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Inchiesta sulle carceri italiane. Ogni cella ha la sua pena e a decidere è il direttore

Viaggio nelle carceri italiane di Patrizio Gonnella presidente di Antigone

Regole che cambiano di istituto in istituto a seconda dell’amministrazione penitenziaria. A Novara, a lungo, i pacchi portati dai parenti potevano contenere cibo solo se con vestiti, in ugual peso. Nessuna norma vieta ai reclusi di suonare. Spetta a chi dirige riempire di senso il dettato costituzionale

Non è la stessa cosa finire in un carcere piuttosto che in un altro. Chiunque abbia a che fare con il diritto sa che la sua capacità d’impatto, positiva o negativa sull’esistenza delle persone, dipende da chi nelle aule di giustizia, o ancor prima nell’amministrazione quotidiana, dovrà interpretarlo. Le norme in carcere vengono tradotte in ordini di servizio che disciplinano, in senso letterale, la vita dentro. Dagli ordini di servizio trasuda la cultura giuridica e umanistica degli operatori penitenziari. È questa che a sua volta trasforma un istituto di pena in un luogo “normale” oppure “anomalo”, in un posto dove la vita segue decisioni ragionevoli o il cui unico senso è quello meramente punitivo.

Molto di quello che accade in un carcere, a volte troppo, è affidato alle decisioni discrezionali di chi lo gestisce, tendenzialmente il direttore in sinergia con il commissario di polizia penitenziaria che ha la funzione di comandante di reparto.

OGNI DETENUTO, PER LEGGE, può fare fino a sei ore di colloquio al mese con un proprio congiunto. In un carcere può accadere che il direttore autorizzi ragionevolmente più ore consecutive di colloquio visivo nella stessa mattinata; in un altro invece il colloquio con una moglie, un figlio, un fratello dura inderogabilmente soltanto un’ora anche se il familiare arriva da terre lontane e per quell’unica ora è costretto a spendere fino a trecento euro di viaggio e prendersi un giorno di ferie. In un carcere è possibile incontrare un amico fraterno, in un altro no. In un carcere è possibile fare colloqui di domenica, in un altro no. Può succedere che in un carcere i parenti della persona reclusa siano autorizzati a consegnargli un pacco con dentro una banale mozzarella, nell’altro invece può portargli solo prodotti alimentari confezionati e a lunga conservazione. In buona parte degli istituti penitenziari un detenuto può ricevere vestiti o cibo dai propri cari nelle quantità di peso massime previste dalla legge ma senza rigidità nella composizione dei pacchi.

A Novara invece per un lungo periodo pare che la direttrice consentisse la ricezione di pacchi portati dai parenti solo se contenevano cibo in peso uguale o inferiore a quello dei vestiti. Una disposizione il cui senso è difficile da cogliere, se non quello di complicare la vita dei parenti in visita. Costoro mai avrebbero potuto portare solo cibo o più cibo che vestiti, pur sempre rispettando il peso massimo del pacco così come previsto dalle norme. Interpretazione bizzarra. I poveri parenti che arrivavano a Novara, facendo anche mille chilometri con vari cambi di treno in un giorno solo per poter vedere i loro cari, se volevano portare dieci chili di cibo dovevano portare anche almeno dieci chili di vestiti, anche se questi al detenuto non servivano per nulla. «Ho tre cambi treno e sono obbligata a trascinarmi 20 chili di peso quando potrei portare solo 10 chili di alimenti in quanto porto il vestiario solo nei cambi stagione. Finito il colloquio mi viene restituito dal mio familiare lo stesso vestiario utilizzato solo per far passare il cibo».

