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Dramma Covid 19 in Serbia: guerriglia in piazza a Belgrado

Migliaia di cittadini si sono radunati ieri (7 luglio) spontaneamente per denunciare l’irresponsabile gestione dell’epidemia Covid-19 da parte delle autorità. La polizia ha replicato in modo violento, facendo molti feriti.

La carica della polizia è arrivata a mezzanotte e mezza. Migliaia di cittadini si erano riuniti in serata a Belgrado al grido di “dimissioni”, per protestare contro l’annuncio del presidente Aleksandar Vučić di istituire un divieto di riunione di più di cinque persone e di un nuovo coprifuoco nella capitale come misura anti-Covid-19, il tutto mentre il governo non ha esitato a organizzare lo scorso 21 giugno la tornata elettorale per le politiche.

Le forze antisommossa hanno disperso i manifestanti con bastoni, gas lacrimogeni e granate stordenti. Ci sono stati feriti. Tre veicoli della polizia sono stati dati alle fiamme. «Questa risposta della polizia è la più brutale mai vista nell’ultimo decennio», ha dichiarato l’analista politico Đorđe Vukadinović, citato da N1. A suo avviso vi è stata una reazione sproporzionata.

Il Belgrade Center for Human Rights (BCHR) ha presentato una denuncia contro gli abusi della polizia filmati dalla televisione N1 e ha invitato i cittadini vittime della brutalità della polizia a inviare foto per ottenere assistenza legale. [Aggiornamenti dalla piazza a cura della redazione di Osservatorio Balcani.]

Dramma Covid-19: le bugie di Stato

Nelle settimane che hanno preceduto le elezioni politiche la vita in Serbia andava avanti come se il coronavirus non ci fosse più. Ma non era così e ora si rischia il dramma.

A più di tre mesi dalla proclamazione dell’epidemia di coronavirus, in Serbia si registra un drammatico aumento di contagi e decessi da Covid-19. La brusca impennata di nuovi casi di coronavirus ha coinciso con la campagna elettorale per le elezioni politiche, tenutesi lo scorso 21 giugno, durante la quale sono state revocate quasi tutte le misure di contenimento del contagio.

Nel frattempo sono emersi nuovi dati sui pazienti contagiati e morti da Covid-19, che divergono da quelli diffusi dalle autorità. Pertanto, è lecito supporre che alla vigilia delle elezioni le autorità abbiano taciuto il vero numero di contagiati e morti.

In Serbia lo stato di emergenza a causa della pandemia di coronavirus è stato proclamato lo scorso 15 marzo ed è stato revocato lo scorso 6 maggio. Lo stato di emergenza è stato introdotto, tra l’altro, perché questo era l’unico modo legittimo per posticipare le elezioni politiche, inizialmente fissate per lo scorso 26 aprile. La revoca delle misure di contenimento più severe, motivata con un presunto calo dei contagi, ha consentito al presidente Aleksandar Vučić di organizzare le elezioni prima che emergessero tutte le conseguenze dell’epidemia di coronavirus, sia sanitarie che economiche.

E prima del trionfo del Partito progressista serbo (SNS) guidato da Vučić, che ha ottenuto una vittoria schiacciante alle elezioni politiche, in Serbia sono stati organizzati numerosi comizi elettorali e concerti. Inoltre, la Serbia è il primo paese dove, nel bel mezzo della pandemia, si è tenuta una partita di calcio con 16mila tifosi sugli spalti, senza alcuna misura di protezione. La vita andava avanti come se il coronavirus non ci fosse più, fino all’indomani del voto.

Cittadini e medici protestano

Nel sud-ovest della Serbia, nella regione del Sangiaccato, dove vivono molti bosgnacchi, di fede islamica, un primo aumento del numero di contagi si è verificato dopo la festa di fine Ramadan celebrata lo scorso 24 maggio. Successivamente nel Sangiaccato sono stati organizzati diversi comizi elettorali a cui hanno partecipato numerosi cittadini, senza alcun dispositivo di protezione. Subito dopo le elezioni è stato reso noto che 20 medici e 40 infermieri dell’Ospedale generale di Novi Pazar, la più grande città della regione, sono stati contagiati dal coronavirus e a quel punto è emerso che il numero di pazienti con sintomi gravi stava crescendo ormai da giorni.

