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Atlas Atlante della migrazione – atti e cifre del popolo in movimento

Un contributo preziosissimo dei ricercatori di Rosa Luxemburg Stiftung per stimolare un ripensamento politico

Indice

Nota editoriale

Introduzione

12 brevi lezioni sul mondo dell’emigrare

Storia – Attraversare frontiere, rompere confini

Negli ultimi pochi secoli, povertà, repressione e violenza hanno forzato milioni di persone a lasciare le proprie case. Per alcuni, la fine di un viaggio di pericoli, ha significato una vita migliore. Per altri è stato l’inizio di secoli di schiavitù.

Lavoro, indipendenza e sicurezza sono ciò che spinge a migrare. I movimenti fluiscono, con voli a poco prezzo e telefoni mobili che consentono di mantenere i contatti con le famiglie a casa. Ma i corridoi tradizionali della migrazione sono ancora attivi. Le nuove frontiere fanno sì che chi mantiene legami sociali con paesi vicini di nuova indipendenza è considerato migrante internazionale.

MOTIVI – RAGIONI PER PARTIRE

Le persone partono per molte ragioni. Molti alla ricerca di una vita migliore per sé e per i propri figli; altri fuggono da minacce e violenza; altri ancora sono cacciati da disastri naturali. Molto spesso le ragioni per partire si accavallano.

IN FUGA – UN FALLIMENTO DELLA COMUNITA’

Mai prima d’ora così tante persone sono fuggite per salvarsi. Spesso la comunità internazionale non sa prevenire guerre e conflitti e neppure proteggere le vittime

VISTI – QUANTI SOLDI HAI NEL PORTAFOGLIO?

In gran parte dell’Unione Europea viaggi oltrefrontiera sono quasi un’abitudine – purché tu abbia il passaporto regolare. Se ti manca, ma vuoi ancora fare un viaggio all’estero, capirai in fretta che è il tuo portafoglio a decidere quanto lontano puoi andare.

MIGRAZIONE DELLA FORZA LAVORO – IN CERCA DI LAVORO

La migrazione di forza lavoro causa controversie politiche nei paesi d’arrivo. Da un lato, il mondo sviluppato ha una forte domanda di lavoratori migranti, sia qualificati sia a basso-salario. Dall’altro lato i lavoratori immigrati sono spesso sottoposti a trattamento razzista.

LAVORO IN MOVIMENTO – MANDARE SOLDI ALLE FAMIGLIE, A CASA

Migrazioni e sviluppo economico vanno insieme. Per i paesi d’origine dei migranti, i vantaggi economici superano gli svantaggi. In particolare, i guasti causati dalla perdita di lavoratori specializzati sono spesso sovrastimati. Molti di questi lavoratori tornerebbero se potessero trovare un buon impiego in patria.

GENERE – SONO FORTE, SONO DONNA

Tanto al lavoro, quanto in movimento, alla ricerca di una vita migliore, le donne sono minacciate da violenze e discriminazioni. Ma come tutti i migranti – e tutte le donne – le donne migranti non dovrebbero essere viste in primo luogo come vittime. Dovrebbero esserci soprattutto diritti più forti, così da consentire loro di difendersi.

LEGGI SULL’IMMIGRAZIONE – DOCUMENTI PER CHI NON NE HA

Le leggi sull’immigrazione puntano ad attrarre lavoratori specializzati e a tenere tutti gli altri fuori. Ma è perdere tempo di fronte al mondo reale: milioni di lavoratori vivono e lavorano nei paesi di arrivo senza documenti ufficiali. Ciò li pone a rischio di sfruttamento.

CONTROLLI DI FRONTIERA – LONTANO DAI CONFINI

Nei suoi tentativi di controllare l’immigrazione, l’Unione Europea corrompe i paesi africani e li costringe a fermare e arrestare le persone prima che possano raggiungere la sponda Sud del Mediterraneo. L’aiuto allo sviluppo da lotta alla povertà è diventato blocco all’emigrazione.

SCHENGEN E DUBLINO – SENZA PREPARAZIONE, SENZA COORDINAMENTO

L’approccio europeo alla questione dei rifugiati è stato caotico. Paesi diversi hanno diversi interessi; rifiutano compromessi, fanno mancare un po’ di solidarietà. Sono tutti concordi su politiche che rendano più difficile per i rifugiati ottenere asilo nell’Unione Europea.

MEDITERRANEO E SAHARA – LE MORTI NEL DESERTO

La frontiera Sud dell’Europa è la più mortifera del mondo. Migliaia di persone sono affogate nel tentativo di raggiungere la sponda Nord del Mediterraneo. Ora si muore di sete nel Sahara.

DEPORTAZIONI – ADDIO E NON TORNARE

Di fronte alla deportazione, sono molti i richiedenti asilo che si tolgono la vita per disperazione. Deportare qualcuno è assai più costoso che non consentirgli di fermarsi, guadagnarsi da vivere e pagare le tasse nel paese ospite.

INTEGRAZIONE – ARRIVATI E ALLOGGIATI, MA NON ANCORA A CASA PROPRIA

Gli immigrati ben-integrati sono l’ideale e sono in molti, nella società ricevente, ad accoglierli bene. D’altro canto gli immigrati non integrati sono considerati una minaccia. Puntare sull’ “integrazione” significa ignorare il vero problema, che è garantire diritti sociali e politici agli immigrati.

PAURE MALPOSTE – FALSE PROMESSE (Nazionalismi di destra)

Politiche di destra sono in crescita in ogni parte del pianeta. Sobillatori accusano gli estranei e le minoranze per le ristrettezze delle loro società. Anche senza prendere il potere, il loro rumoreggiare influenza l’agenda politica dei partiti più moderati.

DOVE LA DESTRA SBAGLIA (Violenza di destra in Germania)

Il razzismo ha una lunga e tragica storia in Europa – e in nessun luogo più che in Germania. Ahimè il razzismo è vivo e (ben ottanta anni dopo il nazismo e l’olocausto) è ora diretto contro i migranti come fossero Ebrei. La resistenza però, nella società allargata, può crescere.

COME SI ORGANIZZANO I MIGRANTI – IMPARARE A SOPRAVVIVERE

I migranti sono spesso descritti come senza speranza e alla ricerca di protezione – o divisi senza rimedio su linee nazionali, etniche, linguistiche e religiose. La verità è diversa. In realtà si aiutano in caso di necessità e aiutano quelli che arrivano dopo di loro.

CITTA’ SOLIDALI – UN CONTRAPPESO ALLA XENOFOBIA

I rifugiati non hanno solo diritti; essi arricchiscono società ed economia dei luoghi in cui s’installano. Politici locali più sereni lo riconoscono. Essi contribuiscono a un più meditato contrappeso per i toni esagerati dei populisti che chiedono più deportazioni.

SOCIETA’ CIVILE – DALLA SIMPATIA ALLA SOLIDARIETA’

In tutta Europa, gruppi di attivisti hanno sollevato la questione dei diritti di migranti e rifugiati. Il loro numero però era scarso fino all’estate del 2015, quando il flusso di persone che attraversava le frontiere d’Europa ha stimolato una ripresa di simpatia, un aiuto pratico e un impegno politico.

Introduzione

Migrare: un diritto umano contestato

Migrare è sempre stato una parte di noi: è l’origine di tutte le società umane. Il movimento della popolazione attraverso la terra e il mare e da un continente a un altro è antico come l’umanità stessa. Poche nazioni nel mondo moderno sarebbero diventate quello che sono senza secoli d’immigrazioni ed emigrazioni.

Oggi però il tema dell’emigrazione è l’oggetto d’incandescenti discussioni politiche in ogni parte del mondo. Gli atteggiamenti sull’emigrazione guidano le opinioni di cittadini e politici; essi formano le basi di partiti politici e movimenti sociali. Miti, storie e immagini, emersi in passato – e che continuano a emergere – intorno al fenomeno sociale dell’emigrazione sono altrettanto larghi e potenti. Ciò è evidente nei termini usati per descrivere le migrazioni: le più comuni immagini, verbali e visuali, utilizzate sono “flussi”, “ondate”, “alluvioni”. Tutte queste metafore dipingono la migrazione come qualcosa da temere e rendono invisibile ciascuna persona che sta facendo l’atto di migrare.

L’Atlante punta a stimolare un ripensamento politico che mostri le migrazioni da un angolo differente. Offriamo un insieme di statistiche e grafici che diano una base più obiettiva al dibattito, alla sinistra, nella sfera politica europea e magari più in là. A sinistra, le posizioni svariano da chi domanda frontiere aperte a chi respinge in sostanza le migrazioni, spesso perché si ritiene che gli immigrati saranno in concorrenza con i membri economicamente più deboli delle nostre società. L’immagine positiva di una società aperta con sufficienti risorse per raggiungere tutte le aree della vita è in apparente forte contrasto con l’immagine negativa di comunità costrette a combattere in ogni direzione, con tutti gli altri, per le medesime risorse. Nel 2019, alle elezioni per il Parlamento Europeo, la destra politica – dal centrodestra, ai populisti, agli estremisti dell’ultradestra – hanno prevalso con la loro retorica nazionalistica, anti migrazioni, profittando delle paure di declino sociale dei votanti. Oggi ai migranti in Europa sono negati i diritti sociali, sulla base delle politiche sostenute da molti partiti che hanno allargato il proprio consenso alle elezioni.

L’Atlante propone di cambiare atteggiamento verso migranti e migrazioni. Fatti e figure di queste pagine mostrano che mentre le migrazioni avvengono in ogni parte del mondo non minacciano né i paesi di destinazione né quelli di partenza. E’ vero il contrario: diventano più ricche le varie società del pianeta, non solo in termini culturali, ma anche spesso in quelli economici.

I migranti non sono solo vittime. Al contrario, essi tengono il proprio destino nelle proprie mani. Ciò è illustrato nell’Atlante che descrive le lotte connesse alle migrazioni contro il razzismo e per i diritti di immigrati e rifugiati. In Europa e nel mondo intero sono emersi innumerevoli movimenti di solidarietà. C’è una lotta generale contro deportazioni, xenofobia, populismo di estrema destra, e per il diritto alla partecipazione sociale e culturale, per un lavoro decente, abitazioni adeguate, istruzione, cure per la salute.

L’emigrazione ha realtà e aspetti diversi. L’Atlante offre approcci differenziati e una ricognizione dei fatti. Nel clima sociale attuale, serve coraggio per svolgere questo tema in modo tranquillo e informato – e per riconoscere che l’immigrazione allarga e rafforza la democrazia nelle nostre società. Perché noi viviamo in società post-migratorie, dove la libertà di movimento e la protezione dei rifugiati dovrebbero essere ritenuti diritti umani.

Florian Weis, Johanna Bussemer, Christian Jakob, Wenke Christoph, Stefanie Kran, Dorit Riethmuller, Franziska Albrecht Editors

Traduzione dall’inglese di Guglielmo Ragozzino

GRAFICI E TABELLE SONO VISIBILI QUI: The Atlas of Migration – RLS – Rosa-Luxemburg-Stiftung

ATLAS

Il mondo dell’emigrazione 12 brevi lezioni

1. L’umanità è sempre stata in movimento. La MEMORIA DELL’UMANITÀ è anche storia delle migrazioni. Tutte le società moderne e tutte le nazioni della Terra sono il risultato di movimento.

2. Sempre più persone vivono e operano in altri paesi. In molti si dirigono verso le GRANDI CITTÀ. Anche se vi sono più migranti di sempre, i loro NUMERI sono sempre PICCOLI se confrontati con la popolazione mondiale.

3. I migranti LAVORANO SPESSO IN PROPRIO o accettano lavori MAL PAGATI – in parte perché gli sono negati i benefici sociali. Essi CONTRIBUISCONO allo sviluppo economico delle società di accoglienza, e così al BENESSERE GENERALE di tutti.

4. Persone di elevata istruzione abbandonano paesi poveri e cercano all’estero lavoro e salari più alti. Poiché in generale SPEDISCONO IN PATRIA una parte dei loro guadagni e in taluni casi RITORNANO con migliori qualifiche e specializzazioni, la migrazione è vantaggiosa anche per i paesi meno sviluppati.

5. L’Unione Europea (UE) cerca di fermare i migranti LONTANO DALLE SUE FRONTIERE. Con tale atteggiamento, causa implicitamente gravi violazioni ai diritti umani. Specialmente in Africa, le persone NON POSSONO più muoversi LIBERAMENTE all’interno dei propri confini.

6. Le persone del Nord del mondo hanno facilmente i VISTI. Possono viaggiare quasi ovunque SENZA LIMITAZIONI e possono emigrare in molti altri paesi. Tale libertà di movimento è invece NEGATA A MOLTISSIMI altri popoli nel mondo.

7. Per i poveri e un numero crescente di rifugiati NON ESISTE MODO LEGALE per emigrare. Essi devono spesso PAGARE, a chi esercita il contrabbando di persone, somme rilevanti per passare un confine. Le vie dell’emigrazione sono MOLTO PERICOLOSE; sono in molti a MORIRE lungo il cammino.

8. Quando i migranti arrivano a destinazione sono spesso soggetti a DISCRIMINAZIONI. Sono pagati di meno nel lavoro, devono accontentarsi di abitazioni scadenti e hanno peggiori opportunità di carriera. Tali discriminazioni possono durare ANNI e i loro FIGLI e NIPOTI possono a lungo essere considerati come “stranieri”.

9. Il RAZZISMO è senza dubbio una conseguenza dell’emigrazione. Se minoranze immigrate sono trattate con OSTILITÀ o repressione dipende dal fatto se l’immigrazione sia intesa come avvenimento normale o COME MINACCIA.

10. Un numero crescente di DONNE E RAGAZZE emigrano da sole per SFUGGIRE ai pericoli, per ottenere una vita decente, per prendere il controllo sulla PROPRIA VITA, o per AIUTARE la famiglia. Esse hanno bisogno di una speciale PROTEZIONE lungo il percorso.

11. Il CONTRIBUTO dei migranti all’economia è benvenuto, ma spesso essi devono COMBATTERE per i propri diritti. ALTRI potranno poi avvalersi di tali lotte – compresi i lavoratori locali che si uniscono nella battaglia contro lo SFRUTTAMENTO.

12. Una SOCIETÀ in cui locali e immigrati vivono in pace è NORMALE, non un’eccezione. La base per questo è la SOLIDARIETÀ, la capacità di condividere.

STORIA

Attraversare frontiere, rompere confini

Negli ultimi pochi secoli, povertà, repressione e violenza hanno forzato milioni di persone a lasciare le proprie case. Per alcuni la fine di un viaggio di pericoli ha significato una vita migliore. Per altri è stato l’inizio di secoli di schiavitù.

La storia umana è storia di migrazioni. L’umanità non ha cominciato improvvisamente a lasciare la barbarie per entrare nell’epoca moderna. Molto prima che esistessero i trasporti moderni, i popoli si muovevano su lunghi percorsi. Anche l’idea che le migrazioni del passato fossero permanenti è un mito: andirivieni, migrazioni stagionali e variabilità hanno caratterizzato movimenti locali, regionali e globali in passato, proprio come ai nostri giorni.

Migrazioni globali – movimenti da un continente a un altro – sono state tra le attività principali solo dopo l’inizio dell’era coloniale, e la schiavitù vi ha svolto un ruolo di rilievo. Dal 16mo secolo in poi, da 10 a 12 milioni di persone furono stivate dall’Africa verso l’Europa e le Americhe. Altri 6 milioni di persone furono catturate nell’Africa orientale per essere vendute, spesso ai governanti della Penisola Arabica.

