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La bestia sei tu – Come la morte di un carabiniere sveli l’animale del tempo zero

Nella notte del 25 luglio il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega muore accoltellato in pieno centro a Roma.
Dalle 8 della mattina del 26 Luglio iniziano a diffondersi scarni comunicati stampa che riportano pochi dettagli dell’omicidio.
Alle ore 8 e 11 minuti la pagina Facebook di Matteo Salvini rilancia la notizia minacciando “lavori forzati” per il “bastardo” assassino.

Da quel preciso istante la morte del carabiniere diviene virale, con una diffusione velocissima e incontrollata. La nazionalità degli assassini cambia più volte durante il giorno, si parla di una donna derubata che poi sparisce dalle ricostruzioni, vengono ricondivise foto segnaletiche di presunti assassini rivelatisi poi totalmente estranei, i giornali e i TG faticano a tenere il passo riportando le voci più incontrollate.

A più di una settimana dall’accaduto l’unica cosa certa sono le ombre e le incongruenze di un caso che lascia molti interrogativi inevasi. Con tutta probabilità queste domande non avranno mai risposta, e tutto verrà messo sotto silenzio. In imbarazzante silenzio è anche chi aveva usato l’omicidio del carabiniere per aizzare centinaia di migliaia di persone in una manciata di minuti, salvo poi cambiare registro quando la vicenda si stava rilevando troppo contorta e scottante per riuscire a ricondividerla.

Ed è soprattutto la Bestia, l’apparato informativo di gestione dei social di Salvini, ad essersi ritrovata in questa situazione, strumentalizzando sin da subito una notizia che aveva tutte le carte in regola per rivelarsi un boomerang.
Evitare cautelativamente di pubblicare sul momento avrebbe permesso ai social manager leghisti di rendersi conto di un comportamento tutt’altro che esemplare dei carabinieri coinvolti, ben distanti dalla narrazione degli “eroi in divisa” che iniziava a tracimare dalla pagina di Salvini.

In questa occasione, la Bestia mostra di non essere quell’infallibile macchina da guerra comunicativa che macina consenso tra selfie e dirette piene di bacioni del capitano.

Lungi dall’essere in grado di maneggiare l’apparato tecnologico dei social network a suo piacimento, la Bestia si innesta nel grafo sociale trasformandosi e piegandosi alle sue regole; tra queste, proprio una delle più importanti è che l’attesa e il prendere tempo sono assolutamente banditi.

Questo diktat non si applica però unicamente ai social network. Anche nel “mondo reale” il tempo zero è la dimensione in cui il comando tecnologico del capitale ci proietta, vincolando il modo con cui ci rapportiamo con ciò che ci circonda.
Il nostro quotidiano è compresso nel tempo della forma organizzativa che il capitale impone sulle nostre vite e i nostri corpi, con una profondità e un impatto che superano di gran lunga ogni forma di alienazione subita in passato. Persino i ritmi biologici alla base del nostro interagire con il mondo vengono modificati irrimediabilmente dalla pervasività del capitale, dalla sua colonizzazione di ogni ambito dell’essere umano.

La neuropsicologia cognitiva descrive l’uomo come dotato di un cosiddetto “cono dell’attenzione”, un’area che, partendo dai sensi, si irradia nell’ambiente circostante. Gli stimoli che ricadono nell’area del “cono” possono essere percepiti dall’uomo, catturandone la sua attenzione.

Per fare un esempio, quando si legge un libro avvincente il nostro cono dell’attenzione è ridotto alle pagine del testo, e tutti gli stimoli al di fuori di esso sono ignorati. Se, mentre leggiamo, qualcuno suona il citofono, il trillo del campanello riesce ad irrompere nel nostro cono di attenzione, “liberandolo” dal libro e rendendoci così in grado di percepire altri stimoli (ad es. possiamo vedere fuori dalla finestra che sta piovendo, o che il gatto sta impunemente facendosi le unghie sul divano).
Sempre la neuropsicologia cognitiva descrive il meccanismo dell’attenzione come costituito da una serie di tre fasi progressive: l’engagement, in cui la nostra attenzione viene catturata da un stimolo, il sustain, in cui manteniamo il cono di attenzione su di esso, e il disengagement, in cui la noia o un altro stimolo irrompono permettendoci di staccarci dall’oggetto dell’attenzione.
Questo processo è considerato alla base della percezione neurobiologica del tempo, in cui la nozione soggettiva di quanto tempo passi viene misurata dai passaggi di fase del ciclo engagement-sustain-disengagement. Più stiamo nella fase di sustain – siamo concentrati – più non ci accorgiamo dello scorrere del tempo; viceversa, i cambi di fase suddividono il tempo in momenti pre e post stimolo, dandoci così una cronologia più dettagliata del nostro percepire.
È opinione di recenti studi che chi soffra di disturbi dell’attenzione non subisca la restrizione del cono verso l’oggetto dello stimolo, ma sia costantemente suscettibile agli stimoli esterni; la fase substain risulta assente, riducendo il ciclo dell’attenzione ad una continua alternanza di engagment-disengagement e andando a danneggiare la capacità di percepire il tempo che scorre, come se si vivesse in un eterno presente. L’aumento degli stimoli percepiti nell’arco di un breve periodo porta infatti ad esperire il tempo come composto da singoli intervalli slegati tra loro, spezzettandone il flusso in unità irriducibili.