IN UN CARCERE LA GRAN MASSA dei vestiti viene portata in occasione dei cambi di stagione. Non a tutti servono abiti o vestiario tutte le settimane. La direttrice del carcere di Novara ha a lungo, fino a quando il caso non è divenuto pubblico, interpretato in modo discutibile la norma sui pacchi presente nell’ordinamento penitenziario. Un’interpretazione che fa male alle persone e che produce sofferenze a chi ha già il peso sulle spalle della carcerazione di una persona cara. Poche settimane dopo, sempre a Novara, sono state introdotte altre disposizioni a dir poco “discrezionali” nei confronti dei detenuti. Pare che non si possa andare in cortile a passeggiare nelle ore d’aria portandosi il

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La cucina arrangiata dai detenuti nel vano bagno, in una cella del carcere di Novara. Foto tratte dal sito della Polizia Penitenziaria

quotidiano da leggere (che male fa?) e che non si possa andare sotto la doccia portando con sé sia l’asciugamano che l’accappatoio ma è necessario scegliere tra i due (perché?).

L’Italia carceraria è un Paese frammentato, a macchia di leopardo. A un’ora da Novara, a Milano nel carcere di Bollate, grazie all’intuizione di dirigenti dalla visione profonda (cito chi l’ha pensato, Luigi Pagano, chi l’ha diretto per tanti anni, Lucia Castellano, e chi lo dirige ora, Massimo Parisi), la vita in carcere è modellata secondo parametri di normalità. Da anni una band composta da detenuti e straordinariamente seguita da un agente di polizia penitenziaria, Francesco Mondello, registra e ci invia una cover dell’autore musicale la cui storia raccontiamo nella trasmissione radiofonica Jailhouse Rock, insieme a Susanna Marietti. Nessuna norma consente ai detenuti di suonare. Nessuna norma lo vieta. Spetta a chi dirige un carcere riempire di senso quanto la Costituzione prescrive all’articolo 27 («Le pene non devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»).

PRASSI GIURISPRUDENZIALI più o meno estensive possono essere decisive nel percorso di reintegrazione sociale di un detenuto. La legge prevede che «ai condannati che hanno tenuto regolare condotta e che non risultano socialmente pericolose il magistrato di sorveglianza, sentito il direttore dell’istituto, può concedere permessi premio di durata non superiore ogni volta a quindici giorni per consentire di coltivare interessi affettivi, culturali o di lavoro. La durata dei permessi non può superare complessivamente quarantacinque giorni in ciascun anno di espiazione». Niente la legge dice su quanto tempo deve trascorrere tra un permesso e un altro. I detenuti potrebbero preferire 45 permessi di un giorno, piuttosto che tre permessi annui di 15 giorni. Alcuni magistrati di sorveglianza del Tribunale di Roma pare prevedano che debbano trascorrere almeno 45 giorni tra un permesso e l’altro. Interpretazione che a prima vista appare solo funzionale a bisogni organizzativi degli uffici e non di certo alle regole dell’individualizzazione del trattamento. Potrebbe ben accadere che nell’arco di quei 45 giorni il detenuto avesse voglia di incontrare più volte il proprio figlio piccolo appena nato.

Come ogni anno Antigone pubblica il suo rapporto annuale sulle carceri (consultabile sul sito www.associazioneantigone.it). Di questi cattivi usi interpretativi abbiamo voluto dare conto. Da loro molte volte dipende la vita e la salute delle persone detenute.

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La Collina e il baratro di Quartucciu due mondi per detenuti minorenni

Serdiana da una parte. Quartucciu dall’altra. Serdiana è un piccolo comune vicino Cagliari. Lasciando alle spalle il mare e la città, tra filari di ulivi e vitigni, c’è un cancello con sopra una scritta. Si legge, alzando lo sguardo, «La Collina».

Una volta entrati è difficile uscirne senza provare gratitudine per don Ettore Cannavera. «La Collina» è un progetto che lui ha messo in piedi qualche decennio fa. È un progetto educativo che ha resistito nel tempo e che si muove nel solco degli insegnamenti di don Lorenzo Milani. Don Ettore ha conosciuto generazioni di ragazzi che hanno avuto problemi con la giustizia. Accoglie tutti: innocenti o colpevoli, italiani o stranieri, quasi bambini e quasi adulti. Se c’è bisogno accoglie anche i criminali non più adolescenti.