All’inizio del 19mo secolo il numero degli europei che abbandonavano il vecchio continente crebbe rapidamente. Alcuni di questi migranti presero la via di terra, marciando verso Est e occupando le parti asiatiche dell’impero russo. Un numero molto più cospicuo attraversò gli oceani: fra 1815 e 1930 andarono all’estero tra 55 e 60 milioni di persone; più di due terzi si diressero nell’America del Nord. Un altro quinto andò in Sud America. Sette su cento finirono in Australia e Nuova Zelanda. Dovunque trovassero sistemazione, la composizione della popolazione cambiò radicalmente; emersero nuove comunità europee.

La fine del 19mo secolo e l’inizio del 20mo segnarono il massimo dell’emigrazione europea e anche il debutto dell’Europa come destinazione degli emigranti, una tendenza che raggiunse il massimo dopo la seconda guerra mondiale. Molta gente arrivò dalle colonie soprattutto in città come Londra, Parigi, Bruxelles. Come conseguenza della ripresa economica nell’Europa Occidentale, i governi nazionali reclutarono “lavoratori stranieri” dall’Europa del Sud. Tali lavoratori in seguito convinsero le famiglie a raggiungerli. Prima della caduta della Cortina di ferro nel 1989, in molti s’imbarcarono, o si mossero, dal blocco dell’Est all’Ovest. Dopo il 1989, il loro numero crebbe vistosamente.

La liberalizzazione delle leggi sull’immigrazione nel 1965 condusse a una seconda ondata migratoria negli Usa. Nel 2016 il numero di residenti negli Usa nati all’estero ha raggiunto i 41 milioni, 25 per cento dei quali erano di origine messicana.

I migranti raramente vanno in un paese straniero del tutto sconosciuto – non oggi, non in passato. Le reti informative offrono spesso un aiuto notevole nel guidare la mobilità. Le migrazioni non sono mai state un fine in sé: la permanenza temporanea o definitiva in un posto nuovo è pensata per consentire ai migranti di avere l’opportunità di sapere di più per rimodellare le proprie vite. Questo è il caso di chi cerca impiego o opportunità d’istruzione, come anche per chi persegue l’autodecisione, per esempio la fuga da un matrimonio combinato, o semplicemente vuole seguire un’inclinazione per perseguire una carriera particolare.

A causare le migrazioni è spesso la violenza o il timore di doverla subire. Le persone reagiscono ai conflitti armati lasciando i posti poco sicuri. Forzare una popolazione ad andarsene via per facilitare il consolidamento del potere, o in vista di ulteriori fini politici, non è per niente una novità. Movimenti di rifugiati, espulsioni e deportazioni avvengono quando gruppi specifici – di solito collegati allo Stato – minacciano le vite o l’integrità fisica, restringono i diritti e le libertà, limitano le occasioni di partecipazione politica, o inibiscono la sovranità e la sicurezza individuale e collettiva a tale ampiezza che la popolazione non vede opzioni diverse dal lasciare le proprie case.

I libri antichi ebraici, cristiani e islamici sono punteggiati di storie di popoli che chiedono protezione e sono ben accolti o respinti da comunità straniere. Secondo antichi autori, Roma divenne così potente perché diede asilo a larghe masse di popoli perseguitati. I secoli seguenti avevano regole per governare l’asilo. Solo molto più tardi, dopo la prima guerra mondiale, emersero leggi specifiche, nazionali e internazionali, per proteggere i popoli fuggiti da violenza e persecuzioni. La Convenzione di Ginevra per i rifugiati del 1951 è considerata la pietra miliare nella legge internazionale.

C’è più gente che emigra adesso che in passato? Non si può rispondere a questa domanda. Mancano dati disponibili per molti periodi storici, e il concetto di migrazione è definibile in molti modi diversi. Possiamo però stabilire se il numero dei migranti sia stato molto elevato in un determinato periodo, – per esempio in un territorio particolare – di urbanizzazione. Il movimento dalle campagne alla città, piccole e grandi, fu causa e conseguenza dell’industrializzazione. Ma relativamente poche persone hanno intrapreso lunghi viaggi, attraverso frontiere nazionali o lungo interi continenti. Le Nazioni unite contano circa 258 milioni di migranti che hanno attraversato frontiere nazionali. 97 persone su 100 vivono però sempre nei paesi in cui sono nate.

Le migrazioni, specialmente su lunghi percorsi, sono processi sociali impegnativi. Ciononostante rimangono una costante forma di sviluppo umano. Nessuna società moderna, nessuno stato-nazione attuale, nessuna città importante potrebbe esistere senza di esse.

Industrializzazione, urbanizzazione e nuovi trasporti hanno stimolato la mobilità. E a molti popoli indigeni avvenne di essere dominati dagli estranei

Dai tempi coloniali all’era industriale più di 100 milioni di persone presero parte ai principali movimenti di lunga distanza – o furono venduti

Mobilità

CASA, LONTANO DA CASA

Lavoro, indipendenza e sicurezza sono ciò che spinge a migrare. Ci si muove, con voli a poco prezzo e telefoni mobili che consentono di mantenere i contatti con le famiglie a casa. I corridoi tradizionali della migrazione sono però ancora attivi. Le nuove frontiere fanno sì che chi mantiene legami sociali con paesi vicini di nuova indipendenza è considerato migrante internazionale.

I media danno spesso l’impressione che la popolazione nei pesi poveri non desideri altro che arrivare in Europa o negli Stati Uniti. Questi movimenti però riguardano solo una piccola parte del flusso globale dei migranti. Ogni paese ha esperienza di movimenti attraverso le proprie frontiere – migrazione internazionale – o movimenti all’interno dei propri confini – migrazioni interne. Le migrazioni sono un fenomeno mondiale.

Le Nazioni Unite stimano che nel 2017 circa 258 milioni di persone stavano vivendo, sia in permanenza che temporaneamente, in altri paesi. Il dato si è triplicato nel corso di una generazione: nel 1970 vi erano 84 milioni di migranti internazionali, nel 1990 erano 153 milioni e dopo l’inizio del millennio il numero è cresciuto di altri 85 milioni. Però la proporzione non è cambiata di molto: nel 1970 la percentuale era del 2,3 per cento; nel 2017 era cresciuta leggermente, al 3,4 per cento.

Il numero di chi lascia il suo luogo natale, ma si ferma nello stesso Paese è assai più alto. Nel 2005 le Nazioni Unite hanno stimato il numero dei migranti interni in 763 milioni. Nel 2017 nella sola Cina, la categoria comprendeva 244 milioni di persone. India, Stati Uniti, e perfino la Germania con il suo divario economico da Ovest a Est, presentano grandi movimenti interni, spesso tra aree rurali e urbane, tra regioni economicamente depresse e centri in sviluppo.

La migrazione globale cresce per svariate ragioni. In talune aree, conflitti e guerre spingono la popolazione ad andarsene. In altre la globalizzazione dell’economia è una forte spinta a emigrare. I canali delle vecchie migrazioni hanno ancora un ruolo. Essi ebbero origine tra paesi vicini, (come tra Italia e Svizzera), da una storia di colonialismo (come tra India e Regno Unito) o da relazioni commerciali di lunga data (come tra Cina e Africa Orientale).

Oggi quasi due terzi dei migranti internazionali vivono in paesi sviluppati. Anche i paesi a basso reddito sono rifugio per 11 milioni di nuovi arrivi. Quasi metà di tutti i migranti internazionali arrivano da solo 20 paesi.

Europa e Nord America furono a lungo le destinazioni più importanti. Nel frattempo l’attenzione si è gradatamente spostata sull’Asia. Con l’inizio del nuovo millennio l’Asia è diventata il punto d’arrivo di 30 milioni di migranti internazionali, più di ogni altra regione nel periodo. Più del 40 per cento di questi migranti arriva dall’Asia stessa. Larghi canali di migrazione si sono stabiliti tra i paesi dell’Asia del Sud e del Sudest e gli Stati del Golfo con la loro alta domanda di lavoro. Lavoratori delle costruzioni e dell’assistenza domestica costituiscono ancora oggi la maggioranza della popolazione nel Golfo. Negli Emirati Arabi Uniti l’88 per cento della popolazione è di nazionalità straniera, compresi 3,3 milioni di persone provenienti dalla sola India.

I canali migratori attuali mostrano che nonostante i progressi tecnici nei trasporti e nelle comunicazioni, la geografia gioca ancora un ruolo importante. Molti emigrano all’interno della propria regione. Il disegno di nuove frontiere, come nell’Urss di un tempo, significa che le persone che seguono la famiglia, oppure i legami etnici e storici in vicini paesi indipendenti, sono oggi considerati migranti internazionali. Il collegamento migratorio tra Messico e Usa è ancora il più affollato di tutti. Nel 2017 gli Usa erano casa per 98 messicani viventi all’estero su 100 – circa 12,7 milioni di persone. Quando ci si allontana da conflitti o disastri naturali di solito ci si ferma in una regione particolare. Nel 2000 la polizia di frontiera turca registrò soltanto 1.400 passaggi irregolari dalla vicina Siria; dall’inizio del 2019, la guerra civile ha spinto il numero dei rifugiati siriani in Turchia a 3,6 milioni .

Le migrazioni hanno molti aspetti, non solo l’emigrazione permanente o l’immigrazione. Molte persone tornano in patria dopo aver studiato o lavorato all’estero per un periodo. Sono compresi i così detti “expats”: lavoratori che si fermano in un paese straniero per un periodo di tempo, per svolgere un lavoro manageriale o nei servizi. Alcuni partono, altri tornano, sono in attesa e vanno avanti e indietro tra i loro paesi d’origine e una o più destinazioni. I “Nomadi digitali” – generalmente persone provenienti da paesi ricchi che vivono poveramente in povere regioni – hanno un po’ di attenzione mediatica ma sono una minoranza.

Non molti su scala globale: i migranti internazionali contano per il 3 per cento circa della popolazione mondiale.

MOTIVI

Le ragioni per muoversi

Le persone partono per molte ragioni. Molte alla ricerca di una vita migliore per sé e per i propri figli; altre fuggono da minacce e violenza; altre ancora sono cacciati da disastri naturali. Molto spesso le ragioni per partire si accavallano.

Mody Boubou Coulibaly, maliano, lavorava come edile a Nouakchott, capitale della vicina Mauritania. Il 9 maggio 2016 è saltato dal terzo piano dell’edificio in costruzione ed è morto in poco tempo per le ferite riportate. L’atto disperato fu la conseguenza delle prepotenze di una guardia. La colpa di Coulibaly era il permesso di soggiorno scaduto. Non poteva affrontare la spesa per il rinnovo, 85 euro. Dal 2017 la Mauritania fa parte della Comunità economica dell’Africa Ovest (Ecowas), che include il Mali e altri 14 paesi della regione. Dalla fondazione nel 1975 una questione cruciale per Ecowas fu come superare i confini imposti dalle potenze coloniali e consentire ai cittadini dell’Africa Ovest libertà di movimenti all’interno dell’area. Mobilità in quella parte del mondo non è solo essenziale per vivere, ma è anche fondata nelle culture locali.

Nell’Africa Ovest molte persone sono state per un periodo in un altro paese. Stare in un paese straniero era spesso un importante passo verso l’età adulta, dando la possibilità, a chi faceva ritorno a casa, di riportare risparmi sufficienti per fondare una famiglia. Prima dell’epoca coloniale i viaggiatori mercanti diedero sviluppo al commercio dell’oro e mantennero relazioni commerciali a lunga distanza.

Negli anni ’60 e ’70, molti abitanti francofoni dell’Africa occidentale, arrivarono in Francia per lavorare, legalmente, con il visto. Oggi questo sarebbe poco realizzabile. Poiché il viaggio in Europa è diventato tanto pericoloso, sono soprattutto i giovani a mettersi in cammino. Ciò che spinge tali migranti “irregolari” non è solo la prospettiva di un lavoro e di guadagno; essi vogliono completare la propria istruzione, fare esperienze, acquisire uno stile di vita diverso, o unirsi a membri di famiglia già all’estero.

Nell’estate del 2018, l’Agenzia dell’Onu per le migrazioni, IOM, ha intervistato più di 5.400 migranti in viaggio, in punti nodali dei traporti come le stazioni degli autobus dell’Africa Occidentale. Di questi, 83 per cento erano uomini e 17 per cento donne. Quattro su cinque degli intervistati dissero che viaggiavano per ragioni economiche. La situazione è simile in America latina, dove nello stesso anno il centro per gli studi sull’emigrazione di Washington ha volto una ricerca in Honduras sui motivi di migrare negli Usa. Una larga maggioranza, 82,9 per cento, ha indicato la disoccupazione e le prospettive di reddito; 11,3 per cento ha messo in rilievo violenza e mancanza di sicurezza.

Assumere che la migrazione è soprattutto una reazione a cattive condizioni di vita è un errore. La gente più povera cerca solo i mezzi per andare da qualche parte. Spesso è un errore pensare che un soddisfacente aiuto allo sviluppo e investimenti porti a meno migrazioni. In effetti, lo sviluppo socio economico probabilmente promuove le migrazioni piuttosto che ridurle. La teoria della”pompa migratoria”, coniata negli anni ’90, prediceva che se un paese avesse raggiunto un certo livello di reddito, il numero degli emigranti avrebbe cominciato a ridursi. Ma la stretta relazione tra il livello di reddito e la tendenza a emigrare previsto da questo modello, non tiene conto di altri importanti fattori. Questi comprendono le tendenze demografiche nei paesi di origine e di destinazione, l’effetto d’imitazione, e molti ostacoli quali i visti e i documenti d’entrata – e naturalmente i cambiamenti globali, economici e ambientali.

Stili di vita e cambiamenti dei modi di produzione nei paesi sviluppati accelerano i cambiamenti climatici e distruggono le caratteristiche vitali di molti popoli nel mondo in via di sviluppo. Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, parte del Norwegian Refugee Council, tra 2008 e 2017, 246,1 milioni di persone furono costrette ad andarsene a causa dei disastri naturali. Nel solo 2017 furono costrette a spostarsi 18,8 milioni di persone.

Disastri naturali sono sempre avvenuti, ma le migrazioni correlate al clima sono in aumento. Termini come ” migranti ambientali”, “persone espulse a causa ambientale”, o “rifugiati climatici” sono usate per descrivere le popolazioni colpite. Quantunque l’Onu consideri taluni fattori ambientali come cause di partenza, le persone coinvolte continuano a non avere diritti di protezione legale. Le persone che non possono sopravvivere a casa propria, nel proprio paese, in Europa non sono ritenuti rifugiati regolari, ma migranti “irregolari” o “rifugiati economici”.

Le migrazioni “irregolari” crescono anche perché capitali e merci possono muoversi senza riguardo all’ambiente o ai diritti umani, mentre alle persone possono essere negate le strade legali per migrare o partire. Molte persone lasciano il loro paese d’origine per ragioni pressanti, come un conflitto armato o una persecuzione politica o religiosa. Costoro formano l’immagine dell’emigrazione globale, ma essi ne costituiscono solo una piccola parte: circa 71 milioni di rifugiati o deportati internamente, confrontati con circa 258 milioni di migranti.

Spesso le persone sono in movimento per una serie di ragioni sovrapposte e compresenti – e tali ragioni possono cambiare nel tempo. Assistenza allo sviluppo, respingimenti, chiusura delle frontiere e criminalizzazione non potranno cambiare tutto ciò.