Se la descrizione di questa distorsione vi suona familiare è forse perché leggendo queste righe siete stati distratti dal ding della mail che vi è arrivata, o dalla vibrazione della notifica sul vostro smartphone.
In un sistema capitalistico in cui ogni istante è fonte di profitto potenziale, l’apparato tecnologico viene programmato per produrre una continua iperstimolazione, in modo da catturare l’attenzione e metterla al lavoro in tante microunità temporali distinte tra loro.

Una conseguenza naturale ad una iperstimolazione incessante è il rigetto delle sorgenti degli stimoli, attraverso il rifiuto esplicito o il rifugio nell’apatia; questa reazione, che è un meccanismo di difesa naturale del nostro organismo, viene però aggirata facendo corrispondere ad ogni stimolo una forma di gratificazione immediata e assuefacente.
Più in dettaglio, ogni stimolazione viene progettata per produrre un rilascio di endorfine, un prodotto dell’eccitazione delle parti più primitive del cervello umano; la risposta meccanica allo stimolo produce altre endorfine, proiettando gesti dettati dall’abitudine verso una e vera e propria dipendenza fisica da questa sostanza; per intendersi, è lo stesso meccanismo che inchioda per ore e ore i ludopatici cronici di fronte alle lucine colorate e ai pulsanti lampeggianti di un videopoker.
Iperstimolazione sostenuta da eccitazione animale e assuefazione, la frantumazione del tempo nell’eterno presente immediato. Questi sono gli elementi che il capitale usa nell’addestrarci a produrre in ogni istante della nostra vita, elementi che divengono l’unico modo con cui interagiamo con il reale che ci circonda.
Sono gli elementi del tempo zero che piega a sé il reale; come dice Bogdanov, dalla tecnica nasce la metafora che produce la visione del mondo.

Il fallimento della Bestia nel gestire la notizia del carabiniere ucciso, al di là del mostrarci la stupidità dei leghisti (quella la diamo per scontata), ci mostra come anche un apparato che si ritiene in grado di gestire il consenso di milioni di persone sia sottomesso alle stesse regole che nascono dalla visione del mondo che il capitale ci impone.
L’agenda politica di uno dei più invasivi meccanismi di propaganda si piega al consenso immediato e all’immediata gratificazione, esattamente come chi posta il selfie su Instagram in attesa dei like, esattamente come il ludopatico che butta lo stipendio nel videopoker.
La pervasività del dominio tencologico agisce un condizionamento operante collettivo su scala globale, imponendo un unico tempo e un’unica forma di interazione col mondo: l’analisi profonda, l’orizzonte lungo, i piani quinquennali, la semplice noia, vengono spazzati via dal ritmo dei trilli delle notifiche.

Nel tempo zero siamo tutti bestie. Bestie cablate in un meccanismo che ci toglie tempo e attenzione, che ci ingozza di zuccherini di endorfine mentre trainiamo il giogo del capitale, ridotti ad essere utenti di tutto ciò che ci circonda. Ma sbaglieremmo se ricercassimo la causa di tutto questo nella tecnologia in sé.  È il comando autoritario del capitale, nella sua imposizione strutturale e organica delle tecnologie per vampirizzare vite, il vero artefice.
E allora, piuttosto che forzarsi di modificare sé stessi per stare al passo di tempi disumani, recuperare un ritmo diverso è necessario.
Un primo passo sta proprio nell’assumere la centralità delle forme di produzione mediate dalla tecnica, che producono una visione del mondo calibrata su di esse.
Sta a noi studiare e riconoscere i mezzi di dominio, nelle loro forme di sfruttamento e assoggettamento più profonde, per comprendere il nostro presente, riappropriarsi del potenziale liberatorio della tecnologia stessa e utilizzarlo come arma contro il capitale stesso.

Ceru.

da MilanoInMovimento

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