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“La sfida catalana” contro fascismo e repressione

La sfida CatalanaDall’inizio di luglio è disponibile nelle librerie “La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta”, scritto per le Edizioni PGreco da Marco Santopadre (attivista, giornalista ed esperto di politica internazionale).

Il libro è nato dalla necessità di colmare un evidente gap d’informazione e d’analisi a proposito della questione catalana che si è manifestato quando la precipitazione dello scontro con Madrid, l’indizione del referendum per l’indipendenza e la dura repressione hanno colto impreparati buona parte dei media ma anche dell’opinione pubblica di sinistra e progressista.

La lettura mainstream di quegli eventi ha mostrato una diffusa sottovalutazione dell’importanza che la questione nazionale e la domanda di sovranità popolare rivestono all’interno dell’Unione Europea, e spesso i commentatori hanno utilizzato una chiave di lettura che mutuava quella utilizzata dal governo spagnolo.

Durante lo scorso autunno la metà del corpo elettorale catalano ha sfidato i divieti e la repressione indiscriminata del governo difendendo fisicamente i seggi e le urne, e con esse l’esercizio della volontà popolare. Si è trattato del più massiccio atto di disobbedienza civile e politica verificatosi in Europa negli ultimi decenni, in nome del diritto all’autodeterminazione e di una concezione radicale della democrazia, seguito dallo sciopero generale più imponente realizzato dalla morte del dittatore Francisco Franco.

Milioni di persone hanno partecipato ad un referendum definito illegale dalle istituzioni spagnole e dall’Unione Europea, resistendo alla violenza di un vero e proprio esercito di occupazione composto da circa undicimila tra poliziotti e militari inviati da Madrid in Catalogna per impedire fisicamente la consultazione popolare. In un continente in cui il tasso di partecipazione alle elezioni cala inesorabilmente da anni, in Catalogna non solo migliaia di attivisti politici o sindacali, ma anche centinaia di migliaia di persone comuni hanno resistito alle manganellate, ai calci e ai proiettili di plastica sparati dagli agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional.

A distanza di alcuni mesi da quegli eventi, il bilancio della repressione è incredibilmente grave e al tempo stesso sottovalutato anche negli ambienti della sinistra radicale europea. Non sono solo l’ex presidente catalano Puigdemont e i suoi ministri ad aver pagato un alto prezzo, finendo in carcere accusati di gravissimi reati che potrebbero costargli decine di anni di reclusione o costretti a rifugiarsi all’estero per sfuggire alla persecuzione di una magistratura subalterna al potere politico. Anche numerosi deputati e deputate e dirigenti politici dei partiti indipendentisti, compresi quelli della sinistra anticapitalista, hanno subito la stessa sorte.

In totale le persone coinvolte direttamente nella repressione in relazione al referendum per l’autodeterminazione del primo ottobre sono 1170. Al momento si contano 9 esiliati in quattro diverse nazioni dell’Unione Europea, 13 incarcerati, 179 processati, 259 tra funzionari pubblici e lavoratori licenziati, 712 sindaci sottoposti a procedimento giudiziario, decine di consiglieri comunali presi di mira dalla magistratura insieme ad attivisti sindacali, studenti, giornalisti, militanti politici denunciati. Solo durante la giornata referendaria del primo ottobre i feriti e i contusi sono stati più di 1000 a causa delle cariche e degli assalti ai seggi da parte dei poliziotti e dei militari in assetto antisommossa. Un manifestante ha perso un occhio a causa di un proiettile di gomma sparato ad altezza d’uomo dalla polizia, nonostante il teorico divieto di farne uso in vigore nel territorio catalano.
E anche prima e dopo il referendum non sono mancati gli interventi violenti contro manifestazioni, picchetti, blocchi, presidi. Questo in un paese in cui artisti come Valtonyc o Pablo Hasel finiscono in carcere o sono costretti all’esilio per il testo di una canzone contro i Borboni o la corruzione della classe politica. Per non parlare dei semplici cittadini presi di mira dai giudici per un tweet contro il governo o la “famiglia reale”.

A scontrarsi in Catalogna non ci sono “nazionalisti catalani” contro “nazionalisti spagnoli”, ma un progetto di Repubblica progressista e inclusiva che tenta di rompere con una Spagna monarchica e reazionaria – sostenuta anche dalla grande borghesia e dalla grande stampa locale – in cui gli elementi di continuità col franchismo sono numerosi.

Non si contano le innumerevoli aggressioni realizzate negli ultimi mesi in Catalogna da gruppi di estrema destra e apertamente fascisti nei confronti dei militanti di sinistra o indipendentisti, o semplicemente contro inermi cittadini “colpevoli” di sostenere la Repubblica, immigrati, giornalisti. Il tutto sotto lo sguardo tollerante di un capillare apparato di polizia e di uno schieramento politico “costituzionalista” spagnolo le cui collusioni con i franchisti sono più che evidenti.

Che si sostenga o meno l’indipendenza nazionale della Catalogna, non si può sottacere un dato: la sfida catalana è contro il fascismo e la repressione.

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