Fuga da guerra e terrore, desiderio di una vita migliore, legami tradizionali e nuovi confini – ecco i fattori che determinano partenza e arrivo dei migranti

Quando le vite sono in pericolo o le prospettive sono oscure, seguono la partenza e l’emigrazione. Le persone tornano a casa se la situazione colà migliora

PER LA VIA

Mai prima d’ora così tante persone sono fuggite per salvarsi. Spesso la comunità internazionale non sa prevenire guerre e conflitti e neppure proteggere le vittime

Ogni 20 giugno, giorno mondiale del rifugiato, L’Onu pubblica gli ultimi dati sui rifugiati. Sei degli ultimi sette anni hanno superato il tetto precedente. Le statistiche sono un “termometro degli eventi mondiali” secondo l’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati.

Il numero delle persone dirette in Europa è precipitato da quando le frontiere dell’Unione europea sono state sigillate. Ma, nell’insieme, i numeri sono andati in direzione opposta: l’Unhcr stima che un totale di 71,4 milioni di persone erano sotto protezione alla fine del 2017 – circa 50 milioni più che nel 2000, e più di sempre. In termini statistici, quasi una persona su 100 è deportata nel proprio paese, è in cerca di un riparo, è riconosciuta come rifugiata o è senza stato. Più di 16,2 milioni di persone hanno preso la fuga nel solo 2006 – una media di 44.000 persone al giorno. Più di metà (52 percento) dei rifugiati secondo l’Unhcr sono minori. Oltre tutto questi numeri mostrano il fallimento della comunità internazionale nel risolvere i conflitti. La maggioranza di queste persone fugge da conflitti di lunga durata, come il conflitto armato nella repubblica democratica del Congo, come la guerra in Sud-Sudan, o la brutale espulsione dei Rohingya da Myanmar verso il Bangladesh.

Nel 2017 più di due terzi dei rifugiati mondiali provenivano da 5 paesi soltanto. La Siria era in cima alla lista, con più persone costrette a fuggire di qualsiasi altro posto. Dall’inizio della guerra civile, nel 2011, 6,2 milioni di una popolazione stimata in 22 milioni, erano fuggiti da casa, rimanendo all’interno delle frontiere de paese. Altri 5,7 milioni erano espatriati. Oggi, un rifugiato su tre nel mondo proviene dalla Siria. Alla fine del 2017 tra i fuoriusciti, più di 2,6 milioni di persone provenivano dall’Afghanistan, seguiti dal Sud Sudan con 2,4 milioni e da 1,2 milioni di membri della minoranza Rohingya forzati a lasciare il paese.

Molte popolazioni cacciate non fanno lunghi viaggi – ma si fermano nel loro stesso paese. Circa 39 milioni dei 71,3 milioni sono i così detti espulsi interni. Contrariamente all’incandescente dibattito europeo e americano, solo una piccola parte degli espulsi finisce nel mondo sviluppato. Circa l’85 per cento dei rifugiati internazionali trova scampo nel mondo in via di sviluppo.

A lungo la Turchia è stata il rifugio più importante. Una stima indica in 3,7 milioni il numero di persone che hanno trovato un ricovero colà, in maggior parte siriani. Poi arriva il Pakistan, con 1,4 milioni di rifugiati, quantunque il governo abbia cominciato a respingere gli afghani. Circa 1,1 sono gli arrivi in Uganda dai paesi vicini: Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan. La guerra civile ha causato una severa crisi alimentare nel fertile Sud Sudan, mostrando ancora una volta come guerra e povertà siano cause collegate di fuga.

La Germania, alla fine del 2017, avendo ammesso 970.000 rifugiati era al sesto posto tra i paesi di accoglienza. Le statistiche dell’Unhcr non includono gli individui che hanno procedure d’accoglienza in corso, o coloro non riconosciuti come rifugiati ma la cui residenza in Germania è “tollerata”. Contando anche costoro, la Germania salirebbe al quarto posto, tra Iran e Libano, con 1,3 milioni.

Tenendo conto delle cifre sulla popolazione, il dato tedesco sarebbe differente. Con 11,6 rifugiati ogni 1.000 abitanti, la Germania sarebbe lontana dall’essere il posto più accogliente della Terra. Il Libano, di gran lunga meno ricco, accoglie 164 rifugiati ogni 1.000 abitanti. La Giordania arriva a 71, la Turchia a 43. La Svezia è il paese dell’Unione europea con più rifugiati in termini relativi: quasi 24 persone ogni 1.000 abitanti.

Paragonati al prodotto interno lordo, i paesi che accolgono il maggior numero di immigrati sono Sud Sudan, Uganda, Chad, e Niger. Tali paesi non sono in grado di provvedere ai bisogni dei rifugiati e sono spinti ad appoggiarsi alla comunità internazionale per farvi fronte. La comunità internazionale non solo non è in grado di risolvere i conflitti, ma neppure di affrontarne le conseguenze. Per esempio, l’alto numero di rifugiati siriani dipende in buona misura da una riduzione dell’aiuto alimentare da parte del World Food Program dell’Onu che in larga parte dipende da donazioni volontarie dei governi. Membri dell’Unione Europea sono largamente responsabili nella riduzione di tali aiuti.

Tutti i programmi di aiuto umanitario lamentano che l’aiuto di emergenza per i rifugiati sia fortemente sottofinanziato. La stressante esperienza della fuga diventa una minaccia di vita per molte persone. I rifugiati di lungo termine sono in fondo alla lista delle priorità, e così trascorrono spesso per 10 anni o più la loro vita nei campi. Sono incluse persone fuggite dalla Somalia in Kenya per salvarsi dalla violenza delle milizie islamiche e che là affrontano pessime prospettive. La situazione potrebbe migliorare con relativamente poche risorse – se solo vi fosse volontà politica.

Il numero dei rifugiati e degli epulsi, registrati dall’Agenzia dell’Onu per i rifugiati è più che rddoppiato in otto anni

Molti rifugiati ed espulsi vivono all’interno o ai margini delle zone di guerra. In proporzione alle popolazioni, i vicini della Siria hanno accolto molte più persone della Germania

VISTI

Quanti soldi hai nel portafoglio?

In gran parte dell’Unione Europea viaggi oltrefrontiera sono quasi un’abitudine – purché tu abbia il passaporto regolare. Se ti manca, ma vuoi ancora fare un viaggio all’estero, capirai in fretta che è il tuo portafoglio a decidere quanto lontano puoi andare.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani garantisce a ogni uomo e donna il diritto di muoversi liberamente all’interno di uno stato e di scegliere il proprio luogo di residenza. Ogni persona è libera di lasciare ogni paese, compreso il proprio e di farvi ritorno. Vi è dunque un diritto umano riconosciuto di muoversi liberamente all’interno del proprio paese, di stabilirsi e di emigrare. Questo diritto non è sempre rispettato: Cina e Tunisia, per esempio lo restringono.

Ciò che non esiste è un diritto illimitato di viaggiare verso un altro paese. Gli stati nazionali, al contrario, controllano l’accesso al proprio territorio con permessi, cioè offrendo o rifiutando i visti. Ciò comporta disparità globali enormi. Se tu hai un passaporto tedesco, puoi entrare in 127 paesi senza visto, ottenere un visto all’entrata in altri 40 paesi e avere bisogno di richiedere un visto per entrare soltanto in altri 31. L’Afghanistan è all’altro opposto. Con un passaporto afghano si può andare solo in altri 5 paesi senza un visto. Si può ottenere un visto all’arrivo in altri 25, ma occorre riceverne uno prima di arrivare in altri 168 paesi.

La Classifica Globale del Potere dei Passaporti che misura quanto conti la cittadinanza per la libertà di movimento, ha al primo posto gli Emirati Arabi Uniti, seguiti da Lussemburgo, Finlandia e Spagna alla pari al secondo posto. Germania e altri 8 paesi sono insieme al terzo. D’altra parte, entrare in Germania (per esempio) senza visto è possibile solo ai cittadini degli altri 27 paesi dell’Unione Europea, a 5 paesi candidati all’UE e a 67 altri paesi d’ importanza politica ed economica, come Giappone e Stati uniti. I cittadini di oltre 100 altri paesi si devono sottoporre a una spesso complessa e costosa trafila per ottenere un visto, anche se vogliono soltanto fare una rapida visita nell’UE.

Per farlo i richiedenti devono aprire le proprie vite e rivelare informazioni su terze parti: a quanto ammonta il suo conto in banca? Chi è il suo datore di lavoro qui? Cosa vuol fare in Europa? Dove andrà a stare? Come pagherà il costo della visita? E naturalmente: intende andarsene quando il visto scade?

Se le autorità non credono che tu realmente intenda andartene, rifiuteranno il permesso. L’ufficio-visti ha mano libera in proposito. Non ci sono criteri vincolanti e non c’è modo per opporsi. La procedura offre ampi spazi per discriminazioni arbitrarie e corruzione. Fra 2008 e 2010 i consolati tedeschi in Africa, Sud America ed Europa Orientale hanno emesso visti in cambio di mance. Nel 2018 si seppe che gli addetti consolari in Libano vendevano permessi per superare le lunghe code per i visti.

Nel 1917, i consolati degli stati membri dell’UE distribuirono 14,6 milioni di visti. E rifiutarono 1,3 milioni di permessi. Questi rifiuti si ripartirono in modo irregolare. Il consolato Polacco di Ebril, nord Iraq, respinse oltre il 60% delle richieste; circa il 40% delle domande al consolato francese di Lagos non ebbero successo. Gli uffici consolari del Belgio in Giappone, d’altro canto, respinsero solo una domanda su 50.

Per molti desiderosi di viaggiare, i costi sono un ostacolo insormontabile. Se cerchi un visto per studiare nell’UE, devi versare 8.800 euro in un conto bloccato speciale, dal quale puoi ritirare denaro solo nel paese in cui vai a studiare. Si prevede che il denaro copra le spese di vita per un anno. I bassi livelli salariali in Africa e in Medio Oriente indicano che una tale somma diventa il pagamento anticipato della partenza. Questa regola esclude di fatto la possibilità di mantenersi lavorando durante il tempo dello studio.

La drammatica illustrazione di come lo stato delle vostre ricchezze personali determini la libertà di movimenti, sono i cosiddetti “visti d’oro”. Questi vanno agli stranieri che hanno investito una certa somma nel paese d’arrivo. Un esame dell’Ong anticorruzione Transparency International, nel 2018, ha rilevato che più di 20 paesi hanno un programma simile. Tra questi 14 paesi europei membri dell’Ue. Per esempio la Grecia dà un visto a chiunque abbia investito 250.000 euro in proprietà greche.

La Germania ha una regola simile – quantunque non si parli di visto d’oro. Dal 2004, chiunque investa una larga somma in una propria società in Germania può diventare titolare di un visto da investitore. La società deve risultare “finanziata con sicurezza” e “affidabile”. All’inizio 250.000 euro erano sufficienti: oggi la caratteristica dell’affare è che deve anche offrire prospettive di uno sviluppo favorevole. Se il progetto ha successo e consente un buon tenore di vita, il richiedente può in seguito, dopo tre anni, ottenere un permesso di residenza.

In UE i visti dorati sono considerati quelli che promuovono futuri investimenti. In effetti si sostiene l’immigrazione dei ricchi

Tra le tante restrizioni alla libertà di movimento, un principio può essere riconosciuto: più povero è il paese di provenienza, più difficile è l’andare da qualsiasi parte

LAVORO CHE EMIGRA

In cerca di occupazione

La migrazione di forza lavoro causa controversie politiche nei paesi d’arrivo. Da un lato, il mondo sviluppato ha una forte domanda di lavoratori migranti, sia qualificati sia a basso-salario. Dall’altro lato i lavoratori immigrati sono spesso sottoposti a trattamento razzista.

Le migrazioni di lavoro si sviluppano in vari modi. Spesso hanno origine nei rapporti tra le antiche potenze coloniali e le loro colonie – come tra Usa e Filippine o tra Francia e Senegal. Legami globali di denaro determinano migrazioni di lavoro e questo è il perché molti boliviani lavorano a S. Paolo nell’industria tessile del vicino Brasile. Si emigra per istruirsi ed è possibile per i giovani lavorare oltremare dopo un periodo di studio all’estero. In più, collegamenti regionali, politici o economici, come tra l’UE o la Comunità degli stati dell’Africa Occidentale, offrono spesso libertà di movimento ai lavoratori.

Gli obiettivi delle migrazioni di lavoro cambiano continuamente. Dal 1970 il lavoro manifatturiero nell’Europa Occidentale ha perduto molta importanza. Cambiamenti strutturali hanno creato economie di servizi, con conseguenze sul lavoro degli emigrati. Negli anni 1960 l’industria manifatturiera – per esempio in Germania – richiedeva soprattutto lavoratori non specializzati. Le imprese tedesche reclutavano numerosi lavoratori dall’Italia, Portogallo e soprattutto dalla Turchia. Simili strategie sono ancora usate ad esempio per lavori stagionali e contratti di lavoro nel settore delle costruzioni, lavori agricoli, macellazione.

Nell’Europa Occidentale l’immigrazione di giovani lavoratori qualificati è oggi ritenuta una soluzione per la scarsità di lavoro specializzato e l’invecchiamento delle società. Ciononostante, regolamenti professionali e considerazioni politiche spesso negano il riconoscimento a università straniere e a qualificazioni tecniche. Molte delle persone interessate sono costrette ad accettare lavori al di sotto della loro effettiva qualifica – un fenomeno conosciuto come “despecializzazione”. Insegnanti e dottori del Medio Oriente o dell’Europa Orientale trovano spesso impieghi in lavori domestici o come infermieri. In termini globali sono le donne a essere presenti in tali attività, perché si ritiene di solito che il loro genere sia adatto a quella che è conosciuta come “competenza di cura”. Per i rifugiati, trovare un lavoro significa affrontare una serie di ostacoli legali e sociali. La Convenzione di Ginevra sui rifugiati stabilisce che i rifugiati che risiedono legalmente in uno stato, hanno i titoli per essere assunti o lavorare per proprio conto. Ma secondo il Rapporto Refugee Work Rights, i rifugiati sono legalmente esclusi dal lavoro in 7 dei 15 stati di accoglienza studiati. Alcuni paesi alzano altri ostacoli; alte tasse e un seguito di processi burocratici per ottenere un permesso di lavoro, barriere linguistiche, l’obbligo di vivere in un campo e, non minore, la discriminazione razziale sul mercato del lavoro.

Aprire il mercato del lavoro agli immigrati, attuali e futuri, è una patata bollente politica. Gli interessi economici non sono i soli fattori in gioco. Un caso è soggetto a negoziati tra una pletora di soggetti: imprese, associazioni di imprenditori, sindacati, corpi politici, autorità di governo e organizzazioni non governative. Attori privati come le agenzie per l’impiego e le agenzie internazionali per impieghi temporanei stanno anche crescendo d’importanza. I migranti stessi – protagonisti del gioco e persone principalmente coinvolte – sono di solito invisibili nel pubblico dibattito.

Quale impatto hanno gli immigrati sulle condizioni di lavoro nei paesi di accoglienza? C’è una discussione in proposito. Non vi sono statistiche che confermino che vi siano connessioni tra immigrazione abbondante e alta disoccupazione, o salari in calo. L’evidenza è piuttosto che gli immigrati causano un effetto opposto: che l’immigrazione stimoli l’economia e riduca la disoccupazione tra i locali. Inoltre vi è una segmentazione nel mercato del lavoro: gli immigrati, specialmente i nuovi arrivati, spesso non concorrono per gli stessi lavori con i residenti di lunga data, ma riempiono i vuoti in tipi di lavoro meno graditi.