DA DON ETTORE I RAGAZZI, anche quelli che hanno commesso reati gravi, hanno una chance. Sono educati alla responsabilità. Sono pagati per il loro lavoro nei campi e nella comunità. Hanno uno stipendio con cui contribuiscono alla permanenza alla Collina. Vivono insieme nel rispetto reciproco. Hanno una vita vera. Si fidanzano. L’ho visto con i miei occhi. Crescono, insieme. Pregano, se vogliono. Meditano in silenzio in una cappella dove ci sono le foto, tra gli altri, del vescovo salvadoregno Oscar Romero, ucciso dagli squadroni della morte nel 1980, e di don Tonino Bello, fondatore di Pax Christi. In quella cappella non si celebra messa. In quella cappella si sta in silenzio. Il posto è bellissimo. Lo sguardo dalla «Collina» arriva sino al mare. Nulla nella comunità assomiglia a un carcere, né iconograficamente né nelle pratiche di vita.

Tutti i giovedì i ragazzi mangiano insieme ad amici e parenti. Il vino e l’olio che producono sono commercializzati e gli introiti servono a «fare reddito per tutti». Nessuno deve sentirsi «assistito». La comunità non vive di rette ministeriali. Gli ospiti arrivano da esperienze di vita dure. Molti di loro giungono direttamente dal carcere. Nella comunità scontano una misura alternativa oppure sono alla messa alla prova. Il tasso di recidiva è molto basso, quasi vicino a zero.

DA QUALCHE MESE LA REGIONE Sardegna non onora gli impegni presi. Nonostante vi sia uno stanziamento normativamente previsto, tutto è bloccato in sede amministrativa. Così gli operatori sono finiti in cassa integrazione e il numero di ragazzi ospitati si è pericolosamente ridotto.

A Quartucciu, a pochi minuti da Cagliari, vi è un istituto penale per minorenni, ossia un carcere. E di carcere vero e proprio si tratta. Basta guardarlo da fuori per rendersene conto. Una struttura che per collocazione (estrema periferia urbana non servita da mezzi pubblici con danni enormi ai familiari dei detenuti e al personale), sbarre e cancelli, ricorda proprio un carcere per adulti. Tale era nelle intenzioni di chi lo ha costruito qualche tempo addietro, visto che avrebbe dovuto custodire addirittura i terroristi. In mancanza di questi ultimi, piuttosto che farlo andare in rovina è stato riciclato come carcere per ragazzi.

A Quartucciu sono più o meno in dieci, con età che vanno dai quattordici ai venticinque anni. Vivono con le regole tipiche del carcere. Tra loro c’era chi si trovava in punizione in stato di isolamento (anche se la legge eufemisticamente lo definisce «esclusione delle attività in comune»), chi camminava triste e solitario, chi vagava senza sapere perché era finito in galera.

È indimenticabile quel volto sperduto di ragazzino senegalese accusato di essere trafficante di uomini. Non conosceva una parola di italiano, né di inglese o di francese. È difficile, se non impossibile, trovare a Quartucciu un interprete o mediatore culturale che conosca una lingua di origine africana.

Quel ragazzino, al pari di altri reclusi negli istituti penali minorili siciliani e sardi, è accusato di essere trafficante di uomini. La sua età giovane, i suoi occhi sperduti, trasmettevano tenerezza. Non aveva un avvocato di fiducia. Possiamo immaginare che qualcuno gli debba avere passato, in prossimità delle acque italiane, il timone e insieme ad esso tutte le colpe del viaggio della speranza e della vita. È scappato dalla sua terra. I genitori lo avranno messo su un barcone. Ora lui sta in galera accusato di essere uno scafista.

A QUARTUCCIU I RAGAZZI sono trattati, sanzionati, intrattenuti, disciplinati dietro mura alte in un luogo che per sua natura è anti-pedagogico. C’è inoltre la cattiva abitudine a usare le carceri sarde come luogo dove mandare gli indesiderabili, quelli che fanno casino, i detenuti difficili e i ragazzi difficili. Questi ultimi diventano pacchi trasferiti da galera a galera.

