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Bracciale elettronico in cantiere: «Così proteggiamo gli operai».

Così ha intitolato un articolo il Corriere della Sera il 1 Agosto scorso, riprendendo le dichiarazioni dell’Assessore regionale allo Sviluppo Economico Alessandro Mattinzoli, a seguito della delibera della Regione Lombardia di qualche giorno fa, dedicata alla sicurezza sul lavoro e che prevede l’avvio di un progetto sperimentale che vedrà due cantieri nel bresciano adottare dei braccialetti elettronici fino a giugno 2020. L’obiettivo è “monitorare la salute e la sicurezza dei lavoratori con strumenti e metodi digitali”.

Elaborato dalla Camera di Commercio di Brescia e in particolare dall’Ente Sistema Edilizia Brescia (Eseb) in collaborazione con l’Università degli studi di Brescia e l’Università di Verona, costo 100mila euro, quello che la Tesco (settore logistico) aveva sperimentato in Inghilterra nel 2009 e Amazon utilizza in maniera subdola a Piacenza e nei suoi magazzini, sembra diventare realtà anche in edilizia. Ad aprile 2018 la FCA di Melfi parlò e introdusse degli isoscheletri per “sollevare con facilità fino a 15 kg” e monitorare lo sforzo degli operai addetti a operazioni di movimentazione pezzi ripetute nel tempo.  In effetti, le nuove tecnologie hanno superato, grazie al Jobs Act (D.Lgs. n. 151/2015 ) la distinzione concettuale, contenuta nell’art. 4 Statuto dei lavoratori, tra strumento deputato al controllo e strumento di lavoro: gli strumenti sopra citati, chiamati elegantemente “wearable tecnology”, costituiscono nell’attuale sistema di organizzazione del lavoro “normali” strumenti utilizzati  per la prestazione lavorativa, ma consentono al contempo un controllo continuo e capillare sull’attività del lavoratore, come del resto ha affermato la Corte europea dei diritti umani con sentenza n. 61496/08 del 12 gennaio 2016. Questo aspetto è stato più volte affrontato in svariate sedi e scritti, ed è evidente come il modello di controllo e produttività esasperata stiano diventando, o già lo sono, una dottrina, un pensiero filosofico, un modello applicato che sta investendo da decenni i centri di produzione del sapere, come le scuole e le università. E’ questo di cui stiamo parlando, è uno degli esempi più lampanti. Infatti, i tecnici che stanno portando avanti il progetto, parlano di  «tecnologie che permetteranno di raccogliere parametri fisiologici dei lavoratori come il ritmo cardiaco, la frequenza cardiaca, la frequenza respiratoria, la pressione arteriosa, l’ossigeno e il glucosio nel sangue, la temperatura corporea, il livello di stress, la qualità del sonno, le calorie bruciate, le scale salite/scese e altri ancora. E al tempo stesso saranno rilevati anche parametri ambientali come la qualità dell’aria, la pressione barometrica, le perdite di gas, l’umidità, la temperatura, l’illuminazione». Il terzo livello sarà «il rilevamento di prossimità e la geolocalizzazione, tramite dispositivi di protezione individuale o altri dispositivi controllabili da remoto». Sembra di essere in Emilia Romagna, dove questi sistemi vengono utilizzati in alcuni capannoni automatizzati della filiera agricola per controllare stato e produttività dei capi in maniera costante. E invece, questo progetto riguarda lavoratori per ora del settore edile, ma potrebbe estendersi ad altri settori molto presto. Il fatto che le imprese si appoggino alle università è assodato, infatti è da qui che continuano a essere pensati e adottati poi dai governi, le leggi e i modelli che investono il mondo del lavoro del sistema di produzione e riproduzione capitalistico. E’ uno scontro materiale e di idee a bassa intensità, ma ha effetti sempre più impattanti.

Il cambio di paradigma che riguarda la pedagogia scolastica-accademica e la formazione degli stessi operatori e studiosi del campo della medicina del lavoro sta nel concentrarsi e agire sulle persone e non sulle condizioni, sui luoghi di lavoro e  sull’organizzazione. E’ l’elemento soggettivo ad assumere una centralità e non quello oggettivo della realtà dei luoghi di lavoro, che a loro volta sono influenzati dalle scelte delle politiche economiche. In questo “evolversi” del lavoro sussunto al profitto, nel conflitto di classe l’applicazione delle tecnologie digitali e non, dimostra come esse non siano un mezzo neutro, e investono tutti i settori lavorativi e non solo l’edilizia come nel caso specifico. Dalle fabbriche robotizzate della FCA Group che adottano metodologie di lavoro non riconosciute da nessun ente che si occupi di ergonomia, ai magazzini della logistica, alle consegne dei rider nelle città (vedi vicende lavoratori del delivery food), alle campagne e alle fabbriche abusive del tessile dove permangono condizioni di schiavitù, ai lavori di concetto e del terzo settore. Questo lo dimostra il fatto che la maggior parte delle aziende non investe le stesse risorse economiche e di sapere per garantire condizioni di salute e sicurezza dignitose, magari progettando linee produttive e metodologia realmente ergonomiche, come avviene per l’innovazione e la ricerca delle tecnologie avanzate, fatte passare come dispositivi di protezione e sicurezza, ma che nascondono controllo disciplinare e della produttività.

Storicamente ad ogni cambio epocale nelle modalità di produzione, aumentano i livelli di disoccupazione ed inoccupazione forzata. A questo si aggiunge che nella dinamiche di centralizzazione e di concentrazione dei capitali, le grandi aziende scelgono di esternalizzare anche i costi relativi ai due aspetti, parcellizzando il lavoro e scaricando tutto sulle aziende appaltatrici e queste a loro volta, alle sub- appaltatrici. Tale effetto a cascata, è consentito anche dagli impianti normativi presenti in molti Paesi del mondo. Ma anziché agire analizzare e agire su questi aspetti, i vari attori coinvolti e i corpi intermedi preferiscono restare dentro i margini di questo pensiero.

Infatti,  è “sfruttando” i casi di infortuni mortali causati da malori per colpi di caldo in edilizia e in agricoltura, di quest’estate che le imprese con le loro associazioni di categoria e i loro rappresentanti politici provano ad avanzare verso questa direzione. Dall’altro canto, a seguito di questi tragici eventi, i sindacati continuano a non proporre nulla in termini di applicazione di alcuni strumenti normativi già esistenti o agire conflittualmente ( escluso scioperi e picchetti sindacati di base) per cambiare l’organizzazione del lavoro, come orari, pause, ritmi, rivendicare interventi tecnici e metodologici anche nei capannoni industriali, ottenere quello che una volta si chiamava “controllo operaio”. E allora, anche loro si uniscono concertanti con università e centri di ricerca delle imprese per agire sull’individuo, sul comportamento del lavoratore da micro analizzare, processando la sua stanchezze, la sua distrazione, i suoi movimenti, i suoi parametri fisiologici da monitorare costantemente e poi forse valutare le condizioni strutturali, microclimatiche, organizzative.

La vera causa di questa strage continua,  nasce da condizioni oggettive di lavoro in costante arretramento, che vanno dal salario, ai contratti, e passano per l’organizzazione e la tutela reale della salute e della sicurezza. La prevenzione si fa sulle condizioni e i processi, sulla salute dei luoghi e delle persone, non sul controllo aziendale che ha come unico scopo l’ottimizzazione della vita in termini di profitto.

Renato Turturro

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