Tali discussioni provocano nei sindacati atteggiamenti schizofrenici sull’emigrazione. Essi oscillano tra una solidarietà internazionale e di sostegno del lavoro da un lato, e la tutela dell’interesse degli iscritti nazionali dall’altro. Molti immigrati non possono partecipare alle dispute industriali perché in molti paesi essi non godono degli stessi diritti dei nativi. Vivono con il timore di essere licenziati o cacciati via se fanno troppo chiasso.

Alcuni sindacati, però hanno sviluppato strategie di successo per gli immigrati. In Brasile, Hong Kong e in Italia essi cooperano con le organizzazioni degli immigrati. Ciò consente di organizzare campagne di successo nell’area del lavoro domestico. Negli Usa, i centri del lavoratore danno un aiuto ai lavoratori a basso salario, compresi molti immigrati senza documenti. Vi sono organizzazioni d’ingresso che aiutano i lavoratori con informazioni e una varietà di servizi. In Svizzera circa il 65 per cento dei lavoratori delle costruzioni sono immigrati. I sindacati li organizzarono decenni fa. Parlarono agli immigrati nelle loro lingue, li informarono sui loro diritti, lavorarono a stretto contatto con le loro organizzazioni e li sostennero nei corpi elettivi. Molti scioperi di successo possono farsi risalire a membri attivi che originariamente provenivano da Italia, Spagna, Portogallo o dalla Yugoslavia di una volta.

Le donne migranti affrontano anche più discriminazioni nel mercato del lavoro che non le donne locali e ancora di più sono quelle cui tocca lavorare in attività per le quali sono ultra qualificate

Il declino della popolazione nell’Europa Centrale e Orientale riduce il numero dei potenziali migranti che possono lavorare nelle professioni sanitarie e di cura nell’Ovest

LAVORO IN MOVIMENTO

Mandare denaro ai tuoi rimasti a casa

Migrazioni e sviluppo economico vanno insieme. Per i paesi d’origine dei migranti, i vantaggi economici superano gli svantaggi. In particolare, i guasti causati dalla perdita di lavoratori specializzati sono spesso sovrastimati. Molti di questi lavoratori tornerebbero se potessero trovare un buon impiego in patria.

Per anni vi sono stati allarmi sulle conseguenze delle migrazioni per i paesi d’arrivo – specialmente in Europa – oltre che per quelli di partenza. Per questi ultimi la preoccupazione maggiore era per il “drenaggio di cervelli”: l’emigrazione di lavoratori specializzati. Il ragionamento era che i paesi poveri avrebbero perduto lavoratori di cui avevano disperato bisogno per il loro sviluppo. Vi era una particolare attenzione alla costosa istruzione di persone che avrebbero finito per abbandonare il proprio paese.

Nel 2017 circa 36 dei 258 milioni di migranti complessivi venivano dal continente africano. Dal 2010 l’Africa ha speso più di 2 miliardi di dollari Usa per istruire dottori che in seguito sono emigrati. La spesa totale dei governi africani per l’insegnamento universitario, misurata in termini di resa economica, è tra le più alte del mondo. Un posto all’università per un anno costa da due a tre volte il reddito individuale. Al contrario, in Asia, i paesi spendono solo metà del reddito individuale per un posto all’università.

Ciò nonostante, le migrazioni non significano una perdita per l’Africa. Relativamente pochi africani specializzati lasciano il paese d’origine. Per i paesi a Sud del Sahara il dato è solo dello 0,4 per cento; per il Nordafrica è dello 0,7 per cento. In Europa (esclusa l’Europa Orientale) si tratta del 1,7 per cento. Degli africani che emigrano, molti si fermano nel Continente: emigrano in un’altra parte dell’Africa. Alcuni paesi africani promuovono l’emigrazione di persone qualificate nel continente. Sud Africa e Kenya hanno recentemente firmato o perfezionato accordi con i paesi confinanti, rendendo più spiccia l’entrata di lavoratori qualificati.

Tra i migranti con specializzazioni, uomini o donne, uno ogni otto lascia il proprio paese e il Continente. Molti di essi puntano all’Europa o al Nord America. La rapida crescita economica di molti paesi africani offre però un forte incentivo al ritorno a questa diaspora africana. Una ricerca ha rilevato che se vi fossero sufficienti posti di lavoro, nove Phd africani su dieci che ora vivono in qualche altra parte del mondo, prenderebbero in seria considerazione l’idea di tornare per proseguire la carriera in Africa.

Uno sguardo alle rimesse dei migranti alle famiglie rivela che i vantaggi dell’emigrazione temporanea o di lunga durata dall’Africa superano i costi. Nel 2017 i migranti africani hanno traferito circa 69,5 miliardi di dollari tramite canali ufficiali ai paesi natali. Una cifra sette volte più alta che nel 2000. La Banca mondiale stima che tra 2010 e 2018 un totale di 673 miliardi di dollari sia fluito in tal modo verso l’Africa. Se si aggiunge il denaro passato per altri canali – come quello portato dai viaggiatori – la somma risulterà assai più alta.

I paesi più poveri subiscono un particolare svantaggio nei termini di costi per il trasferimento di denaro. E’ molto più costoso spedire soldi ai Paesi Subsahariani che in altre parti del mondo. Nel dicembre 2018 i costi di trasferimento erano quasi del 9 per cento dell’ammontare trasferito; i trasferimenti in America Latina costano il 6 per cento. Finché le cose non cambieranno, il denaro troverà sempre un’altra via informale verso l’Africa, rimanendo invisibile alle statistiche. Tra gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile delle Nazioni unite c’è la riduzione di ogni trasferimento al 3 per cento.

Mentre i trasferimenti sono cresciuti, l’assistenza allo sviluppo ufficiale ristagna. Nel 2017 i Paesi a Sud del Sahara hanno ricevuto complessivamente 26 miliardi di dollari, meno della metà dei trasferimenti tramite rimesse nella regione. Le rimesse sono anche maggiori degli investimenti diretti in Africa che nel 2017 ammontano a 42 miliardi .

Molte rimesse arrivano da mogli, madri, figlie e sorelle. Anche se le donne migranti guadagnano di solito meno degli uomini, le donne spediscono circa metà del trasferimento globale – una percentuale maggiore del loro reddito della controparte maschile. Uno studio condotto nel 2014 in 77 paesi in via di sviluppo conferma l’utilità delle rimesse per combattere la povertà. Le famiglie hanno di che pagare direttamente per l’istruzione e i debiti. Si sostengono attività imprenditoriali, si acquistano macchine o veicoli, si comprano merci da vendere in un negozio locale.

Maggiore è il contributo delle rimesse all’attività economica di un paese, più alto è l’aiuto nel combattere la povertà. Si sono misurati grandi effetti in paesi in cui le rimesse contavano per oltre il 5 per cento del reddito economico annuale. Questo è il caso di un paese dell’Africa ogni quattro; otto di essi sono tra i paesi con minor sviluppo. Se le rimesse a tali paesi arrivassero al 10 per cento, il gap della povertà – che misura la distanza dalla linea della povertà delle persone più povere – andrebbe indietro del 3,5 per cento.

Migrazioni e sviluppo stanno insieme. Migrazioni regolari, circolari – in cui i migranti tornano a casa dopo un certo periodo di tempo – sono situazioni che avvantaggiano entrambi i paesi, quello di partenza e quello di arrivo. Sarebbe un guaio se tali migrazioni cessassero.

Cinque anni dopo la crisi finanziaria del 2008/9 le rimesse degli emigranti in Usa hanno raggiunto i precedenti livelli. Ora sono in crescita del 5-10 per cento l’anno

Le rimesse dei lavoratori emigrati sono un modo efficace per combattere la povertà e stimolare gli investimenti

GENERE

Sono forte, sono donna

Tanto al lavoro, quanto in movimento, alla ricerca di una vita migliore, le donne sono minacciate da violenze e discriminazioni. Come tutti i migranti – e tutte le donne – le donne migranti non dovrebbero però essere viste in primo luogo come vittime. Dovrebbero poter disporre soprattutto di diritti più forti, così da consentire loro di difendersi.

Donne e ragazze affrontano le migrazioni in modi speciali. Quando i loro compagni o i padri partono, esse sono spesso lasciate nel paese natale in circostanze assai difficili. Se sono in giro a loro volta, sono spesso sottoposte a violenze fisiche e psicologiche, in ogni tappa della loro migrazione o fuga, semplicemente per via del loro sesso.

Un gruppo particolare di maschi è spesso accusato di violenza contro le donne: i trafficanti. I media spesso riferiscono della loro crudeltà e delle aggressioni che commettono – rapporti che sono spesso usati per giustificare azioni ancor più dure contro di loro. In effetti però le donne sono spesso oggetto di violenza da molte parti differenti. Un fattore determinante è l’esistenza di confini, e degli i agenti di frontiera – uomini – che li controllano. Comunque, le donne migranti o fuggite, come anche le ragazze, non possono essere viste solo come vittime. Esse sono impegnate in una lotta per libertà e indipendenza. Assumono il ruolo di sostegno economico della famiglia e vogliono asserire i propri diritti e cercare di formarsi una nuova vita per sé.

I maschi che dominano le strutture sociali possono influire sulle decisioni di migrare. Per esempio un capo famiglia uomo può decidere se una donna debba andare via in cerca di un lavoro perché lei ha l’opportunità di guadagnare di più dei parenti maschi. D’altro canto si può impedire a una donna di cercarsi un lavoro fuori perché non le spetta la stessa libertà degli uomini.

Nonostante le barriere, più donne che in passato sono in movimento. Quasi metà – 48 per cento – dei migranti internazionali sono donne, e costituiscono metà di tutti i rifugiati. Le proporzioni variano da paese a paese. In Indonesia, Filippine e Sri Lanka la maggioranza dei migranti sono donne. Fino al 2009 le donne del Myanmar non potevano lavorare all’estero. Nel 2014 esse contavano ancora per appena il 20 per cento dei migranti all’estero, secondo le statistiche ufficiali. In Thailandia, dove tradizionalmente poche donne emigrano per lavoro, esse raggiungono un quinto dei migranti. Gli emigrati sono poco protetti dalle leggi sul lavoro. Spesso i datori di lavoro confiscano i passaporti dei lavoratori. Cercare lavoro in un paese straniero spesso comporta alti costi – come per un’agenzia di ricerca d’impiego o un’agenzia di viaggio privata, che il lavoratore deve pagare in anticipo. Le donne lavoratrici sono anche esposte allo sfruttamento sessuale.

Ciononostante le donne sono sempre più in grado di controllare dove andare e cosa fare, per esempio decidendo quanto possono mandare in patria alle famiglie: che rimesse e quale moneta usare. Il processo complessivo è conosciuto come “femminizzare l’emigrazione”. Quantunque le donne in media guadagnino solo l’80 per cento degli uomini, le migranti donne spesso inviano una più larga porzione del loro guadagno al paese natale.

Gli aspetti attivi della mobilità femminile ricevono poca attenzione. In particolare le donne rifugiate sono descritte come passive, e ciò porta direttamente alla questione di come proteggerle meglio. L’Agenzia dell’Onu per i rifugiati e alcune Organizzazioni non governative hanno molte linee guida. In più, vi sono regole legalmente vincolanti come la Convenzione di Istanbul – Council of Europe Convention, per prevenire e combattere la violenza sulle donne e la violenza domestica – insieme con quanto prevede la Direttiva dell’Unione Europea sulle Condizioni di Accoglienza.

La Germania ha compiuto pochi forzi legali per i bisogni particolari delle donne rifugiate. Un’eccezione è stata la legge sull’immigrazione del 2004, che riconosce specifiche ragioni femminili per fuggire via. Nel 2015 l’Istituto Tedesco per i Diritti Umani faceva notare che i bisogni di protezione delle donne fossero scarsamente considerati nella sistemazione dei rifugiati, quantunque la denuncia della violenza contro le donne fosse un obiettivo internazionale da almeno vent’anni. Punti essenziali, carenti, erano: pulizia, bagni separati, protezione dalle dispute con gli uomini, accesso alle informazioni speciali per donne. Piani per proteggere i rifugiati in residenze che tenessero conto dei bisogni delle donne datano dal 2016. Questi nuovi progetti hanno però un’attenzione molto scarsa per le persone molto vulnerabili, come le donne che viaggiano con i loro bambini. Si offre veramente poco in direzione dei grandi problemi della vita della rifugiata.

Porre il problema solo sulla protezione e sulla vulnerabilità, piuttosto che sui diritti della rifugiata donna, è sostenere l’idea che esse hanno bisogno soltanto di essere salvate. Potrebbero esserlo senza essere rappresentate come vittime. Quello che le donne vogliono non è solo effettiva protezione, ma gli stessi diritti di tutti gli altri.

Modelli molto differenti di emigrazione in una stessa regione riflettono motivi ed episodi differenti per mettersi in movimento

In Medio Oriente lavoratori domestici e bambinaie rendono confortevole la vita a molti di classe media e alta. Ma in troppi sono pagati con stipendi di fame

In molti settori sono soprattutto migranti donne a essere forzate al lavoro da trafficanti e dai loro clienti

LEGGI SULL’IMMIGRAZIONE

Documenti per i senza documenti

Le leggi sull’immigrazione puntano ad attrarre lavoratori specializzati e a tenere tutti gli altri fuori. Si perde tempo di fronte al mondo reale: milioni di lavoratori vivono e lavorano nei paesi di arrivo senza documenti ufficiali. Ciò li pone a rischio di sfruttamento.

Le leggi sull’emigrazione sono disposizioni nazionali che cercano di controllare i migranti. Esse specificano chi possa risiedere in un paese, sotto quali condizioni, e per quale durata. La Germania, per esempio, stabilì una legge di residenza il cui titolo completo è: “Atto di Residenza, lavoro e integrazione degli stranieri in Germania”, inteso come regolatore e limite dell’immigrazione. L’ingresso di cittadini di uno Stato membro dell’UE è regolato da un’altra legge la Freedom of Movement Act. Nel dibattito sul controllo dell’immigrazione, la frase “legge sull’immigrazione” è diventata abituale come termine collettivo per idee che implicano migrazioni più legali.

Si guarda spesso al sistema del Canada come modello; la sua legislazione migratoria è vista come liberale. Il Canada si è dato l’obiettivo di aumentare significativamente il numero dei migranti. Si usa un sistema a punti che ha il compito di misurare l’apparente utilità dei potenziali migranti per l’economia canadese. I futuri migranti ricevono punti per la loro istruzione, esperienza professionale, conoscenza delle lingue ed età. Australia, Austria, Nuova Zelanda e Regno Unito hanno un simile sistema di punteggio.

Con una popolazione di circa 37 milioni di abitanti il Canada ha attratto 286 mila immigrati nel 2016. Circa 160 mila hanno utilizzato il sistema a punteggio come biglietto d’ingresso. Per la Germania, con una popolazione più elevata, questo corrisponderebbe a 358 mila immigrati l’anno. In verità le autorità tedesche hanno emesso solo 130 mila permessi, di cui solo 50 mila sono stati utilizzati per arrivare in Germania nell’anno. Gli stranieri spesso trovano difficoltà per venire a lavorare in Germania, anche se, secondo il ministero degli interni, essa è tra i paesi “con meno restrizioni per l’immigrazione di lavoratori specializzati o altamente qualificati”.

