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India: Arrestato professore universitario accusato di simpatizzare per i “maoisti”

Non si ferma in India la persecuzione e la repressione contro gli attivisti per i diritti umani

Martedì 28 luglio la National Investigation Agency (Nia), una delle polizie federali indiane, ha arrestato a Mumbai il professor Hany Babu, accusato di intrattenere rapporti con membri del Partito comunista indiano (maoista). Dal 2009, il governo indiano ha messo al bando l’organizzazione politica maoista, considerata un’organizzazione terroristica.

L’arresto di Babu – 54 anni, professore associato di inglese presso la Delhi University – è solo l’ultimo di una serie di provvedimenti giudiziari che ha colpito un nutrito gruppo di intellettuali indiani responsabili del coordinamento di una manifestazione pro-dalit (i «fuoricasta» del sistema castale indiano, tradizionalmente discriminati dalle caste alte) risalente agli inizi del 2018.

Quando centinaia di partecipanti si erano riuniti a Pune, stato del Maharashtra, per commemorare il 200° anniversario di una battaglia che vide la comunità Mahar (dalit) vittoriosa sull’esercito di casta alta fedele alla Corona britannica, un gruppo di estremisti hindu li attaccò con lanci di pietre. Negli scontri intercomunitari morì un ragazzo di 16 anni. In seguito a «riots» e manifestazioni che interessarono gran parte del Paese, le autorità aprirono una commissione d’inchiesta che, clamorosamente, scagionò gli ultrahindu e indicò i cosiddetti «maoisti» come responsabili delle violenze.

A metà 2018 partirono i mandati d’arresto contro diversi attivisti per i diritti umani, avvocati, professori, scrittori e poeti, tutti accusati di cospirazione. Secondo gli inquirenti, durante le perquisizioni nelle abitazioni degli accusati fu rinvenuta una lettera in cui si dava conto di un meeting segreto per organizzare l’assassinio del primo ministro Narendra Modi. In un passaggio della lettera si fa riferimento a «cellule segrete» maoiste in contatto con «organizzazioni della stessa opinione, partiti politici e rappresentanti delle minoranze in tutto il Paese», in combutta per porre fine al «regno di Modi».

Negli anni numerosi esponenti del progressismo indiano, in particolare il decano del giornalismo Prem Shankar Jha, hanno pubblicamente contestato il teorema di colpevolezza costruito dalla Nia, evidenziando una serie di incongruenze nella lettera che in molti credono falsificata dagli inquirenti. Ma tanto basta ai federali indiani per arrestare chiunque sia sospettato di «diffondere l’ideologia maoista», accusa che accomuna Babu ad altri eminenti esponenti dell’opposizione civile al governo Modi.

Tra questi spiccano i nomi di Rona Wilson (fondatore del Committee for Release of Political Prisoners), Surendra Gadling (attivista per i diritti umani), Sudhir Dawale (editore, attore e fondatore delle Republican Panthers, organizzazione dalit sul modello delle Black Panthers statunitensi), Varavara Rao (attivista e poeta) e Shoma Sen (professoressa di inglese alla Nagpur University e attivista per i diritti delle donne). Tutti sono al momento o in carcere o ai domiciliari senza che gli inquirenti abbiano formulato alcun atto di accusa in sede legale, grazie ai poteri speciali garantiti da una legge del 1967 («Unlawful Activities (Prevention) Act, Uapa). Nelle ultime settimane la stampa internazionale ha raccontato la vicenda di Rao, 79 anni, in carcere da due anni e risultato positivo al Covid-19, contratto in cella.

Lo scorso maggio, Amnesty International si è appellata al governo indiano per il rilascio di tutti gli attivisti per i diritti umani e oppositori del governo Modi arrestati ai sensi del Uapa, una norma «repressiva» che permette limitazioni della libertà senza dover formulare capi d’imputazione.

Matteo Miavaldi

dal manifesto

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