso di Jean-Marie Laurent, a suo tempo numero due dell’Aginter Presse, soprannominato «Lafitte», un’intervista tutt’altro che scontata.

Un appunto: il non aver indicato le fonti storiche e giudiziarie utilizzate (un limite) e l’aver dato eccessivo credito alle parole di Vincenzo Vinciguerra, ex ordinovista, responsabile della strage di Petano del 31 maggio 1972.

Saverio Ferrari

da il manifesto

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