Don Ettore Cannavera, più o meno due anni fa, si è dimesso da cappellano del carcere di Quartucciu. Un incarico da cui non prendeva soldi visto che ha sempre sostenuto che non fosse giusto che un cappellano fosse pagato dallo Stato. La religione attiene alla coscienza individuale in uno Stato laico. Nella sua lettera di dimissioni scriveva: «Dopo ventitré anni di servizio volontario e di presenza assidua nel carcere di Quartucciu, negli ultimi due ho deciso di diradare gradualmente la mia presenza per l’incapacità di riconoscervi ancora un luogo ove si svolga quell’opera di recupero educativo e di reinserimento sociale che la nostra Costituzione attribuisce alla pena… Nel nostro carcere minorile si pratica una pedagogia penitenziaria che non riesco più a condividere… I ragazzi sono spesso trattati come “pacchi” da destinare a una collocazione più contenitiva, e si trascura di instaurare con loro una relazione educativa che sia “di cura”. La struttura sempre più fatiscente rende il carcere di Quartucciu ancora più estraneo all’obiettivo pedagogico che si prefigge».

Da Don Ettore – a cui la Coalizione italiana per le libertà civili ha conferito un premio alla carriera nel 2016 – i ragazzi sono invece educati alla vita. Speriamo che la regione Sardegna torni ad aiutare economicamente la Comunità, fiore all’occhiello dell’isola. Speriamo che il sindaco di Cagliari Massimo Zedda metta una fermata di bus vicino al carcere di Quartucciu per romperne l’isolamento. Speriamo che l’istituto di Quartucciu assomigli sempre meno a una galera per adulti.

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Le sbarre nei sogni d’infanzia. Vite di donne e bimbi reclusi

Sarebbe bello un giorno avere tempo, tanto tempo, per raccontare le storie, tragiche, assurde, tristi di chi finisce in carcere. Biografie che ci aiuterebbero a comprendere fino in fondo quanto il sistema penale sia selettivo, classista, crudele, cieco. Le storie di donne detenute sono ancora più esemplari, rispetto a quelle dei maschi. Le donne in carcere sono meno del 5% dell’intera popolazione detenuta. In quanto poche, si potrebbe partire da loro nella costruzione di un grande archivio di storie di vita spezzate dalla reclusione.

Il carcere femminile è per sua natura meno rude di quello maschile. Le storie che si incontrano non sono però meno tragiche. Vi si trovano donne condannate ingiustamente in quanto ritenute complici di reati infami, mogli di uomini anche loro ristretti in prigione, madri di bambini i quali a volte vivono fuori con i loro nonni altre volte sono dentro nei primi anni di vita reclusi, da innocenti, insieme alle loro mamme.

SE SI TRASCORRE una settimana in una prigione di storie se ne incrociano tante. Questa opportunità è stata data a me e a trenta studenti dell’Università di Roma Tre iscritti al corso di «prison law clinic», un corso nel quale si studiano casi e si cercano risposte, soltanto a volte legali, più spesso di buon senso. Nel carcere femminile di Rebibbia abbiamo tenuto un intero corso universitario grazie alla disponibilità della direttrice e di operatori che non si sono fatti consumare dal burn out che colpisce chi lavora in luoghi così duri e stressanti e hanno mantenuto intatte motivazioni e passione. Motivazioni e passione che, in quei giorni densi e ricchi, sono stati trasmessi a giovani studenti, anche loro motivati e appassionati. Sperando che un giorno venga bandito un nuovo concorso per direttore penitenziario. Sono vent’anni che non si assume nessuno.

A REBIBBIA FEMMINILE ci sono 330 donne detenute di cui più della metà straniere. Tutti i giorni gli agenti di polizia penitenziaria ci accoglievano in portineria, prima sorpresi e poi simpaticamente abituati a questo gruppo di ragazze e ragazzi che andavano a studiare in prigione, dotati di sola penna e quaderno, come nei tempi passati, visto che dentro cellulari, tablet e pc non potevano essere portati. La classe era nel reparto detentivo e ogni giorno educatrici, insegnanti, detenute ci hanno raccontato storie vere. Storie di processi finiti male, di detenute che vogliono ritornare nel loro Paese d’origine ma, nonostante tutta la retorica più becera sull’immigrazione, non ce le mandano, di detenute straniere che invece vorrebbero restare in Italia e che probabilmente a fine pena saranno espulse.