Poco dopo da Novi Pazar, ma anche dalle città vicine di Tutin e Sjenica, sono giunte le testimonianze di alcuni medici e cittadini che, sui social network e sui media indipendenti, hanno parlato di come negli ospedali del Sangiaccato mancassero i più basilari dispositivi e farmaci, dalle mascherine ai guanti, dall’ossigeno ai respiratori, ma anche personale medico.

All’inizio di aprile il presidente Vučić ha consegnato personalmente 13 respiratori all’ospedale di Novi Pazar, ma poi è emerso che alcuni di questi respiratori non erano funzionanti. A destare ulteriore preoccupazione nei cittadini del Sangiaccato è stata la notizia secondo cui le autorità locali avrebbero indetto una gara d’appalto per l’acquisto di bare di metallo, il cui uso non è previsto dal rito funebre dei bosgnacchi, suggerendo che le autorità si stavano preparando al peggio. Le immagini dei pazienti sdraiati nei corridoi degli ospedali hanno ricordato le immagini che qualche mese fa ci giungevano dall’Italia e dalla Spagna. Mentre le autorità tacevano, i medici del Sangiaccato hanno chiesto aiuto pubblicamente e l’aiuto è arrivato dai cittadini che hanno organizzato una raccolta fondi sui social.

Quando, lo scorso 30 giugno, la premier Ana Brnabić e il ministro della Salute Zlatibor Lončr si sono finalmente recati a Novi Pazar, i cittadini li hanno accolti con fischi e urla, gridando: “ladri” e “mafia”, mentre alcuni medici hanno voltato loro le spalle in segno di protesta. La premier ha commentato la reazione di cittadini e medici, definendola una politicizzazione e aggiungendo che non si lascerà intimidire.

Qualche giorno più tardi si è fatto sentire anche il presidente Vučić, affermando che l’ospedale di Novi Pazar è uno dei migliori ospedali in Serbia, che dispone di tutte le attrezzature necessarie e che la notizia secondo cui i respiratori che lui aveva consegnato all’ospedale di Novi Pazar non sarebbero funzionanti è una bugia. Le notizie che continuano ad arrivare dal Sangiaccato smentiscono quanto affermato da Vučić, mentre i medici e i familiari delle persone affette da Covid-19 testimoniano della grave situazione negli ospedali e ambulatori nella regione.

Dati divergenti

Il giorno dopo le elezioni, lo scorso 22 giugno, il portale di giornalismo investigativo BIRN, citando dati provenienti dal sistema nazionale di informazione sul Covd-19, ha riportato che in Serbia il numero di contagiati e morti da coronavirus è superiore a quello riferito dall’Unità di crisi per il contenimento della diffusione del virus istituita dal governo. Secondo un documento di cui BIRN è venuto in possesso, in Serbia nel periodo compreso tra il 19 marzo e l’1 giugno 2020 632 persone sono morte per Covid-19, una cifra superiore a quella ufficiale, pari a 244 unità. Nell’ultima settimana prima delle elezioni, il numero di nuovi contagi oscillava tra 300 e 340 al giorno, numeri molto superiori a quelli comunicati dalle autorità, che parlavano di 97 nuovi casi al giorno.

Secondo i dati comunicati dalle autorità, nei giorni immediatamente precedenti le elezioni ci sarebbe stato un solo decesso legato al Covid-19 al giorno. A suscitare dubbi sulla possibilità che il numero di decessi fosse superiore a quello dichiarato è il dato, riportato da BIRN, secondo cui lo scorso 12 aprile, giorno in cui è stato raggiunto il picco dei decessi, sono morte 23 persone, mentre le autorità hanno dichiarato 6 decessi. I medici dell’Unità di crisi, che prima delle elezioni ogni giorno hanno fornito all’opinione pubblica informazioni sull’andamento dell’epidemia, ora cercano di spiegare quella differenza tra decessi comunicati e quelli effettivi con il fatto che esistono vari sistemi di notifica di nuovi contagi e morti.

Tuttavia, questa spiegazione lascia aperta una domanda: com’è possibile che i dati di cui BIRN è venuto in possesso parlino di 77 morti da Covid-19 a Niš, nel sud della Serbia, mentre secondo i dati provenienti da un altro documento ufficiale a Niš nello stesso periodo i decessi per Covid-19 sarebbero stati 243. Resta ignoto chi e come abbia cambiato i dati che fin dall’inizio della pandemia venivano comunicati dagli esperti dell’Unità di crisi.

Il governo nega ogni responsabilità