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Brasile: vendetta giudiziaria contro 23 giovani per le mobilitazioni del 2013

In Brasile una sentenza ingiusta condanna giovani manifestanti dei mondiali

Le oceaniche manifestazioni che nell’estate 2013 hanno sconvolto il Brasile e il mondo intero, come ha raccontato su Comune, hanno visto affacciarsi una nuova cultura politica: quella dei movimenti di giovani che negli ultimi anni sono andati controcorrente e rimasti ai margini della politica. Quei giovani, di cui i grandi media internazionali non si sono più occupati, hanno aperto una strada mettendo in discussione la spesa per i “mega-eventi” (Coppa del Mondo 2014 e Olimpiadi del 2016), sostenute di fatto da quelli che vivono in basso. Per questo oggi, dopo la violenta repressione della polizia di quei giorni, arriva anche la vendetta giudiziale con il noto “Processo dei 23”, concluso con una condanna per 21 di loro a sette anni di prigione, e per gli altri due, a cinque anni e dieci mesi. Una sentenza grottesca nel suo orientamento chiaramente autoritario e nella sua mancanza di prove. Quei 23 giovani sono stati condannati per associazione criminale armata (del resto sono stati trovati fuochi d’artificio e una bottiglia di benzina in una casa di uno degli attivisti…) e corruzione di minori, ma anche per la “personalità distorta”, cioè, come ha spiegato il giudice, perché si sono ribellati ai poteri costituiti. Ora è il momento della solidarietà dal basso (#somostodos23), ma non c’è dubbio: quei giovani hanno aperto una strada, non sarà una durissima sentenza a disperdere i semi lanciati da quei movimenti

Nel giugno 2013, il Brasile è stato scosso da un’ondata di manifestazioni e rivolte che, nella loro composizione, negli obiettivi, nelle forme di comunicazione ed espressione, hanno molte somiglianze con quelle avvenute all’inizio di questo decennio in diverse metropoli del mondo, specialmente in Europa, Nord Africa, New York e Istanbul. Avendo come catalizzatore gli aumenti dei prezzi dei biglietti per il trasporto pubblico, quelle dimostrazioni sono traboccate in una pluralità di “indici del giorno” che mettevano in discussione la spesa per i “mega-eventi” della Coppa del Mondo 2014 e delle Olimpiadi del 2016; i processi di privatizzazione degli spazi pubblici, la gentrificazione dei territori e la rimozione delle comunità povere che hanno accompagnato la preparazione di questi eventi; l’insufficienza e la scarsa qualità dei servizi pubblici essenziali come i trasporti, l’istruzione e la salute; la violenza della polizia secolare contro i poveri; l’oligopolio dei mezzi di comunicazione e la crisi della rappresentazione: “non è solo per i venti centesimi” (cifra dell’aumento medio dei passaggi), affermano i giovani manifestanti.

In effetti, gli attivisti erano per lo più giovani: lavoratori precari e studenti delle scuole superiori, che si presentavano come collettivi autonomi o integrati di anarchici, comunisti, socialisti, autonomisti, femministi, LGBT, e anche movimento nero, organizzazioni giovanili di partiti di sinistra come PSOL, PC di B, PCB e anche lo stesso PT. Oltre al Movimento Passe Livre (per il trasporto gratuito), che era responsabile della convocazione delle prime manifestazioni, movimenti come il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra – MST, dei contadini senza terra, il Movimento dos Trabalhadores Sem Teto – MTST, i senzatetto, e Movimento Nacional de Luta pela Moradia – MNLM, di lotta per l’alloggio, così come le organizzazioni dei professori.

Dopo le prime reazioni di repressione violenta della polizia (l’unica risposta dello Stato, a tutti i livelli Federali, al movimento), cominciarono a formarsi anche gruppi di attivisti dediti ai media liberi per denunciare la violenza; collettivo di giovani avvocati, per la difesa legale dei manifestanti perseguitati; e gruppi di studenti medici e infermieristici, per fornire il primo soccorso alle vittime della crescente violenza della polizia. Con la ripetuta violenza da parte della polizia e le vittorie ottenute attraverso la revoca o la cancellazione di aumenti dei biglietti di trasporto in dozzine di città, le manifestazioni sono diminuite in gran parte del paese, continuando solo nelle principali capitali durante il mese di luglio. Ma a Rio de Janeiro si prolungarono fino a ottobre, alimentate da una diffusa opposizione ai capi dell’esecutivo statale e della legislatura statale e locale[1], che furono accusati di essere complici del saccheggio di beni pubblici, con la mafia dei trasporti, così come la violenza indiscriminata della polizia, il saccheggio dei fondi destinati alla istruzione e ai servizi sanitari, e la rimozione della parte povera della popolazione.

L’anno seguente, nelle città che ospitarono le partite dei Mondiali, tra cui Rio, che ospitò anche la finale, le dimostrazioni ripresero, ma su scala molto più ridotta, con l’espansione della repressione poliziesca. Alla vigilia della finale dei Mondiali 2014, con un chiaro intento deterrente in relazione alle manifestazioni convocate per il giorno successivo, Rio è stata spazzata via da un’ondata di arresti, perquisizioni domiciliari e sequestri di cui furono vittime dozzine di manifestanti e attivisti impegnati sul fronte delle manifestazioni del biennio 2013-14. Ciò ha provocato il famigerato “Processo dei 23”, in cui ventitré giovani attivisti (sette donne) sono stati accusati di una serie di crimini, tra cui associazione criminale armata e corruzione di minori.