POCHI GIORNI PRIMA A REGINA Coeli, carcere maschile, davanti agli occhi stupiti e dispiaciuti della stessa direzione un detenuto peruviano, definito detenuto modello, tanto che gli era stato concesso di lavorare all’esterno, con due figli che vivono in Italia, è stato espulso. Aveva prospettive di lavoro concreto una volta espiata la pena. Fuori aveva due figli da mantenere e da amare. Ma la legge è inflessibile. Via dall’Italia. Altro che bel Paese. Altro che pena che deve tendere alla rieducazione. Ora i figli sono in Italia e lui in Perù. È stato così realizzato un capolavoro di umanità. «Ero straniero, l’umanità che fa bene» è una campagna, promossa tra gli altri dalla radicale Emma Bonino e don Virgilio Colmegna, per una legge di iniziativa popolare che vuole cambiare la narrazione sull’immigrazione, modificando le parti peggiori della legge Bossi-Fini. La nostra politica sull’immigrazione, stupida e cattiva, caccia chi vuole restare e trattiene chi se ne vuole andare.

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Erri De Luca e Piero Pelù a Rebibbia

NEL CARCERE FEMMINILE di Rebibbia l’atmosfera non è pesante. Chi lo dirige prova a trasmettere calma e serenità. Quando Piero Pelù ed Erri De Luca hanno presentato un cortometraggio tratto dal bellissimo racconto «Tu non c’eri» intorno al rapporto padre-figlio, nel teatro si respirava un’aria libera, normale, non di censura. Le detenute prendevano la parola e dicevano quel che loro pareva, le poliziotte cantavano insieme a Pelù che si accompagnava con la chitarra elettrica di mio figlio Nicola, che l’aveva lasciata scordata. Uno squarcio di vita normale, non finto o artefatto. Di solito ciò in un carcere accade quando dentro non regna la paura. Bisogna sempre diffidare di un istituto dove regna il silenzio perché vuol dire che quella prigione è governata con il terrore.

Mentre gli studenti di Roma Tre seguivano il loro corso universitario, le detenute andavano a scuola. Una di loro, di origine rom e non giovanissima, ci ha raccontato in modo entusiasta le mille cose imparate nella loro classe di scuola media. Ci diceva che per la prima volta si trovava dietro un banco di scuola.

È questo un carcere modello? Carcere modello è una brutta parola. Il carcere è sempre carcere. Non può che essere sofferenza, essendo inevitabilmente una pena. È privazione non solo della libertà. Ma ha il dovere di non imporre sofferenze inutili, ulteriori, gratuite. Purtroppo in molte carceri d’Italia, invece, si pensa che i custodi siano arbitri della vita dei loro custoditi. Quando capita invece di trovare chi gestisce un carcere secondo ragionevolezza, ispirandosi ai principi di responsabilità e normalità, ci si sorprende.

Studiare fa bene. Eppure non è mai stato indagato in Italia il rapporto tra sicurezza e educazione, tra l’istruzione in carcere e il tasso di recidiva. Gli studi statistici sulla recidiva sono pochi e non sempre approfonditi.

MI È CAPITATO DI INCONTRARE professori universitari, indignati e seccati perché costretti ad andare a fare esami in carcere. Non sempre l’accademia considera le carceri luoghi di insegnamento. A Roma, fortunatamente, invece, ciò avviene. Grazie alla determinazione del prof. Marco Ruotolo, l’Università di Roma Tre ha addirittura organizzato un Open Day presso il carcere romano di Rebibbia (quello maschile questa volta) in modo da illustrare ai detenuti la complessa offerta formativa proposta. Un’offerta che si compone di tanti tasselli.
Una offerta alla quale potranno aderire anche le donne, sperando che un giorno si superi lo steccato e possano studiare, maschi e femmine, in una stessa aula. Nella vita normale, d’altronde, ciò accade.

da il manifesto

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