Il termine “legge sull’immigrazione” si ricava da posizioni più liberali nella legge migratoria tedesca. Essa avvantaggia i lavoratori qualificati. Nonostante le grandi differenze, l’approccio “classi economiche” del Canada, la legge tedesca sulla residenza e molte altre leggi migratorie in molti paesi del mondo hanno tutte qualcosa in comune: esse riguardano in primo luogo l’emigrazione di lavoro. Quando i paesi si rendono conto di avere scarsità di lavoro specializzato, si allentano le restrizioni all’entrata per i lavoratori “utili”.

Quel che è considerato utile dipende da quanto sono considerate preziose le specializzazioni di lui o di lei per l’economia del paese e in definitiva per la società. Se le specializzazioni del richiedente sono abbastanza preziose, ogni presumibile svantaggio collegato all’arrivo di lei o di lui sarebbero considerati accettabili. Di regola, le leggi migratorie non sono fatte per garantire diritti ai neoresidenti, ma per separare gli immigrati graditi da quelli indesiderati. La Germania, per esempio, ha una lista di 50 occupazioni con scarsità di addetti: in lavori specializzati e in professioni di responsabilità. I lavoratori con la giusta preparazione possono entrare nel paese e i giovani promettenti possono ottenere lì l’istruzione tecnica necessaria.

Dopo anni di discussione, il governo tedesco ha adottato un atto “Legge per l’immigrazione di lavoratori specializzati” che taglia l’elenco delle occupazioni desiderate e invece richiede puramente candidati con addestramento professionale. Come implica il suo nome, la legge proposta tende però ad attrarre in Germania persone utili all’economia. Probabilmente la legge non aprirà ancora il varco che consenta a coloro la cui domanda di asilo è stata respinta di risiedere legalmente in Germania, sempre che essi abbiano un lavoro.

In giro per il mondo, le migrazioni di lavoro non hanno luogo solo con le carte giuste e i visti. Molti lavoratori migranti arrivano in altro modo, non ufficiale e fuori controllo, con un visto studentesco o senza un permesso d’ingresso. Essi lavorano senza contratto, spesso in condizioni difficili. In molti paesi le attività edilizie, di ristorazione e agricole si reggono sui lavoratori emigrati spesso in condizioni ufficiali precarie.

Negli Usa circa 11 milioni di persone vivono e lavorano senza un permesso di residenza. Per ridurre la concorrenza sui salari e per spingere la raccolta delle tasse, alcuni paesi hanno ripetutamente sostenuto campagne di legalizzazione. In Spagna, migranti senza documenti possono ottenere un permesso di lavoro se sono impiegati in un’attività collegata ai contributi di sicurezza sociale. Nel giro di 15 anni l’Italia ha tentato con 5 successive misure di legalizzazione di combattere l’economia in nero. Nel solo 2002, 650.000 emigrati hanno avuto il permesso di soggiorno.

I tentativi di legalizzazione non sono limitati al mondo sviluppato. Nel 2012 il Marocco pose in funzione una sua agenda migratoria, lanciando la prima campagna di legalizzazione. Ciò offrì a 14.000 residenti non ufficiali un permesso di residenza. Nel 2016 seguì un’altra campagna, ma furono legalizzati in molti meno di quanti il governo si aspettasse: il Marocco non può competere con l’Europa, il potente magnete immediatamente dall’altra parte del Mediterraneo.

Gli economisti e i politici del libero mercato tendono a vedere le migrazioni da un punto di vista economico. I diritti dei migranti vengono dopo

I governi di destra in giro per il mondo rigettano anche il più timido passo verso il riconoscimento dei diritti umani dei migranti

Nell’edilizia, nella ristorazione e nell’agricoltura – i migranti illegali trovano lavoro in queste attività a salari miserabili,…finché le autorità non li scovano

CONTROLLO DI FRONTIERA

Fuori confini

Nei suoi tentativi di controllare l’immigrazione, l’Unione Europea corrompe i paesi africani e li costringe a fermare e arrestare le persone prima che possano raggiungere la sponda Sud del Mediterraneo. L’aiuto allo sviluppo, da lotta alla povertà è diventato blocco all’emigrazione.

Le frontiere esterne dell’UE si sono allargate ben oltre il suo territorio. L’UE ha spinto le sue guardie di frontiera avanti avanti, lontano dall’Europa stessa. Oggi, paesi al di là del Sahara o nel Medio Oriente profondo cooperano nella “gestione migratoria”dell’Europa. Solo pochi anni fa l’UE controllava solamente i suoi confini esterni; ora esamina sempre più il transito e il paese d’origine dei migranti. A chi non abbia un permesso d’ingresso è impedito anche solo il tentativo di raggiungere l’Europa.

Mentre vuole mantenere libertà di movimenti nell’area Schengen, l’Europa vuole essere sicura del fatto che in Africa la stessa libertà è ristretta. Ha trasformato i suoi vicini, prossimi o lontani, in poliziotti ausiliari. Con campi di detenzione, campagne di dissuasione, passaporti a prova di falsario per l’Africa, e aiuti militari, nel cammino dei migranti, la lunga mano dei servizi di frontiera arriva migliaia di chilometri prima delle frontiere europee.

Tirar fuori mance generose da classica assistenza allo sviluppo era un metodo di pagamento legato alla condizione che i rifugiati fossero trattenuti o spediti via. Tra 2000 e 2015 gli Stati europei e l’Ue stessa hanno pagato o negoziato circa 3 miliardi di euro ai governi africani per combattere l’emigrazione. Come i Balcani divennero stabilmente la via principale per i rifugiati siriani tra Turchia e Germania, l’UE tentò di stabilire un patto multilaterale di misura superiore con l’Africa per il controllo della migrazione.

All’inizio il patto non riuscì, ma l’UE perseverò. Si costituì un Emergency Trust Fund per l’Africa da 4,1 miliardi di euro e si pagarono 6 miliardi di euro alla Turchia. Altri 4,1 miliardi andarono al Piano di Investimenti Esterni per lo sviluppo economico in Africa. Anche in questo caso prendere di mira “le cause alla radice delle emigrazioni” era uno degli obiettivi. In totale, nei 19 anni trascorsi l’UE approvò una spesa di almeno 15 miliardi di euro per essere sicura che rifugiati e migranti irregolari restassero dove erano. Nel novembre del 2017 il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani, propose l’incredibile cifra di 40 o 50 miliardi di euro da pompare in Africa tra 2020 e 2026 in parte per contrastare il deflusso migratorio.

L’UE paga correntemente i governi africani per gli extracosti da sopportare per controllare l’emigrazione. Serve per coprire il costo del cibo e del ricovero dei rifugiati in Sudan e in Libia. Si paga per le jeep o il naviglio per la polizia di frontiera in Niger e per il rimpatrio dei deportati. Il denaro UE va anche ai campi di detenzione. Ne viene dato però ancora di più, una sorta di bonus: un premio extra come aiuto allo sviluppo.

Per i rifugiati è in arrivo e sarà anche più difficile, trovare un posto sicuro dove stare. Per i lavoratori migranti diventa sempre più pericoloso raggiungere un posto dal quale partire per cercare un lavoro. Non sono però le sole conseguenze. Più l’Europa cerca di controllare le migrazioni, più difficile è per gli africani di muoversi nel loro stesso continente e anche all’interno del loro stesso paese.

Alcuni Stati Africani, Tunisia compresa, hanno stabilito che è un reato l’emigrare con l’intenzione di chiedere asilo in Europa. La Libia non si preoccupa di una tale legge; si limita a rinchiudere i migranti. Burkina Faso ha messo in opera posti di controllo che prima neppure esistevano. La Repubblica Democratica del Congo ha introdotto passaporti biometrici che molti concittadini non possono affrontare. Il Marocco ha accettato di rimpatriare gli emigrati dall’Europa – anche se non sono suoi cittadini. In Sudan i soldati bloccano le strade dei migranti, mentre il Senegal permette anche ad agenti Europei di svolgere essi stessi quel ruolo. L’Algeria ha chiuso le sue frontiere non solo ai migranti in transito, ma anche ai suoi stessi concittadini qualora vogliano partire irregolarmente.

Il denaro pagato per il controllo dell’emigrazione è conteggiato come aiuto allo sviluppo. Ciò costituisce un uso errato di fondi stanziati per alleviare la povertà e il bisogno. Si contraddice anche il principio di aiuto allo sviluppo, perché le rimesse che i lavoratori migranti mandano a casa sono una benedizione per i paesi poveri. La società civile in Africa non riesce a capire come l’aiuto allo sviluppo e il controllo alle migrazioni siano sempre più intrecciati. Oltre tutto i negoziati si svolgono in segreto.

Nel suo recente Partnership Framework del 2016 l’UE ha fatto del controllo ai confini una condizione per l’aiuto. Essa offre “un misto di incentivi positivi e negativi” per incoraggiare i paesi a cooperare con l’UE e per minacciare conseguenze per coloro che rifiutano di farlo. L’aiuto allo sviluppo è diventato un mezzo per esercitare pressioni su alcune delle più povere nazioni del mondo.

Sono stati creati nuovi programmi per dare ai progetti di sviluppo un fine addizionale – prevenzione dell’emigrazione. Per esempio L’Emergency Trust Fund for Africa

Tra gennaio 2016 e aprile 2018, 329 mila persone sono state tratte in salvo nel Mediterraneo centrale; I morti registrati sono stati 7.800

Se i governi europei lavorano con intenzioni democratiche o meno, ha poca importanza, se il risultato è di fermare le migrazioni

SCHENGEN E DUBLINO

Senza preparazione, senza coordinamento

L’approccio europeo alla questione dei rifugiati è stato caotico. Paesi diversi hanno diversi interessi; rifiutano compromessi, fanno mancare un po’ di solidarietà. Sono tutti concordi su politiche che rendano più difficile per i rifugiati ottenere asilo nell’Unione Europea.

Le politiche europee delle migrazioni e delle frontiere sono di nuovo quelle degli anni ottanta. Il cuore risiede in due trattati, entrambi del 1990. Il primo, la Convenzione Schengen, abolisce i confini interni tra i paesi dell’UE. Il secondo, il Regolamento di Dublino, è entrato in vigore nel1997; determina quale paese sia responsabile per svolgere le pratiche dell’asilo. “Dublino” divenne il riferimento del sistema europeo comune di accoglienza, stabilito nel 2003, con l’intento di armonizzare le leggi sull’accoglienza nell’UE.

L’idea sottintesa dietro il Regolamento di Dublino era di evitare molteplici domande di asilo in diversi Stati membri dell’UE. Vari criteri furono posti per decidere quale membro fosse responsabile per una certa domanda, come quella del primo paese dove il richiedente avesse messo piede nell’UE, o un legame familiare in uno stato membro. Seguiva una decisione. I rifugiati non possono scegliere semplicemente in quale paese preferirebbero chiedere asilo.

Emerse rapidamente che nella stragrande maggioranza dei casi si applicò il criterio del paese d’ingresso, specialmente dopo il 2005, quando le impronte digitali di tutte le persone prese durante uno sbarco irregolare, o gli individui che avevano richiesto asilo furono schedati in un elenco Eurodac. Ciò rese possibile identificare rapidamente quale paese fosse responsabile per procedere nei confronti delle persone o degli individui del caso, con la conseguenza di deportarle in quel paese.

Come risultato, poiché le principali vie di fuga verso l’Europa – attraverso l’Egeo e il Mediterraneo centrale – conducevano in Grecia e in Italia, questi due paesi divennero responsabili per la grande maggioranza dei procedimenti di asilo nella prima decade del millennio. Invece di un sistema di asilo europeo armonizzato che offrisse condizioni similari a chi richiedeva asilo, gli standard di asilo in UE cominciarono a divergere. I paesi del Sud furono sovraccaricati e chi era alla ricerca di asilo dovette spesso sopravvivere per strada, mentre il numero dei richiedenti asilo nei paesi del Nord diminuì rapidamente. In Germania, il loro numero diminuì da 140 mila nel 1999 – a 95 mila iniziali e a 43 mila in seguito a richieste – fino a meno di 20 mila nel 2007. La pesante burocrazia del sistema di Dublino non lavorò sempre bene, anche là dove fossero arrivati relativamente in pochi a richiedere asilo.

Le cose cambiarono nel 2011. Le autorità di frontiera europee ebbero una crescente cooperazione con i governi del Nord Africa. La rivoluzione delle primavere arabe fece finire questa collaborazione e il controllo di frontiera del Mediterraneo collassò, almeno temporaneamente. Nello stesso tempo il numero di conflitti violenti nel mondo aumentò, spingendo più rifugiati in Europa. I tribunali cominciarono a rafforzare i diritti umani dei rifugiati. Le deportazioni immediate, attraverso il Mediterraneo furono bandite, come lo furono le deportazioni in Grecia, sulla scorta di Dublino, mentre la popolazione in questione fu maltrattata.

La praticabilità del sistema di Dublino non reggeva. I membri del Sud evitavano di controllare le impronte digitali dei nuovi arrivati. Sapevano che molti che richiedevano asilo avrebbero proseguito in ogni caso il viaggio verso Nord. Un numero crescente di rifugiati si opponeva alla deportazione o apriva con successo vertenze nei tribunali.

Nel settembre 2015, nella “estate dei migranti” il sistema collassò. Centinaia di migliaia di persone, soprattutto dalla Siria, presero una via, attraverso la Turchia, verso la Grecia. Da lì presero la cosiddetta “via dei Balcani” fino al cuore dell’UE. l’UE era impreparata e reagì in modo scoordinato. Le ben note contraddizioni fra membri stati e istituzioni apparvero chiaramente. Nel settembre 2015 un numero crescente di membri dell’Ue reintrodussero controlli di frontiera. Nel febbraio 2016 l’Austria rinforzò la chiusura della via dei Balcani verso tutti i confini dell’UE. I controlli erano ancora attivi nel 2019. La libertà di movimento di Schengen che aveva eliminato la richiesta sistematica di documenti ha generato da allora forme di arresto in molti posti.

Il comun denominatore nell’UE è tornato in seguito a controlli sulle migrazioni in Turchia e in Africa. In centri hotspot lungo le coste greche e italiane, Frontex (l’Agenzia Europea di Controllo delle Frontiere e delle Coste) e lo European Asylum Support Office guardano gli arrivi, proibiscono molti accessi nel sistema dell’asilo e rimandano indietro.

Sull’argomento delle riforme necessarie alla legge europea dell’asilo c’è unità solo su un punto: le condizioni per i richiedenti asilo devono diventare più difficili. Il punto di maggiore attrito è come spartire i richiedenti asilo in un modo più equo per i paesi d’Europa. Alcuni paesi, come Ungheria e Polonia rifiutano per principio di accettare richiedenti asilo, mentre l’Italia domanda solidarietà ad altri membri dell’UE e nello stesso tempo silura gli sforzi di salvare le persone dal Mediterraneo. I punti di contesa fanno crescere l’impressione di uno scontro tra i differenti atteggiamenti nell’affrontare il flusso internazionale dei rifugiati. Ma le varie parti differiscono solo nella diversa volontà su come si dovrebbe agire per reprimere meglio la politica migratoria.

Le guerre in Yugoslavia, nel Golfo e in Siria sono all’origine dei picchi nel numero dei ricercatori di asilo

Per difendere l’Europa dalle persone che fuggono da povertà e guerra: libero movimento dentro l’Europa va per mano (?) alla sicurezza sulle sue frontiere esterne

MEDITERRANEO E SAHARA

Le morti nel deserto

La frontiera Sud dell’Europa è la più mortifera del mondo. Migliaia di persone sono affogate nel tentativo di raggiungere la sponda Nord del Mediterraneo. Ora si muore di sete nel Sahara.