A partire dalla fase investigativa della polizia, questo processo è stato caratterizzato da una serie di arbitri, abusi di potere, illegalità e violazioni dei diritti, che hanno motivato la ripetuta concessione dell’habeas corpus da parte di tribunali superiori, contro atti coercitivi del tribunale di primo grado responsabile per il processo, e a favore della libertà degli attivisti. Quattro anni dopo, il 17 luglio 2018, il giudice del caso ha emesso una sentenza insolita in cui i 23 attivisti (compresi i cinque per i quali l’ufficio del procuratore, come denunciante, aveva chiesto l’assoluzione) sono stati tutti condannati: 21 di loro a sette anni di prigione, e gli altri due, a cinque anni di dieci mesi di reclusione. È una sentenza grottesca, nel suo orientamento chiaramente autoritario, nella sua mancanza di prove coerenti, e anche nella sua forma, poiché si sviluppa in due serie di “copia e incolla”, in cui le ragioni per inquadrare la presunta condotta criminale nelle rispettive definizioni legali, e addirittura le ragioni della delimitazione delle pene vengono ripetute rigorosamente per ognuno dei 23 attivisti.

Le definizioni legali sono basate quasi interamente su tre testimonianze: di un ex attivista espulso dal movimento con l’accusa di machismo, che si presume si sia presentato alla polizia come informatore volontario; di un agente di polizia della Forza Nazionale di Sicurezza infiltrato nel movimento senza la necessaria autorizzazione giudiziaria; e una delegata della polizia che indaga sul movimento. La motivazione della sentenza è una sequela di mancanza di buon senso. Poiché sono stati trovati fuochi d’artificio e una bottiglia di benzina in una casa di uno degli attivisti, tutti e 23 sono stati condannati per associazione armata. Perché c’erano presumibilmente due giovani minori di età nel movimento, tutti e 23 sono stati condannati per corruzione di minori, anche se la sentenza non dimostra neppure se ognuno dei 23 conoscesse realmente i due minori, nel mezzo delle migliaia di manifestanti che erano nelle strade. In breve, la farsa repressiva abituale che si ripete ogni volta che si tratta del movimento.

Per giungere agli indecifrabili sette anni di reclusione imposti a 21 dei 23 giovani, il giudice ha fissato le condanne minime di ogni crimine ad un livello molto alto, invocando sempre, tra le altre perle, la presunta “personalità distorta” di ciascuno dei 23 imputati. E perché? Il giudice stesso cerca di spiegare: perché si sono ribellati ai poteri costituiti. Vale la pena ricordare che, quando è emersa questa sentenza, tra i titolari dei poteri costituiti che sono stati oggetto delle proteste nel 2013-14 a Rio, c’è un ex governatore imprigionato e condannato a decenni di prigione, diversi deputati ed ex deputati arrestati e condannati, oltre a ex segretari di stato, membri della corte dei conti, usurari e un gruppo di persone “di mala vita” che li circondavano. Alla luce di ciò che il sistema giudiziario federale ha rivelato sul saccheggio di Rio, perpetrato durante il governo contestato dalle manifestazioni del biennio 2013/14, la giustizia statale [regionale nda] sbaglia profondamente nell’imputare la distorsione della personalità a coloro che hanno affrontato queste mafie: la distorsione della personalità dovrebbe essere imputata a coloro che non si ribellavano contro tutti loro. La condanna del 23 è chiaramente un atto politico di vendetta (23 volte ripetuto, il giudice si rivela scioccato dalla pressione che l’ex governatore ha subito durante una delle occupazioni del 2013) e un avvertimento contro i movimenti di contestazione generale. L’esercizio della contestazione, della disobbedienza civile, delle libertà di riunione e di espressione è invocato più volte per caratterizzare la figura aberrante della “distorsione della personalità” attribuita a tutti i condannati.

Ovviamente, questo atto di guerra contro un’intera generazione disposta a combattere (contro il potere dello stato e delle mafie associate e per i diritti di tutti) ha suscitato indignazione e solidarietà in ampi settori democratici. Molti, tuttavia, in particolare i settori legati al Partido dos Trabalhadores PT (che confondono in modo scioccante e assurdo le manifestazioni di massa del 2013-2014 con le mobilitazioni conservatrici del 2015-2016) stanno in silenzio, o peggio. Questo è anche noto di altri tempi, in altri luoghi. Chi era nelle strade brasiliane nel 2013-14, diciamo, non è tornato a casa allo stesso modo. Non ha dimenticato quegli eventi e non può ammettere che siano confusi con ciò che è accaduto dopo: dopo che lo Stato, con il suo braccio di polizia mastodontico, anche con la partecipazione del PT, e con il supporto dei media, ha espulso i giovani disobbedienti dalle strade, aprendo il cammino alle successive mobilitazioni in cui i partecipanti, benedetti dalla buona volontà degli stessi media, fraternizzavano con la stessa polizia che aveva represso coloro che erano venuti prima. Continueremo a lottare per l’assoluzione e a difendere le libertà di tutti i manifestanti colpiti dalla repressione nel 2013-14. E tutta la solidarietà, anche da lontano, è necessaria e benvenuta.

È possibile accompagnare l’hashtag #euapoioos23 e #somostodos23

Adriano Pilatti – professore di Diritto costituzionale presso la Università Cattolica di Rio PUC-Rio e ha accompagnato direttamente le manifestazioni del 2013-14

[1]Il Brasile é una repubblica federale organizzata su tre livelli di amministrazione pubblica: federale [coincidente con lo Stato] – statale [coincidente con le Regioni] – municipale [coincidente con i Comuni].

Articolo tradotto per ComuneInfo da Laura Burocco.

Fonte: www.ihu.unisinos.br

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