L’Organizzazione dei migranti delle nazioni Unite, IOM ha cominciato nel 2014 a considerare quante persone perdano la vita lungo le frontiere internazionali. Di certo non si sono contate tutte le morti: il numero dei casi non registrati è senza dubbio alto. Svariati conteggi indicano che nel 2018 morirono tra 4.685 e 4.736 persone. Le morti sono distribuite in modo ineguale tra le regioni.

In tutta l’Asia, abitata da due terzi della popolazione mondiale, IOM ha contato solo 186 decessi. Nelle Americhe la cifra raggiunge 589, compresa la frontiera tra Messico e Usa, dove agiscono bande brutali e criminali intorno al traffico del confine. 2.299 casi sono stati registrati nel Mediterraneo, o intorno a esso. Nessuna frontiera al mondo è più mortale della frontiera europea. Nello stesso tempo, nessun mare è controllato attentamente più del Mediterraneo.

Disposizioni legali come la Legge di Residenza della Germania sono responsabili di aver fatto diventare tanto pericolose le frontiere europee. La sezione 63 di tale legge statuisce che “un vettore può traportare in Germania solo stranieri in possesso del passaporto richiesto e un titolo di residenza valido”. Tutti gli altri membri dell’UE hanno regole similari. Il risultato è che le compagnie di autobus, gli operatori di collegamenti navali e aerei esaminano i passaporti e i visti dei passeggeri prima di prenderli a bordo. Se le compagnie non lo fanno, possono incorrere in pesanti multe e rischiano di perdere la licenza.

I rifugiati sono automaticamente respinti. Essi non possono salire semplicemente su un ferry o su un aereo. Così, invece di comprare un passaggio da Tunisi a Palermo per 35 euro, essi pagano una somma a 4 cifre ai contrabbandieri di persone, e in tal modo possono arrampicarsi su un canotto di gomma dalla costa libica. Nel 2018 più di 5 su cento di coloro che hanno tentato un simile passaggio attraverso il Mediterraneo centrale sono affogati prima di arrivare a destinazione.

Nel 2014, su invito dell’UE la missione italiana di ricerca e salvataggio “Mare Nostrum” fu sospesa. Negli anni seguenti, gruppi della società civile europea misero insieme una flottiglia di battelli privati che salvarono decine di migliaia di persone in mare e li portarono in Italia. Ma poiché l’UE e gli Stati membri rifiutarono di accettare una parte di questi rifugiati, il sistema giudiziario italiano e poi il governo di Malta processarono gli autori dei salvataggi. Furono condannati, parecchie delle loro navi furono tolte di mezzo e i loro permessi furono ritirati. Dal 2019, a fatica, è rimasto qualche salvatore.

Il numero di morti non registrate è in crescita, perché molti incidenti non sono documentati. La criminalizzazione di missioni di salvataggio private ha tolto di mezzo il naviglio commerciale. Ai battelli mercantili è richiesto di dirigersi verso i luoghi dei naufragi per salvare gente in dificoltà. Ma sono noti casi di navigli commerciali che scelgono altre rotte per evitare simili obblighi. Molti capitani temono che con i naufraghi a bordo saranno privati del permesso di puntare a ogni porto europeo e gli armatori saranno costretti a pagare le penalità contrattuali per i ritardi nel viaggio.

I controlli alle migrazioni hanno avuto conseguenze mortali nel Sahara. Nel 2015 l’Italia e l’UE tentarono di mettere in funzione EUNAVFOR MED una missione militare antitraffico in Libia. Ma i governanti della Libia rifiutarono di consentire all’UE di operare sul suo territorio. Come risultato, il paese confinante, Niger, divenne il punto focale dei controlli europei sulle migrazioni. Il governo del Niger vide l’opportunità di ricevere un aiuto finanziario da Bruxelles. Una legge del 2015 proibì il trasporto e la sistemazione dei migranti nella parte Nord del paese. Le violazioni erano passibili di multe e di condanne fino a 30 anni di prigione. Il governo nigerino mise in opera la legge dopo una visita della cancelliera tedesca Angela Merkel nell’autunno del 2016. Il presidente Mahamadou Issoufou chiese un miliardo di euro in cambio della cooperazione: ricevette il denaro un anno dopo.

Alla fine del 2018, l’esercito e la polizia avevano arrestato 213 autisti e confiscato 52 veicoli a nord di Agadez, città nel deserto nel Niger del nord. Come risultato, molte persone che vivevano col lavoro dei trasporti perdettero le loro entrate vitali. In principio l’UE accettò di pagare compensazioni. Ma alla fine del 2018 solo uno su 20 di oltre 6.500 autisti e operatori del settore, avevano ricevuto una somma di circa 1.500 euro per consentire loro di ricominciare una nuova attività per vivere.

Secondo l’UE le politiche migratorie del Niger hanno tagliato il numero dei migranti in transito di un consistente 95 per cento. Ma non è chiaro quante siano le persone che attraversano il Sahara. Per evitare i posti di guardia militari, i contrabbandieri scelgono vie più lunghe, spesso più pericolose, lontano dai percorsi abituali. Il rischio di incidenti è cresciuto. Secondo le stime dell’IOM circa 30.000 migranti hanno incontrato la morte nel Sahara procedendo, spesso a piedi, nel deserto, dall’Algeria fino ai confini del Niger, dal 2014. L’ufficio del procuratore pubblico della città di Agadez afferma di avere contato appena 84 morti nel 2016 e 2017.

Il Sahara è troppo grande per avere una traccia di tutti i morti. Anche quando si ritrovano corpi, sono stati spesso seppelliti senza che la loro identità si possa stabilire o i parenti siano informati. Nel dicembre 2017, Vincent Cochetel, un rilevante diplomatico dell’Agenzia per i rifugiati dell’Onu disse che erano di più le persone che morivano nel Sahara che nel Mediterraneo. Ma nessuno ha modo di contarli.

Senza più l’operazione di salvataggio “Mare Nostrum” e le missioni fondate privatamente, molte più persone sono affogate. L’Italia ha chiuso “Mare Nostrum” nel 2014

Con più stretti controlli sulla via del mare, sono più rischiosi i modi che le persone adottano per arrivare nell’UE – con conseguenze fatali

DEPORTAZIONI

Addio e non tornare

Di fronte alla deportazione, molti tra coloro che richiedono asilo si tolgono la vita per disperazione. Deportare qualcuno è assai più costoso che non consentirgli di fermarsi, guadagnarsi da vivere e pagare le tasse nel paese ospite.

Se una richiesta di asilo è respinta, al richiedente è dato un tempo stretto per lasciare il paese. Dopo, le autorità possono ricorrere a misure come la deportazione. Questa è una delle azioni più crudeli che uno Stato può compiere contro le aspirazioni di un individuo. Una persona (lui o lei) può essere internata prima di essere deportata. In certe circostanze nell’UE una persona può essere privata della libertà per un periodo che può arrivare a 18 mesi.

Tra 2000 e 2017 la Germania ha deportato 314 mila persone. Nel 2018 sono state meno di 24 mila, con una media di 65 persone al giorno. Il maggior numero di persone coinvolte era originario del Sud Europa: Albania (3.400 persone), Kosovo (2.700), e Serbia (2.400). Dentro l’Europa i richiedenti asilo sono spesso deportati nel paese nel quale hanno fatto i primi passi e dove hanno chiesto di svolgere la loro richiesta di asilo. Nel 2017 la Germania ha deportato in Italia 4.400 individui, 1.200 in Polonia, e 540 in Francia. Alcuni di questi individui sono stati subito deportati di nuovo, sia verso il paese d’origine, sia verso un altro paese di transito.

Una deportazione non è una pratica amministrativa innocua. Le morti si ripetono – quantunque i governi non ne tengano una registrazione centrale. L’organizzazione non governativa olandese United for Intercultural Action ha cercato di documentare tali casi in Europa. Tra 1994 e 2018 ha contato 139 casi di morte, correlati direttamente alle deportazioni. Questi includono suicidi commessi nei centri di detenzione in attesa di deportazione. E’ pensabile che il numero di casi non registrati sia molto superiore.

Le persone sono frequentemente portate via nella notte e senza preavviso, e così le deportazioni possono generare casi di grave ansietà. Talvolta le persone prese di mira sono strappate ai loro ambienti famigliari anche se sono a scuola o in ospedale. Le deportazioni incontrano spesso resistenze. Compagni di scuola, colleghi, amici, dottori, vicini e altri, rifugiati nella stessa condizione, protestano ad alta voce e talvolta con successo.

Una deportazione non può sempre essere completata, Per esempio se il passaporto della persona si è perduto. Se la persona ha una malattia che potrebbe aggravarsi con la deportazione o non potrebbe ricevere cure nel suo (di lui, di lei) paese. Le donne incinte sono per principio protette, ma spesso ricorrono casi in cui la polizia agisce a occhi chiusi e deporta la madre in attesa e il nascituro, esponendo entrambi a maggiori rischi di salute. Se i richiedenti respinti non possono essere deportati, spesso essi ottengono uno stato “tollerato”. A metà 2018, 181.000 persone viventi in Germania avevano questo stato. Più di 33.000 erano in questa situazione da più di 6 anni, vivendo nella costante paura di essere presi su e portati all’aeroporto.

Alcune famiglie hanno figli nati e cresciuti nel paese di accoglienza. Essi hanno scarso o nessun collegamento con il paese al quale devono essere spediti. Tra 1999 e 2008, 22.000 persone, soprattutto Rom, furono deportati dalla Germania al Kosovo. Altri 15.000 seguirono tra 2009 e 2013 secondo il Roma Center, un’organizzazione non governativa. Queste persone si erano rifugiate in Germania negli anni 1990, durante le guerre balcaniche. Molti hanno bambini nei nuovi paesi. Il Roma Centre ritiene che dal 60 al 70 per cento delle persone deportate erano bambini per i quali il Kosovo era una completa novità.

Circa un terzo degli appelli contro il respingimento delle richieste di asilo hanno successo. Ciò mostra l’inaffidabilità delle decisioni iniziali dei tribunali

Un’istantanea dell’inizio 2018 mostra i principali luoghi in cui i migranti sono mandati se non se ne vanno spontaneamente

INTEGRAZIONE

Arrivati e sistemati, non proprio a casa

Gli immigrati ben-integrati sono l’ideale e sono in molti, nella società ricevente, ad accoglierli bene. D’altro canto gli immigrati non integrati sono considerati una minaccia. Puntare sull’“integrazione” significa ignorare il vero problema, che è garantire diritti sociali e politici agli immigrati.

“Il lavoro è la chiave dell’emigrazione”. Si è sentito dire spesso così, dal culmine degli arrivi di migranti in Europa nel 2015. Servizi per l’impiego, molti partiti politici e molti sindacati erano d’accordo. Ma la storia recente delle migrazioni mostra che non vi è correlazione tra i migranti che hanno un lavoro e i loro diritti politici e sociali.

Si prenda la Germania come esempio. Durante gli anni 1950 e 1960 il Governo Tedesco Occidentale promosse l’immigrazione di “lavoratori stranieri” dall’Europa del Sud e dalla Turchia. Nel 1961 700 mila stranieri vivevano e lavoravano in Germania; nel 1974 erano 4 milioni. Molte fabbriche sarebbero state inutilizzate se non fosse stato per quei lavoratori. Allora molti lavoratori avevano un passaporto straniero. Due terzi di essi vivevano in dormitori e erano trattati come lavoratori di seconda classe. Al crescere della disoccupazione, il governo impose di raffreddare il reclutamento nel 1973 e tentò di convincere i lavoratori a tornare a casa. Ma molti scelsero di fermarsi e portarono famiglie e amici in Germania.

Oggi sono oltre 10 milioni le persone che vivono in Germania senza un passaporto tedesco. Il loro contributo al “miracolo economico” tedesco dopo la seconda guerra mondiale e all’odierna prosperità è trascurato. Molti sono privati dei diritti sociali e politici come il diritto di voto. Invece essi sono giudicati secondo il modo in cui si sono integrati, bene o male, nella società tedesca. L’idea d’integrazione è usata a fini politici: questo implica che i migranti talvolta portano un deficit con sé e spetta loro di compensare questo, aderendo alle norme della cultura dominante, riconoscendo particolari valori, imparando la lingua tedesca e molto altro.

Altre voci dicono che l’integrazione è un obiettivo per entrambe le parti, e le politiche d’integrazione del governo devono aprire nuove opportunità per gli immigrati. L’idea centrale dell’integrazione è però giustificare la discriminazione contro i migranti, puntando sulle loro differenze e reinterpretando “uguaglianza” come una questione di adattamento. E’ chiaro di chi sia la colpa: coloro che sono discriminati sono i responsabili per la discriminazione; e spetta a loro ridurre la differenza.

Questa opinione si riflette nel mercato del lavoro tedesco. Nel 2015 circa il 36 per cento dei lavoratori a tempo pieno, privi di cittadinanza tedesca, lavoravano nel settore a basso salario, guadagnando meno di 10 euro l’ora. Per i cittadini tedeschi era al massimo la metà del guadagno orario. I tedeschi guadagnavano in media il 21,5 per cento più degli stranieri. Tra 150 e 300 mila donne dell’Est Europa e del Medio Oriente avevano lavori senza documenti come domestiche di famiglia in case private: esse avevano cura dei membri delle famiglie, cucinando e vivendo insieme a chi le impiegava.

Una dichiarazione di Horst Seehofer, attuale ministro degli interni della Germania, mostra come sia razzista la prevalente sottostima dell’integrazione. Nel 2011 egli disse che l’Unione Cristiano democratica “avrebbe resistito fino all’ultima cartuccia” per arrestare l’immigrazione nel sistema di welfare. Gli economisti liberali lo sanno: essi calcolano che l’economia tedesca ha bisogno di un aumento di 146 mila immigrati da fuori EU, ogni anno fino al 2060. Soprattutto perché ciascuno di essi avrebbe pagato le tasse e la sicurezza sociale.

Nel 2017 il tasso d’impiego dei cittadini tedeschi era sopra il 70 per cento; fra gli immigrati da paesi diversi dall’UE era quattro punti più alto. I ricercatori del mercato del lavoro prevedevano che in cinque anni metà di tutti gli attuali immigrati in Germania avrebbe trovato lavoro. Quindici anni dopo il loro arrivo il 75 per cento farà lo stesso.

Questo significa dunque che molte delle centinaia di migliaia di persone arrivate in Germania nel 2015 avranno da sopravvivere a spese della sicurezza sociale per un lungo tempo – come chi si oppone agli emigrati ama sottolineare. Tutto ciò offre un quadro distorto sul ruolo economico delle migrazioni.

Le previsioni statutarie delle assicurazioni sulla salute ammettono che saranno gli immigrati a prendere in carico e stabilizzare il loro bilancio. Molti degli immigrati sono giovani. Essi comportano una spesa per la salute minore dell’assicurato medio ed abbassano la crescita dell’età media degli assicurati. I fondi pensione dicono che i lavoratori stranieri dei paesi UE contribuiscono con lo stesso ammontare dei cittadini tedeschi e influiscono positivamente sulla situazione di reddito dei fondi pensione gestiti dallo Stato. Gli stranieri ritengono di aver contribuito intorno a un decimo del 2,2 per cento della crescita economica raggiunta nel 2017; senza di loro, molti posti vacanti nel lavoro non sarebbero stati riempiti.

In altre parole gli economisti sostengono che gli emigrati contribuiscono sia ai servizi della salute pubblica che alla prosperità generale. La loro importanza per l’economia tedesca non è in discussione. Affermazioni come “bassa integrazione ” o slogan come “fino all’ultima pallottola” significano però questo: il razzismo e la retorica politica della destra estrema non sono necessariamente indirizzati al taglio delle migrazioni. Piuttosto essi puntano a privare gli emigrati dei loro diritti e a rendere il loro lavoro e i loro progressi, invisibili: lo sfruttamento è OK, il riconoscimento è fuori. La risposta a questo non è la politica d’integrazione, ma la garanzia di diritti sociali e politici. Queste sono le vere chiavi dell’integrazione.

Tenere i migranti nel mercato del lavoro non è abbastanza. Si deve riconoscere la loro qualifica ed essi devono avere ulteriore istruzione e un apprendimento continuo

NAZIONALISMO DI DESTRA

Timori mal disposti, false promesse

Politiche di destra sono in crescita in ogni parte del pianeta. Sobillatori accusano gli estranei e le minoranze per le ristrettezze delle loro società. Anche senza prendere il potere, il loro rumoreggiare influenza l’agenda politica dei partiti più moderati.

Non è una cosa da nulla se le persone fuggono dalla guerra e dalla miseria, cercando un lavoro, vogliono sistemarsi per sempre o sono membri di una minoranza che è stata nel paese per molti anni: i movimenti nazionalistici battono costantemente sulle paure che “la patria è in pericolo” o” inquinata” per colpa degli estranei. Essi descrivono i viaggi e le migrazioni come minacce all’esistenza.

Questa descrizione è una narrazione di base per il razzismo. Serve per serrare i ranghi di una presunta società tradizionale contro l’intrusione di persone che non ne fanno parte, per difendere la salute e l’integrità di una popolazione omogenea e della sua cultura. Una tale popolazione o nazione, pura e isolata, non esiste più nel mondo moderno, e forse non è mai esistita, ciò che non preoccupa i demagoghi di destra.

Essi inoltre diffondono il mito dell’immanente invasione “di milioni di persone che possono arrivare da un momento all’altro” e così facendo spargono i semi di una malattia infetta e pericolosa. Questa sorta di stigmatizzazione aiuta i populisti a spingere per un ribaltone, un cambio di sistema, una ventata finale contro “i partiti del potere”, “il sistema corrotto” e “l’élite decadente”.

Simili sciocchezze sono il canone di movimenti che si somigliano tutti, in giro per il mondo – Nel ricco mondo post-industriale, nei paesi a medio-reddito, e nel mondo in via di sviluppo. Il presidente Usa Trump etichetta come minaccia alla sicurezza nazionale la carovana migrante di poche migliaia di persone, dai poveri paesi dell’America Centrale. Il presidente di destra del Brasile Jair Bolsonaro ha fatto un grande affare respingendo il patto delle Nazioni unite sull’emigrazione. La propaganda contro la minoranza Rohingya in Myanmar, da lungo tempo privata dei diritti, condusse all’espulsione di centinaia di migliaia di persone nel confinante Bangladesh.

In Europa, movimenti populisti al potere demonizzano gli emigrati e altre minoranze come “invasori” capaci di distruggere la cultura delle nazioni in cui essi vivono. Una nozione antisemitica di élite traditrici sfruttatrici viene qui in gioco. Il governo vuole rimpiazzare la popolazione nativa e i suoi alti livelli di welfare con una massa scadente di lavoratori, dice l’autore della nuova destra Renaud Camus nel suo libro, ” Il gran rimpiazzo”. Questi presunti piani di ripopolamento sono invocati da gruppi come il destrissimo Movimento Identitario, schierato insieme a terroristi come l’autore dell’attacco contro gli immigrati musulmani a Christchurch, Nuova Zelanda, nel 2019. Le campagne dei populisti di destra contro l’adozione del patto Onu sulle migrazioni, alla fine del 2018, hanno messo sotto accusa i presunti piani di poteri oscuri contro il mondo occidentale.

Le esagerazioni politiche continuano a spianare le frontiere di quel che è accettabile da dire. Il ministro degli interni italiano Matteo Salvini descrive i rifugiati come “carne umana”. Un quotidiano condotto dal partito di destra Partito della Libertà in Austria, ora parte del governo, ha pubblicato un poema che confronta gli immigrati con i topi e mette in guardia contro una mescolanza di culture. Nel 2018 il ministro degli interni tedesco Hort Seehofer dichiarò che i migranti sono “l’origine di tutti i problemi”. Dopo svariati seri delitti commessi da immigrati, Alterrnative fur Deutschland, un partito autoritario di destra, parlò di “immigrazione col coltello” e di “barbari, Musulmani, orde umane, gang di stupratori”. Quello delle violenze contro le donne è dipinto come un problema importato, introdotto in Germania da maschi non bianchi. L’agitare i timori dell’immigrazione è una facile propaganda con conseguenze letali: il numero degli attacchi con motivi razziali contro i rifugiati è cresciuto fortemente dal 2015.

Se la narrazione di destra guadagna consensi e i populisti raccolgono il sostegno politico, dipende anche dal numero dei migranti che effettivamente vivono in un paese. Impegnarsi in attività di accoglienza è però sostenere un ruolo importante per contrastare quelle tendenze, come fa una cultura politica democratica che respinge le agitazioni contro le minoranze. Lo si può vedere negli Stati tedeschi con un’alta proporzione di immigrati come Amburgo, Brema e Vestfalia del Nord-Reno. La popolazione colà è molto meno propensa a votare per partiti di destra che in Stati con meno immigrati – fenomeno che può essere osservato a livello nazionale. Partiti di destra hanno avuto successo, in anni recenti, nella Repubblica Ceca, in Slovacchia, Polonia e negli Stati Baltici, quantunque relativamente pochi rifugiati abbiano raggiunto tali paesi. Il premier ungherese contrario ai rifugiati, Victor Orban, iniziò a ridurre i diritti umani dopo essere stato eletto nel 2010 – ma inizialmente agiva nei confronti dei nativi ungheresi.

In svariati paesi, populisti di destra hanno creato maggioranze favorevoli a una politica di isolamento nazionale

Quel che è vero per l’insieme dei paesi è vero anche tra paesi: nelle aree in cui vivono molti emigrati, gli slogan dei populisti di destra non hanno fortuna

VIOLENZE DI DESTRA IN GERMANIA

Quando il diritto è storto

Il razzismo ha una lunga e tragica storia in Europa – e in nessun luogo più che in Germania. Ahimè il razzismo è vivo e ben ottanta anni dopo il nazismo e l’olocausto è ora diretto contro i migranti come se fossero Ebrei. Nella società allargata, però la resistenza può crescere.

La violenza per motivi razziali attraversa la storia tedesca, anche dopo la seconda guerra mondiale, in entrambe le parti dell’Est e dell’Ovest del paese. Ha colpito Ebrei, Rom e Sinti, Afro-tedeschi, immigrati dal Sud Europa e dal mondo in via di sviluppo. Risalendo al 1960 vi furono attacchi ai “lavoratori stranieri” dell’Europa del Sud. Il governo social democratico di Willy Brandt pose fine al reclutamento di tali lavoratori quando si manifestarono problemi di alta disoccupazione. Vi furono pressioni sulle comunità degli emigrati per farli tornare a casa. Molti emigrati decisero di rimanere; fondarono famiglie e attività e divennero immigrati.

Nel 1982, l’appena eletto governo conservatore di Helmut Kohl decise di dividere a metà il numero dei cittadini turchi in Germania. Avvennero attacchi razzisti al suono dell’assordante “Turchi fuori”, motivo che segnò gli anni ’80. Emersero partiti di estrema destra e in breve gruppi di skinhead e hooligan agirono con violenza.

Dopo la riunificazione della Germania nel 1990 la violenza crebbe ancora. A tutto 2017 circa 200 persone furono uccise in attacchi di destra – molti dei quali furono classificati dalle autorità come crimini non politici. I più degli omicidi avvennero negli anni ’90: nel solo 1992 furono uccise almeno 24 persone. Senza la resistenza nelle comunità degli emigrati e il rafforzamento del movimento antifascista il numero sarebbe stato ancora più alto.

La violenza razzista dopo il 1989 fu motivata con il nazionalismo e diede una forte spinta alla riunificazione tedesca. Iniziò un periodo di pogrom. Nel 1991 neonazisti e ex lavoratori di Hoyerswerda, cittdina nella Sassonia della Germania dell’Est, attaccarono gli ex lavoratori a contratto del Mozambico e ora richiedenti asilo: I locali gratificarono gli attaccanti di applausi… Invece di proteggere le vittime, il governo della Sassonia evacuò 240 di loro, consentendo ai razzisti di raggiungere il proprio obiettivo di città “libera dagli stranieri”. Il governo del distretto locale annunciò che “la grande maggioranza” dei residenti aveva espresso il proprio forte sostegno agli atti violenti. Nel 1992 giovani di destra nel distretto Lichtenhagen di Rostock nel Meklemburgo-Pomerania all’Ovest tentarono di dare fuoco a un palazzo dove vivevano oltre 100 lavoratori a contratto scaduto, provenienti dal Vietnam – con gli applausi di oltre 3.000 simpatizzanti. Solo quattro di centinaia di responsabili furono effettivamente arrestati – con condanne da due a tre anni.

Agli occhi di molti, le posizioni dei media come “la nave è al completo”, legittimava l’uso della violenza. Nel 1993 i principali partiti politici – conservatori, socialdemocratici e liberali – occultarono rigidamente il diritto all’asilo sostenendo con forza la violenza razzista. L’approccio al lavoro giovanile allora in uso prendeva i giovani com’erano, nel tentativo di tenerli lontani dall’estrema destra. Nelle piccole città soprattutto dell’Est questi tentativi davano però di fatto ai Neo-Nazi il controllo dei club giovanili. Questo ha permesso che un clima d’impunità si stabilisse nella destra radicale come si presenta oggi. Un’ondata di violenza razzista colpì anche la Germania Occidentale: un totale di 18 persone morirono in attacchi incendiari nella cittadina di Molln nel 1992, a Solingen nel 1993 e a Lubecca nel 1996. Molti di più furono i feriti.

Alla fine del decennio ’90 emerse una nuova generazione di terroristi di destra, come “Sangue e onore”, che era ed è ancora attiva attraverso l’intera Germania e l’Europa. In Turingia, nell’Est, una cellula terroristica fu sviluppata da un gruppo nazista, “Thuringer Heimatschutz” (Difesa patriottica della Turingia) che era comandata e finanziata da ufficiali di collegamento dai servizi interni d’informazione del governo. Tra 2000 e 2007 membri di tale cellula, il Gruppo Clandestino Nazional Socialista, uccisero nove migranti e una donna poliziotto, fecero altri 43 assassinii e commisero una seri di altri attentati ed attacchi.

Prima che la cellula rivelasse se stessa nel 2011 polizia e magistrati avevano sospettato solo dei parenti delle vittime o dei superstiti come possibili autori. Queste persone innocenti furono indagate dalle autorità, interrogate con false informazioni e isolate socialmente. I parenti dissero che le inchieste erano “un attacco dopo l’attacco” e si videro come vittime di una rinnovata violenza. La stampa sostenne il cambio di ruolo da vittime a colpevoli; nella loro opinione, i crimini nascevano da una subcultura resistente all’integrazione, criminale, straniera. La combinazione tra neo Nazi, politici, servizi segreti, polizia, magistrati e media lanciava l’interpretazione razzista degli avvenimenti diritto nel centro della società.

Dopo “l’estate dei migranti” del 2015 la violenza razzista raggiunse nuove vette. Nel 2016 la polizia federale registrò circa mille attacchi agli alloggi dei rifugiati e più di 2.500 attacchi criminali contro richiedenti asilo e rifugiati. Nel 2018 la situazione peggiorò, come a Chemnitz, una città della Sassonia, dalla quale i migranti furono cacciati via. Mentre i pogrom a Rostock e a Hoyerswerda riguardavano giovani, furono le persone di mezz’età a scendere di nuovo in strada. Il movimento dei giovani di ieri dà l’avvio a una scena militante in Germania che può guardare indietro a quasi trent’anni di violenza.

I pogrom del 1992 incontrarono dimostrazioni e luminarie , e una resistenza effettiva venne allora dagli antifascisti e dagli stessi migranti. Un cambiamento in anni recenti, spinto dall’arrivo di migliaia di rifugiati nel 2015, portò alla cosiddetta “cultura dell’accoglienza” e alle dimostrazioni del 2018, con decine di migliaia di partecipanti, organizzati da gruppi che includevano l’alleanza a scala nazionale Unteilbar (“inseparabile”) Augehetz in Bavaria, e Wellcome United. Questi movimenti erano anche l’effetto delle battaglie e dei dibattiti degli anni ’90.

Il numero degli attacchi può essere errato, ma avvengono ancora in tutto il paese, e possono crescere di nuovo in ogni momento

Memoria incerta, investigazioni superficiali, documenti distrutti tanto tempo fa – molti delitti rimangono impuniti

ORGANIZZAZIONI DEGLI EMIGRATI

Per imparare i legami

I migranti sono spesso descritti come senza speranza e alla ricerca di protezione – o divisi senza rimedio su linee nazionali, etniche, linguistiche e religiose. La verità è diversa. In realtà si aiutano in caso di necessità e aiutano quelli che arrivano dopo di loro.

Quando arrivi in un paese nuovo, hai bisogno di qualcuno che ti mostri i collegamenti. Di solito puoi servirti di compatrioti che sono arrivati prima di te. Essi provvedono alla sistemazione, alle informazioni, alla protezione e talvolta al lavoro dei nuovi arrivati. Ciò è vero sia per gli emigrati per lavoro sia per i rifugiati politici: quasi sempre c’è qualcuno. Vi sono strutture sociali, economiche e politiche e reti tra paesi di origine e di destinazione che assistono i viaggiatori.

Come i migranti si organizzino e si aiutino reciprocamente, in generale dipende dai rapporti e dalle circostanze originate nei loro paesi d’origine. Nelle tradizionali organizzazioni di diaspora ci si aiuta e si chiedono permessi di residenza per i nuovi arrivi. Sono esempi i Kurdi e gli oppositori al dittatore cileno Augusto Pinochet, fuggiti in Europa per evitare violenza e carcere.

Un nuovo movimento di rifugiati cominciò in Germania negli anni ’90. Quei rifugiati non abbandonarono i legami con i paesi d’origine, ma non si divisero etnicamente. Essi mantennero la più larga solidarietà e criticarono la responsabilità della Germania per la situazione nel paese natale, come mezzo per continuare l’opposizione anche dall’esilio. Lo slogan della Carovana dei diritti dei rifugiati, uno dei gruppi fondati nel periodo, era “Siamo qui perché avete distrutto i nostri paesi”.

Vi fu un cambiamento nel 2012, con ancora un altro movimento di rifugiati di un’altra, nuova, generazione. I rifugiati continuavano a indicare le cause della fuga e incolpavano il furto di materie rare, la guerra e l’ingiustizia climatica. Essi facevano però questo con una visione unitaria dell’unico mondo in via di sviluppo, piuttosto che separatamente, per ciascuno dei paesi d’origine: pertanto il diritto di rimanere sarebbe dovuto essere più largo, dicevano.

I rifugiati in Germania ottennero una serie di miglioramenti tra 1994 e 2012, organizzandosi e stringendo alleanze con altri gruppi della società civile. I divieti all’impiego furono allentati e si ottennero livelli di sostegno sociale. Gli emigrati irregolari in Spagna ebbero vantaggi simili. A un’emigrazione irregolare di solito segue un lavoro irregolare: rischioso e soggetto a frodi sul salario, a repressione e uso della forza, come nel settore agricolo spagnolo. Dagli anni ’90, i lavoratori, spesso privi di documenti, nelle piantagioni di frutta e ortaggi dell’Andalusia si sono messi insieme nel sindacato SOC-SAT e sono stati in grado di ottenere considerevoli miglioramenti nella situazione, di prevenire la conclusione del loro impiego e assicurarsi paghe più alte.

Azioni politiche collettive sono spesso l’obiettivo principale delle organizzazioni dei migranti. Negli Stati Uniti, milioni di essi, il primo maggio 2006, hanno fermato le macchine per protestare contro l’indurimento delle leggi sull’immigrazione. Molti ristoranti e attività gestite da immigrati hanno chiuso. Lo stesso è avvenuto il primo marzo del 2010 in Europa, quando migliaia di emigrati, in Italia e in Francia, fecero uno sciopero con il motto “24 ore senza di noi”.

In Usa e in Europa i conflitti sono gli stessi. Le società occidentali hanno cancellato i sistemi sociali, ma hanno ancora bisogno di lavoro a poco prezzo e impiegano immigrati nelle attività domestiche, di cura, come muratori e braccianti, negando in larga misura a tutti costoro ogni diritto sociale e politico.

Forme di solidarietà collettiva si possono trovare ovunque lungo le vie dell’emigrazione, e dove i flussi di migranti si fermano. Reti informali di persone che si aiutano reciprocamente nella vita di ogni giorno, in posti come i boschi di Nador in Marocco, dove molti africani attendono l’occasione di arrivare all’EXCLAVE spagnola di Melilla. si formano reti anche nei luoghi in cui le persone sono costrette a tornare. Per esempio i rifugiati provenienti dai paesi dell’Africa Centrale, deportati dalla Spagna in Mali, nell’Africa Occidentale, sono troppo indebitati per tornare nei villaggi natali dove temono di essere bollati per il fallimento. A Bamako, capitale del Mali, essi hanno fondato ARACEM, un’associazione che si occupa di chi si trova in una situazione molto precaria, in termini di sistemazione, vitto e sostegno sanitario e psico-sociale.

I migranti del Togo hanno simili problemi, dopo essere stati deportati dall’Europa quando una fase assai repressiva del clan Eyedéma ebbe fine, negli ultimi anni’90. Fondarono un’associazione di deportati dal Togo, o ATE, per trovare vie pratiche per affrontare il fallimento del loro progetto di migrazione. Oggi essi danno informazioni ai giovani togolesi che se ne sono andati dai campi di internamento della Libia con voli charter senza aver neppure messo piede in Europa o aver avuto l’opportunità di guadagnarvi denaro.

Talvolta sono i parenti a fare alleanze perché questa è l’ultima possibilità di sapere cosa sia avvenuto dei loro figli. In Tunisia sono le madri degli “Harraga”, i giovani Nord Africani che hanno voluto attraversare il Mediterraneo, e di cui non si è saputo più niente. In Messico il 14 maggio 2018, la “Carovana delle madri dei migranti perduti” ha percorso una parte della via messicana dell’emigrazione cercando notizie dei figli in dodici stati. In un summit a Città del Messico alla fine del 2018 le madri e altri parenti di America latina e Africa hanno discusso su come ottenere informazioni e sul diritto di cercare figli e figlie, tutti spariti.

I lavoratori a contratto rimanevano nella Germania dell’Est solo pochi anni. Erano segregati, avevano scarsi contatti con i tedeschi e non gli era permesso organizzarsi

Le carovane di migranti dall’America Centrale cominciarono a ottenere molta attenzione quando la frontiera messicana divenne un problema molto importante per gli Usa

LE CITTA’ DELLA SOLIDARIETA’

Un contrappeso alla xenofobia

I rifugiati non hanno solo diritti; essi arricchiscono società ed economia dei luoghi in cui s’installano. Politici locali più sereni lo riconoscono. Essi contribuiscono a un più meditato contrappeso per i toni esagerati dei populisti che chiedono più deportazioni.

All’inizio dell’estate 2018 il nuovo governo populista di destra in Italia ordinò che i porti del paese restassero chiusi alle navi di salvataggio appartenenti alle organizzazioni non governative. Facendo questo, ha posto fine alle missioni civili di salvataggio nel Mediterraneo centrale. Come risposta, numerosi sindaci di città europee, comprese Barcellona, Berlino, Palermo, e Napoli dichiararono che le città da loro amministrate erano altrettanti rifugi. Napoli ha tradizioni ben radicate di solidarietà, ha detto il sindaco, Luigi de Magistris.

Varie reti di “città solidali” si sono formate in Europa dal 2015. Il primo posto del genere, in tempi moderni, è stato, a dire il vero, un villaggio. Il primo luglio del 1998, una nave con 200 rifugiati a bordo prese terra vicino a Riace, sulle coste della Calabria, nella “punta del piede” dell’Italia del Sud. I rifugiati provenivano dall’area kurda di di Iraq, Siria e Turchia. Allora Riace, un piccolo comune di circa 2.000 abitanti, era in pericolo di diventare una città fantasma, perché sempre più residenti erano a loro volta in movimento, diretti alle maggiori città d’Italia o all’estero. Il sindaco, Domenico Lucano, accolse i rifugiati nel suo villaggio e cominciò a rivitalizzare Riace. Ma nell’ottobre del 2018 le autorità italiane lo arrestarono accusandolo di “facilitare l’immigrazione illegale”. Quantunque sia stato più tardi rilasciato dalla prigione, gli fu impedito di rientrare a Riace per molti mesi. Il suo processo è cominciato nell’aprile 2019.

Un modello per le reti europee possono essere le 500 e più “Sanctuary Cities” Nord Americane. Questo movimento che include Toronto, Los Angeles, New York come molte altre città e distretti rurali, si è sviluppato negli anni ’80. Stimolati dalle proteste dei rifugiati dalle guerre nell’America centrale, un buon numero di sindaci e governi cittadini proibirono agli amministratori locali e alla polizia da loro dipendente di cooperare con i funzionari del’immigrazione federale di Washington. Ciò rese, e continua a rendere, le deportazioni considerevolmente più difficili.

Alcune autorità locali si preoccupano molto di più di tutto ciò che non soltanto di proteggere le persone dall’essere deportate. Città come New York e San Francisco emettono una speciale carta d’identità comunale, detta “city ID”. Si rende più facile, per persone prive di status di residenza regolare, il trattare con le autorità locali, per esempio di registrare i figli in una scuola pubblica o concludere un contratto di affitto. Ma da quando il presidente Trump ha preso la Casa Bianca tali città sono state messe sotto pressione politica. L’amministrazione Trump le ha minacciate ripetutamente di tagliar loro i fondi se rifiutavano di cooperare con le autorità, e di perseguire e deportare individui privi di documenti.

In Europa, le città che offrono solidarietà e rifugio sono soprattutto nel Regno Unito, in Germania, in Svizzera e intorno al Mediterraneo. Alcune di esse sono associate a “Città Solidali” (Solidarity Cities) una rete di governi municipali europei. La rete non è un’iniziativa attivistica, è un forum politico. Si tratta in particolare di una rete di città portuali come Barcellona, Napoli, Palermo, Salonicco e Atene. L’alleanza richiede alla Commissione Europea di elevare i contributi per le infrastrutture sociali in quelle città dove, per la collocazione geografica, molti rifugiati arrivano o di già vivono .

Gli attivisti della base fanno quel che possono per sostenere le città solidali. Nel 2017, consigli dei rifugiati, organizzazioni migranti, movimenti di sinistra, organizzazioni non governative cittadine, gruppi di chiesa e scienziati, in numerose città svizzere e tedesche convocarono una rete alternativa. Il suo nome “Solidarity City” è quasi identico. I frequenti salvataggi in mare consentono connessioni internazionali. Lo scopo include l’accettazione diretta dei rifugiati e uno stop alle deportazioni, come una più larga democratizzazione della vita cittadina.

Quelli che all’inizio apparivano come due argomenti separati – le politiche di frontiera dell’UE e i diritti sociali nelle città – sono in effetti strettamente connessi. Le città solidali sperimentano idee innovative come l’IDs municipale. Esse vogliono far derivare dalla cittadinanza l’esercizio dei diritti. Così facendo, rafforzano di fatto, implicitamente, il diritto alla libertà internazionale dei movimenti e cercano di applicare diritti sociali globali nella sfera politica locale. Questione non minore, le città solidali creano un contrappeso democratico alla crescente forza dei partiti populisti di destra nei governi nazionali dell’UE.

Ciò è soprattutto chiaro nella carta di Palermo, formulata dal suo sindaco, Leoluca Orlando, nel 2015. In seguito, questa carta è stata richiamata da molte città solidali in Europa. La carta proclama l’abolizione dei permessi di residenza, e sostiene diritti civili e sociali, da collegare al luogo di residenza invece che dipendere dallo status ufficiale della persona. Le persone devono godere di un diritto assoluto alla mobilità interrnazionale: “A ciascuno dovrebbe essere riconosciuto il diritto di scegliere dove vivere, quello di vivere meglio e quello di non morire”.

Città Solidali è una rete informale nella quale le città europee scambiano giudizi sulle risposte locali alla situazione dei rifugiati

Più e più città grandi e piccole e distretti i sono schierate contro le politiche isolazionistiche dell’Europa e vogliono provvedere ad approdi sicuri per gli immigrati

SOCIETA’ CIVILE

Dalla simpatia alla solidarietà

In tutta Europa, gruppi di attivisti hanno sollevato i diritti di migranti e rifugiati. Il loro numero però era scarso – fino all’estate del 2015, quando il flusso di persone che attraversava le frontiere d’Europa ha stimolato una ripresa di simpatia, un aiuto pratico e un impegno politico.

C’è chi la chiama “crisi dei rifugiati”. Altri sono più positivi chiamandola “la lunga estate dei migranti” un periodo che cominciò quando in più di un milione attraversarono le frontiere dell’UE nel 22015-2016. Molti di questi nuovi arrivati spingevano per giungere al cuore del Continente. Trovarono e furono sostenuti da una miriade di iniziative. In Germania l’intenzione di aiutare espresse la “Willkommenskultur”, la “cultura dell’accoglienza”. Il ricercatore sulle migrazioni, Werner Schiffauer, stima che a metà del 2016 furono messi in opera circa 15.000 progetti, in collegamento con i rifugiati, attivando oltre cinque milioni di persone. Progetti simili ebbero vita in altri paesi d’Europa.

I partecipanti a un progetto organizzarono, nel tentativo di provvedere i nuovi arrivati di accesso all’informazione, all’istruzione, alla sistemazione, alle cure mediche, al lavoro e alla vita comunitaria. Stando a uno studio dell’Istituto berlinese per le ricerche sull’integrazione e le migrazioni, il BIM, l’obiettivo era di aiutare gli altri e facilitare il passaggio a una nuova vita. A causa della situazione in Siria, i locali ebbero un’attitudine differente con i migranti rispetto agli anni precedenti. Secondo lo studio, i volontari di oltre cinquant’anni capirono più degli altri che la guerra era la causa dei voli.

Per via del lavoro pratico e delle relazioni personali, molti volontari compresero che le procedure di asilo sarebbero potute diventare molto difficili, e cosa dovesse significare per qualcuno lasciare la patria e sperimentare il razzismo. Comprendere questo trasformò anche i sentimenti di solidarietà e compassione per i destini individuali, in opinioni critiche sulle politiche migratorie e sui controlli di frontiera del governo. Molti volontari intendevano il loro impegno come espressione della propria opposizione alla xenofobia: il 90 per cento dei volontari interrogati da BIM hanno detto di voler inviare un segnale contro la discriminazione razziale.

Un problema per la “cultura dell’accoglienza” era che il governo si tirava indietro dalle proprie responsabilità. Vi furono attivisti che si impegnarono a fondo per riempire le mancanze – come a Berlino, capitale della Germania, dove l’assistenza per i nuovi arrivi era inadeguata. Ciò era facilmente riconoscibile per molti degli attivisti che accusavano lo stato di fallimento deliberato.

I movimenti politicamente motivati di solidarietà con i migranti sono a lungo esistiti sulla sinistra dello spettro politico. Gli attivisti esprimevano la loro fondamentale critica all’ingiustizia globale con slogan e reti come “nessuno è illegale”. Essi non guardavano ai migranti come a vittime passive, ma a interpreti politicamente attivi, pronti a resistere all’oppressione. Molti dei nuovi attivisti trovarono gli alleati che volevano per ostacolare le deportazioni in questa scena europea anti razzista. Già nel 1999 la campagna “Classe Deportazione” aveva protestato contro i voli di deportazione della Lufthansa, la compagnia di bandiera tedesca.

I raggruppamenti di solidarietà dei più anziani furono spesso in prima linea sulla strada dei Balcani durante la lunga estate delle migrazioni. Essi organizzarono alloggi, cibo e cure mediche, documentarono la forza usata dalla polizia, e offrirono aiuto diretto al popolo che scappava, per esempio durante la “marcia della speranza” dall’Ungheria, all’Austria e alla Germania nel settembre 2015. La marcia stessa, va detto, fu iniziata e portata avanti soprattutto dai migranti stessi.

Da allora, una stretta cooperazione si è sviluppata tra generazioni di più giovani e di meno giovani. Da quando gli scioperi e le marce dei migranti sono iniziati, nel 2012 e specialmente dopo l’estate delle migrazioni del 2015, un crescente numero di gruppi di società civile sono stati coinvolti. Sono gruppi non schierati necessariamente sulla sinistra dello spettro politico, oppure non sono considerati far parte della scena della “solidarietà ai migranti”. Sono inclusi molte chiese, sindacati, scuole e anche imprese che hanno assunto un’azione politica per prevenire le deportazioni. Taluni seppero ripetere le strategie sviluppate da attivisti politici lungo molti decenni.

Nuove forme di solidarietà con i migranti si stanno affermando in varie parti del Mediterraneo. Dal 2014, navi appartenenti a organizzazioni non governative sono riuscite a salvare decine di migliaia di persone dall’affogamento. I governi le hanno criminalizzate per le loro azioni. Un grande e largo movimento si è formato come protesta; sicuramente, s’insiste, salvare le vite non è un crimine. Insieme alle organizzazioni non governative, una squadra di operatori telefonici di emergenza in Europa e Africa ha costituito una linea diretta che le persone quando si trovino in difficoltà in mare possono chiamare in ogni ora del giorno e della notte. Diventa impossibile, per operatori statali come i guardacoste, ignorare le chiamate di emergenza dei rifugiati.

Questi interventi diretti sono forme più radicali di solidarietà. Essi trascendono le frontiere nazionali e portano avanti sia i motivi umanitari sia l’aiuto all’integrazione.

Per più di un terzo dei volontari in molte iniziative di aiuto ai rifugiati, la presente è la prima volta in cui sono stati coinvolti in azioni di società civile

Quando l’Italia ha posto termine alla sua missione di salvataggio “Mare Nostrum”, alla fine del 2014, subentrarono navi di salvataggio private. Molte ebbero finanziamenti in Germania e Spagna

da la bottega del barbieri

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